Articoli / Blog | 05 Giugno 2026

Blog – Le periferie di Zerocalcare: dove la povertà insegna la solidarietà

Chi conosce le opere di Zerocalcare sa che Rebibbia non è soltanto un quartiere di Roma: è un modo di guardare il mondo. È il luogo da cui partono le sue storie, i suoi personaggi, le sue riflessioni più profonde sulla vita contemporanea. E chi, come me, vive a Casalbruciato, una periferia poco distante da Rebibbia, riconosce immediatamente quel paesaggio umano fatto di palazzi popolari, strade vissute, negozi di quartiere e rapporti che resistono all’individualismo. Le periferie nascono spesso da una ragione economica. Le case costano meno, gli affitti sono più accessibili e per questo vi si trasferiscono persone che dispongono di minori risorse economiche. Famiglie operaie, anziani con pensioni modeste, giovani che cercano di costruirsi un futuro senza essere schiacciati dal costo della vita. La periferia non è necessariamente il luogo della miseria, ma è spesso il luogo in cui si sperimenta più direttamente la fragilità economica. Proprio per questo, però, nelle periferie si sviluppa una sensibilità particolare verso la solidarietà. Quando si hanno meno mezzi, si scopre che da soli è più difficile andare avanti. Il vicino che dà una mano, il commerciante che conosce tutti per nome, l’amico che accompagna in ospedale, la rete informale di relazioni che sostiene le persone nei momenti difficili diventano una ricchezza concreta. È una dimensione che attraversa molte delle storie di Zerocalcare. Dietro l’ironia, il linguaggio tagliente e le nevrosi dei suoi personaggi emerge continuamente la consapevolezza che nessuno si salva da solo. La periferia insegna che l’essere umano è un essere relazionale e che la vita migliora quando ci si prende cura gli uni degli altri.

Per questo colpisce particolarmente una delle riflessioni più intense presenti nelle sue opere: «Il mondo che ci ha reso cattivi è quello in cui ognuno salva solo se stesso. A un certo punto abbiamo pensato che non esistesse più un modo di salvarci tutti insieme e ognuno ha pensato a salvare se stesso sgomitando, passando sopra qualcun altro. E questa roba, per forza ti peggiora». In queste parole c’è molto più di una denuncia sociale. C’è la descrizione di una malattia culturale che attraversa l’intera società occidentale. Quando il successo individuale diventa l’unico criterio di giudizio, gli altri finiscono per essere concorrenti anziché compagni di viaggio. La solidarietà appare ingenua, mentre l’egoismo viene presentato come realismo. Ma il risultato è una società più ricca di beni e più povera di umanità. Le periferie raccontate da Zerocalcare conservano invece la memoria di un’altra possibilità. Non perché siano luoghi perfetti. Al contrario, sono spesso segnate da problemi, contraddizioni e difficoltà. Eppure proprio lì sopravvive l’idea che la vita abbia senso soltanto se è condivisa. Che il bene di uno sia legato al bene degli altri. Che la vera vittoria non consista nell’arrivare primi, ma nell’arrivare insieme.

Forse è questo il messaggio più profondo che viene da Rebibbia e da tante periferie romane, compresa Casalbruciato. In un tempo che spinge ciascuno a costruire il proprio piccolo fortino, la periferia ricorda che gli esseri umani crescono soltanto dentro una comunità. E che la cattiveria non nasce dalla povertà, ma dalla convinzione che per salvarsi sia necessario lasciare indietro qualcuno. Mi sembra un tema molto vicino anche alla prospettiva cristiana: la salvezza non è mai un’impresa solitaria, ma un cammino comune. Per questo il contrasto tra l’egoismo competitivo e la solidarietà di quartiere può diventare una chiave di lettura molto efficace dell’opera di Zerocalcare.

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