
Blog – Il migrante o il robot? Due idee di futuro
In un recente articolo vengono messi a confronto due modi radicalmente diversi di affrontare la crisi demografica e la conseguente carenza di lavoratori. Da una parte c’è la Spagna di Pedro Sánchez, che negli ultimi anni ha conosciuto un forte aumento della popolazione straniera e che punta sull’immigrazione anche come risposta alle necessità del mercato del lavoro. Dall’altra c’è il Giappone della premier Sanae Takaichi che, secondo l’autore, mantiene una politica molto più restrittiva nei confronti dell’immigrazione e cerca di compensare il declino demografico soprattutto attraverso l’innovazione tecnologica, la robotica e l’intelligenza artificiale. L’articolo legge il confronto decisamente a favore del Giappone. Sottolinea i problemi di criminalità e di integrazione che, a suo giudizio, accompagnerebbero il modello spagnolo e presenta invece quello giapponese come la dimostrazione che una società può affrontare l’inverno demografico senza ricorrere massicciamente all’immigrazione. La tecnologia consentirebbe di sostituire almeno in parte la manodopera mancante, preservando contemporaneamente identità, sicurezza e coesione sociale. Proprio questo confronto, però, può essere letto in maniera molto diversa se lo si guarda da un punto di vista cristiano. Il Giappone sembra dire: dobbiamo riuscire a salvarci senza aver bisogno degli altri. La Spagna, invece: possiamo affrontare il nostro problema anche facendo spazio a chi viene da fuori. Naturalmente la realtà è infinitamente più complessa di questa semplificazione e nessun Paese può essere ridotto a una formula ma, come paradigma antropologico, la differenza è molto interessante.
Senza dubbio la scelta spagnola sembra più vicina all’antropologia cristiana. La prima ragione riguarda lo straniero. Nella Bibbia lo straniero non è anzitutto un problema economico o demografico: è una persona davanti alla quale si misura la qualità morale di una comunità. «Ero straniero e mi avete accolto», dice Gesù nel grande affresco del giudizio finale (Mt 25,35). E molto prima il Levitico aveva formulato un comandamento impressionante: «Lo straniero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso» (Lv 19,34). Questo non significa che il cristianesimo prescriva di abolire le frontiere. Uno Stato ha il diritto e il dovere di governare i flussi migratori, valutare la propria capacità di accoglienza, garantire la sicurezza e pretendere il rispetto delle proprie leggi: l’accoglienza cristiana non coincide con l’assenza di regole ma significa che lo straniero non può essere considerato soltanto come una minaccia dalla quale difendersi. C’è poi una seconda questione, ancora più profonda. Il cristianesimo non pensa l’uomo come un essere autosufficiente. L’essere umano diventa se stesso attraverso la relazione: ricevendo qualcosa dall’altro e donando qualcosa all’altro. Per questo c’è qualcosa di antropologicamente problematico nell’immaginare che alla scarsità delle persone si possa rispondere prevalentemente sostituendo le persone mancanti con la tecnologia. Non perché la tecnologia sia cattiva. Al contrario: robotica e intelligenza artificiale possono liberare l’uomo da lavori pesanti, ripetitivi o pericolosi e rappresentano straordinarie possibilità di progresso ma una macchina può sostituire una funzione; non può sostituire una relazione umana. Una società invecchia. Mancano lavoratori. Mancano giovani. Mancano persone che assistano gli anziani. Si aprono due possibilità: costruire macchine oppure accogliere uomini e donne. Economicamente esistono giustificazioni razionali per entrambe le strade ma, cristianamente, le opzioni non sono equivalenti. La Spagna, scegliendo in misura maggiore la seconda strada, riconosce implicitamente qualcosa che appartiene profondamente alla visione cristiana dell’uomo: abbiamo bisogno degli altri. Questo permette persino di rovesciare il modo abituale di raccontare l’immigrazione. Normalmente diciamo che il migrante ha bisogno di noi. Ha bisogno di un Paese che lo accolga, di un lavoro, di una casa, di sicurezza, di una possibilità per il futuro. Tutto vero. Ma la crisi demografica europea ci sta mostrando anche l’altra faccia della realtà: anche noi abbiamo bisogno del migrante. Abbiamo bisogno di uomini e donne che lavorino, producano, paghino contributi, assistano gli anziani, abbiano figli, aprano imprese, abitino territori che si stanno spopolando. E soprattutto abbiamo bisogno di persone con cui costruire una società. In questo modo l’immigrazione smette di essere semplicemente un atto di generosità dei ricchi nei confronti dei poveri. Diventa reciprocità. È una categoria profondamente cristiana. Il povero, lo straniero, l’anziano, il bambino, il disabile non sono semplicemente destinatari della nostra bontà. Sono persone senza le quali la comunità sarebbe più povera. Il cristianesimo contesta radicalmente l’idea che solo alcuni siano coloro che danno mentre altri sono sempre e solo quelli che ricevono. Nessuno salva se stesso da solo.
Naturalmente tutto questo presuppone una parola fondamentale: integrazione. Accogliere senza integrare può creare conflitti, emarginazione e persino violenza. Una politica migratoria cristianamente ispirata non può limitarsi ad aprire una frontiera. Deve chiedere a chi arriva di entrare realmente nella comunità, rispettarne le leggi, impararne la lingua, conoscerne la cultura; e contemporaneamente deve chiedere alla comunità che accoglie di riconoscere la dignità, la storia e la cultura di chi arriva. L’integrazione autentica trasforma entrambi. Per questo trovo particolarmente suggestiva l’opposizione simbolica che emerge dall’articolo che ho preso in esame. Chi pensa solo al robot dice: mi manca qualcuno che faccia questo lavoro, costruisco qualcosa che lo faccia. Chi è aperto al migrante dice: mi manca qualcuno, quindi accolgo qualcuno. È evidente che nella realtà avremo bisogno di entrambi: robot e migranti, tecnologia e persone, innovazione e integrazione. Sarebbe assurdo trasformare questa contrapposizione simbolica in un programma economico. Ma sul piano antropologico la differenza rimane enorme e fa riflettere. Tra una società che reagisce alla propria fragilità cercando di diventare sempre più autosufficiente e una società che reagisce scoprendo di avere bisogno di persone provenienti da altri popoli, la seconda racconta qualcosa di molto più vicino al Vangelo.
Foto di Gabriele Malaspina su Unsplash
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