Articoli / Blog | 15 Agosto 2026

Blog – Il cuore del mondo è Gerusalemme

Dire che «il cuore del mondo è Gerusalemme» non significa attribuire alla Città Santa un primato geografico o politico. Significa riconoscere che in quel piccolo spazio di terra sembrano concentrarsi, da millenni, le grandi domande dell’umanità: Dio e l’uomo, la fede e la violenza, l’appartenenza e l’esclusione, la memoria e il perdono, la guerra e la pace. Gerusalemme è un cuore proprio perché è ferita e promessa nello stesso tempo. La lettera pastorale del cardinale Pierbattista Pizzaballa Tornarono a Gerusalemme con grande gioia aiuta a comprendere questa intuizione da un punto di vista cristiano. Il titolo riprende la conclusione del Vangelo di Luca (Lc 24,52). Gesù è asceso al cielo e i discepoli, invece di allontanarsi dal luogo nel quale hanno conosciuto la paura, il fallimento e la morte del Maestro, tornano proprio lì: a Gerusalemme. E vi tornano «con grande gioia». È un particolare sorprendente. Gerusalemme era stata la città della Croce, del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro, della fuga degli apostoli. Umanamente sarebbe stato comprensibile lasciarsela alle spalle. Invece la Pasqua cambia il significato dei luoghi senza cancellarne le ferite. Il luogo della morte diventa il luogo dal quale può ricominciare la vita. È questa la chiave che Pizzaballa propone a una Terra Santa nuovamente segnata dalla guerra, dal dolore, dalla paura e dall’odio. La fede cristiana non permette di negare tutto questo e neppure di rifugiarsi in una consolazione religiosa separata dalla storia. Chiede piuttosto di rientrare nella storia con uno sguardo nuovo. Per Pizzaballa «la vocazione di Gerusalemme è guarire il mondo dalle sue ferite». È un’affermazione enorme, soprattutto perché pronunciata mentre proprio quella terra appare incapace di guarire persino le proprie. Ma qui sta il paradosso cristiano: la guarigione non comincia necessariamente dove non esistono ferite. Può cominciare proprio dalla ferita.

Gerusalemme diventa così una specie di rappresentazione del cuore umano. Anche noi desideriamo la pace e nello stesso tempo costruiamo conflitti; vogliamo essere amati ma fatichiamo a perdonare; invochiamo giustizia e rischiamo continuamente di trasformarla in vendetta. Ciò che accade a Gerusalemme, in proporzioni drammatiche, accade in qualche misura dentro ciascuno di noi. Per questo il cristiano non può limitarsi a chiedere che Gerusalemme trovi finalmente pace. Deve permettere che Gerusalemme interroghi il suo modo di stare nel mondo. «Tornarono a Gerusalemme» significa allora non fuggire dai luoghi nei quali l’umanità soffre. Significa tornare nelle nostre famiglie, comunità, città, nei conflitti che sembrano senza soluzione, senza lasciarci imprigionare dalla logica inevitabile dell’avversario e della vendetta.

Luca poi aggiunge due parole decisive: «con grande gioia». Non è la gioia ingenua di chi non vede il male. È la gioia pasquale di chi lo ha visto fino in fondo e ha scoperto che non possiede l’ultima parola. È la gioia di chi sa che persino una tomba può diventare il principio di qualcosa di nuovo. Forse è proprio per questo che il cuore del mondo è Gerusalemme. Perché lì l’umanità ha concentrato alcune delle sue ferite più profonde e, nello stesso luogo, il cristianesimo annuncia che la morte è stata vinta. Gerusalemme non ci invita dunque a contemplarla da lontano. Ci chiede di tornarvi. Non dobbiamo fuggire dal cuore ferito del mondo. Dobbiamo tornarci da risorti. E forse soltanto allora la vocazione indicata da Pizzaballa potrà cominciare a realizzarsi: dalla ferita di Gerusalemme può iniziare la guarigione del mondo.

Foto di Raimond Klavins su Unsplash

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