
Il Vangelo della Domenica – Gesù vive in noi e fra noi
VI domenica di Pasqua (anno A) Gv 14, 15-21 – 10 maggio 2026
Questo brano del Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-21) è una parola di consolazione, ma anche una rivelazione decisiva su che cosa significhi essere cristiani. Gesù comincia con una frase che può essere facilmente fraintesa: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Non sta dicendo: “Se volete meritare il mio amore, obbedite”. Sta dicendo il contrario: “Se mi amate davvero, la vostra vita cambierà perché comincerete ad amare”. L’amore autentico genera una forma nuova di esistenza. Quando si ama, non si vive più ripiegati su se stessi; si desidera spontaneamente custodire le persone che si amano. Essere discepolo di Cristo ha la forma concreta dell’amore.
Poi Gesù compie una promessa immensa: «Non vi lascerò orfani». Siamo durante l’Ultima Cena e Gesù sente il bisogno di dire una delle frasi più tenere di tutto il Vangelo. L’uomo porta dentro di sé una paura antica: non avere casa, essere apolide, essere solo, essere abbandonato, dover affrontare la vita senza una presenza che sostenga. Gesù conosce questa ferita e promette che questo non avverrà perché chiederà al Padre di mandare lo Spirito Santo: un consolatore, un difensore, un compagno interiore, un presenza silenziosa ma reale. Perché il cristianesimo non è anzitutto un sistema morale, né una dottrina astratta ma è una Presenza che abita dentro l’uomo e tra gli uomini: presso di voi e in voi. Non semplicemente accanto, non soltanto sopra, ma dentro ciascuno di noi e tra ciascuno. Regnum Dei intra vos est. Cristo parlava in aramaico e quindi non conosciamo le sue esatte parole ma le traduzioni utilizzano espressioni che significano contemporaneamente sia che il Regno di Dio è «dentro di noi» sia che è «fra di noi». Entrambe sono corrette. Questo può sembrare ambiguo e fuggevole ma non è così se si riflette che il Regno di Dio è la Chiesa in senso proprio (non gli edifici): è il Corpo di Cristo che, dopo il Triduo pasquale, è il Corpo del Cristo risorto. Queste parole sono ancora una volta l’invito a vivere Mt 25, cioè ad incontrare Cristo incontrando il prossimo.
Allora Gesù prenderà dimora tra noi e potremo comprendere un po’ quella frase misteriosa: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Questa è la vocazione cristiana: entrare nella stessa comunione d’amore che unisce il Figlio al Padre. Non una religione di sudditi, ma una casa di figli. Non schiavi che eseguono ordini, ma persone amate che vivono di una vita ricevuta. Molti cristiani vivono come se fossero orfani — impauriti, soli, affannati, sempre in cerca di conferme, come se tutto dipendesse dalle loro forze. Ma il Risorto dice: non siete orfani. C’è lo Spirito in voi. C’è una presenza che illumina la coscienza, consola nel dolore, dà forza nella prova, suggerisce il bene, rialza dopo la caduta. Perché la fede comincia davvero ad illuminare la nostra vita quando smettiamo di pensare a Dio come lontano e scopriamo, con stupore, che è più intimo a noi di noi stessi e che abita accanto a noi nell’altro
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