
Blog – La guerra dalla cameretta
Ci sono immagini che colpiscono più di altre. In questi mesi abbiamo letto che molti giovani, sia ucraini sia russi, vengono addestrati a guidare droni militari. Ragazzi che al mattino vanno a scuola, il pomeriggio fanno i compiti, trascorrono qualche ora davanti a uno schermo a individuare e colpire obiettivi nemici, poi escono per andare in palestra, incontrano gli amici o guardano una serie su Netflix. Naturalmente sanno che non si tratta di un videogioco. Sanno che dall’altra parte ci sono uomini veri. Eppure la modalità con cui l’azione viene compiuta assomiglia terribilmente a quella di un videogioco: uno schermo, un joystick, un bersaglio, un comando da impartire.
Forse uno dei tratti più inquietanti della storia umana è proprio questo progressivo allontanamento tra chi compie un’azione e chi ne subisce le conseguenze. Se un uomo uccide con un pugnale, guarda negli occhi la vittima. Ne sente il grido. Vede il volto deformato dal dolore. La sua camicia si sporca del sangue che sgorga dalla ferita. L’azione e il suo effetto sono inseparabili. Con la spada la distanza aumenta già un poco. Con l’arco e la freccia aumenta ancora. Con la pistola e il fucile cresce ulteriormente. Chi preme il grilletto è sempre più lontano dal corpo che cade. Poi arrivano i cannoni. Arrivano i missili. Arrivano gli aerei che bombardano città intere. Chi decide e chi esegue non vede quasi mai i volti delle persone coinvolte. Vede mappe, coordinate, statistiche, obiettivi strategici.
Con i droni si compie un ulteriore passo. La guerra entra nelle case. Il campo di battaglia si trasferisce sullo schermo di un computer. L’operatore può trovarsi a centinaia di chilometri di distanza, seduto su una sedia ergonomica, con una tazza di caffè accanto. Pochi minuti dopo aver colpito un bersaglio può uscire a fare una passeggiata o telefonare a un amico. Non è una questione di maggiore o minore responsabilità morale. Chi uccide resta responsabile delle proprie azioni. Ma è una questione di percezione umana. Più aumenta la distanza, più diventa facile dimenticare che dietro un punto luminoso sullo schermo c’è un volto, una storia, una madre, un padre, un figlio.
La tecnologia ci offre strumenti sempre più potenti, ma non necessariamente ci rende più consapevoli. Anzi, talvolta rischia di anestetizzare la nostra coscienza. Ci abituiamo a vedere simboli invece di persone, bersagli invece di esseri umani, numeri invece di vite. Per questo colpiscono le parole di papa Leone XIV, che più volte ha invitato a guardare il volto delle vittime. È un’espressione semplice, ma profondamente rivoluzionaria. Guardare il volto significa rifiutare l’astrazione. Significa ricordare che ogni morto aveva un nome, che ogni ferito aveva dei sogni, che ogni profugo aveva una casa. Lo stesso Papa ha chiesto ai giornalisti di non raccontare la guerra come se fosse un videogioco. È una tentazione che riguarda tutti, non soltanto chi fa informazione. Riguarda anche noi spettatori, che rischiamo di consumare immagini di distruzione con la stessa superficialità con cui scorriamo i contenuti sui social. Forse la pace comincia proprio da qui: dal recupero dei volti. Finché vedremo soltanto punti su uno schermo sarà sempre possibile premere un pulsante. Quando invece torneremo a vedere persone, ogni gesto diventerà più difficile, ogni decisione più pesante, ogni guerra più insopportabile.
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