
Blog – Il pericoloso mito del “regime exchange”
Nei momenti in cui torna a circolare l’idea di “far cadere il regime” iraniano, sento il bisogno di sottrarre la discussione alla sua semplificazione più pericolosa. Troppo spesso si confonde il crollo di un potere con la nascita di un nuovo ordine. Ma la storia recente ci ha già mostrato abbastanza macerie da sapere che non funziona così. Un regime può essere brutale, repressivo, delegittimato. Può incarcerare gli oppositori, soffocare il dissenso e governare attraverso la paura e tuttavia la sua caduta può non generare alcun vero miglioramento.
Si immagina il regime come un bersaglio da colpire e il paese come un recipiente pronto a riempirsi di libertà una volta eliminato il vertice del potere. Ma uno Stato non coincide soltanto con chi lo governa. Anche quando è piegato da un’autorità dispotica, resta un sistema complesso fatto di apparati, interessi, fedeltà, catene di comando, forze armate, servizi di sicurezza, gerarchie economiche ed equilibri territoriali. Se tutto questo viene spezzato senza che esista una visione politica e senza istituzioni pronte a sostituirlo, non si apre la strada alla democrazia, si apre un’epoca – anche molto lunga – in cui i violenti hanno la meglio. Per questo credo si debba guardare con sospetto al cosiddetto regime change. I precedenti che spesso vengono evocati raccontano una storia drammatica. In Iraq la caduta di Saddam Hussein non produsse una democrazia stabile ma anni di smantellamento dello Stato, radicalizzazione settaria, insurrezione e guerra civile, fino alla violenza dello Stato islamico. In Libia il rovesciamento di Gheddafi ha lasciato un paese diviso tra milizie, poteri territoriali e bande armate a diverso titolo. In Afghanistan, nemmeno vent’anni di presenza militare internazionale sono riusciti a trasformare la rimozione del vecchio ordine in uno Stato capace di reggersi da solo. E, infine, dopo vent’anni di guerra, a seguito del ritiro definitivo delle truppe USA, l’Afghanistan ha visto il rapido ritorno al potere dei Talebani nell’agosto 2021.
Pensare che l’Iran possa seguire un copione diverso solo perché lo desideriamo mi sembra un enorme errore. Un regime non si abbatte come un albero: è una rete di apparati che, in prima istanza, viene rafforzato e compattato da ogni colpo portato dall’esterno. Se poi non avviene una vera e propria rinascita civile frutto di secoli di cultura e di storia come accadde in Europa dopo la caduta del Muro di Berlino oppure in Germania, in Italia e in Giappone dopo la seconda guerra mondiale, possono soltanto realizzarsi i peggiori scenari distopici e apocalittici. La promessa del regime change — cioè che il sistema crolli e venga rapidamente sostituito da una società liberata — è difficilissima da mantenere. Quando le istituzioni vengono distrutte senza essere sostituite, il vuoto non rimane vuoto: diventa conflitto, lotta di tutti contro tutti e competizione armata. Se chi provoca il regime exchange ignora più o meno deliberatamente il paradosso che la storia recente ci ha insegnato si trova in realtà a combattere anche contro quelle persone che in linea teorica sarebbero state favorevoli al cambiamento. Perché di fronte alla prospettiva del caos molti preferiscono aggrapparsi al potere che li opprime. Perché, tra libertà utopistica e sfacelo sanguinoso, chiunque abbia minimamente la testa sulle spalle o anche solo familiari o figli da proteggere, sceglie senza esitazione l’ordine.
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