Articoli / Blog / Il Vangelo degli amici | 18 Maggio 2026

Il Vangelo della Domenica – Pentecoste, l’unità senza l’uniformità

Pentecoste (anno A) Gv 2o, 19-23 – 24 maggio 2026

Nella Pentecoste ebraica – chiamata “festa delle settimane” perché avviene sette settimane, cioè cinquanta giorni, dopo la Pasqua – gli ebrei commemorano il dono della Torah sul monte Sinai. In quel giorno di duemila anni fa, con l’effusione dello Spirito Santo su Maria e sugli apostoli sotto forma di lingue di fuoco, iniziava ufficialmente la missione della Chiesa nel mondo: noi cristiani pertanto, quel giorno, ricordiamo non il dono dei Dieci Comandamenti ma il dono della terza Persona della Trinità. Tale memoria avviene non solo con il dono del fuoco ma anche con il segno “delle lingue”: accadde cioè che mentre ciascuno parlava nella propria lingua gli altri lo comprendevano nella loro (cfr. Atti 2). I popoli radunati a Gerusalemme, cioè, capivano ciascuno nella propria lingua, le parole presumibilmente aramaiche degli apostoli.

Non si tratta semplicemente della restaurazione di quanto avveniva prima della caduta della Torre di Babele, quando gli uomini parlavano «una sola lingua» (cfr. Gen 11,1-9). A Pentecoste, infatti, coloro che ascoltavano gli apostoli non finivano per parlare tutti la stessa lingua ma accoglievano il Vangelo ciascuno nella propria lingua, cioè nella propria cultura, nella propria mentalità, nelle proprie parole. L’esito era una pluralità di comprensioni dell’unico contenuto di fede. La Chiesa vive sempre in questa tensione tra la salvaguardia dell’unico messaggio, con il rischio dell’uniformazione, e la cura dell’inculturazione, con il rischio della disunione. Come ribadisce ancora più chiaramente la cosiddetta Pentecoste dei pagani (Atti 10,44-48), se il Vangelo mantiene la sua novità carismatica e pentecostale, suscita una comunione di popoli nella quale nessun popolo, nessuna lingua e nessuna cultura possono dominare sulle altre. Questo aspetto diventa ancora più importante oggi, quando i costumi e le istituzioni sociali cambiano con grande rapidità in alcuni Paesi e culture del mondo (e quindi della Chiesa), mentre rimangono quasi immutati in altri.

Per questo la Pentecoste non ci insegna a cancellare le differenze, ma a viverle senza trasformarle in muri. Lo Spirito Santo non crea uomini tutti uguali: crea uomini capaci di comprendersi. È una lezione molto concreta anche per noi. Nelle famiglie, nella Chiesa, nella società, sul lavoro, spesso cerchiamo l’unità imponendo il nostro linguaggio, il nostro modo di pensare, la nostra sensibilità. Ma l’unità vera non nasce dal dominio di una cultura sulle altre, né dall’uniformità delle idee: nasce dall’ascolto, dal rispetto e dalla capacità di riconoscere che l’altro non deve diventare “come me” per essere mio fratello. La Pentecoste ci chiede allora un esercizio morale preciso: custodire la verità senza arroganza e accogliere la diversità senza perdere l’identità.”

I commenti sono chiusi.