Audio & Video / Blog | 03 Luglio 2026

Blog – Il problema non è il latino

Le recenti ordinazioni illecite di quattro vescovi lefebvriani hanno paradossalmente mostrato quanto poco sia ancora conosciuto dai cattolici il Concilio Vaticano II. A molti di noi saranno giunti alle orecchie commenti che girano attorno all’idea “bastava lasciar dire a loro la Messa come volevano e non si sarebbe arrivati a questo punto”. Se poi qualcuno ha fatto notare a queste persone che il punto di rottura verso Roma dei seguaci di Marcel Lefebvre è non accettare il Concilio e non una questione liturgica – né tantomeno di latino lingua nella quale attualmente nella Chiesa Cattolica è assolutamente lecito officiare – è apparso chiaro che per i portatori di queste opinioni la nozione “non accettano il Concilio Vaticano II” è sostanzialmente priva di significato.”Va bene – replicano infatti – ma questo in pratica cosa significa”?

Correndo il rischio di essere frainteso, si può spiegare quale sia in estrema sintesi il messaggio del Concilio Vaticano II dicendo che esso ha cercato di togliere dal cristianesimo tanti aspetti del sacro che rendevano meno visibile il Vangelo: a Zaccaria l’arcangelo Gabriele appare nel Tempio al momento dell’incenso, quando invece deve annunciare l’Incarnazione a Maria (assidua frequentatrice del Tempio) la va a trovare a casa sua nel bel mezzo della vita quotidiana. Inizia così il Regno di Dio e finisce l’Antico Testamento. Molti – me compreso – saranno rimasti colpiti dal “bendaggio” dei “vescovi” lefreviani (cfr la foto di copertina), rito totalmente incomprensibile per un fedele di oggi. Ho fatto un piccolo approfondimento e ho trovato un elemento esemplarmente significativo di quanto sto sostenendo. Il bendaggio indica infatti la “separazione dal profano”: le mani dei vescovi appena unti vengono “separate” dalle normali attività quotidiane. Da quel momento in poi sono consacrate esclusivamente al contatto con l’Eucaristia e all’amministrazione dei sacramenti. Il Concilio ha – tra le tantissime cose fatte e dette – giustamente soppresso questo rito in netto contrasto col Vangelo. Come sappiamo tutti infatti, Gesù nell’Ultima Cena – ovvero quando “consacra i primi dodici vescovi” – ben lungi dall’allontanarsi dalla vita quotidiana lava i piedi degli Apostoli, ovvero si immerge in quanto di più “profano” ci possa essere. In questo modo quel Giovedì divenne “santo” (e non “sacro”).

È questo, in fondo, il cuore del Concilio Vaticano II: non diminuire il senso del mistero ma mostrarne il vero volto. Il cristianesimo non ha paura della vita ordinaria perché è proprio lì che Dio ha scelto di abitare. Il Verbo non si è fatto carne in un tempio, ma in una casa; non ha separato alcuni uomini dal mondo, ma ha mandato i suoi discepoli nel mondo. Per questo il problema non è preferire una liturgia in latino – peraltro attualmente totalmente lecita – o una in italiano, celebrare con un rito più antico o più recente. Il problema è decidere se il Vangelo debba continuare a incarnarsi nella storia o se debba essere ricondotto entro una concezione del sacro che Cristo stesso è venuto a portare a compimento. Comprendere il Concilio Vaticano II significa comprendere che la santità non consiste nel prendere le distanze dalla vita, ma nel lasciare che Cristo trasformi la vita stessa, dall’interno, fino a renderla trasparenza di Dio.

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