Articoli / Blog | 03 Marzo 2026

Blog – Trasfigurazione e guerra: la luce del Vangelo contro la logica delle armi

Nel racconto della Trasfigurazione che abbiamo letto la seconda di domenica di quaresima (cfr Mt 17,1-9), Gesù sale su “un alto monte” con Pietro, Giacomo e Giovanni. Il suo volto diventa splendente, le vesti bianche come la luce e i discepoli vedono ciò che normalmente resta nascosto, la verità profonda dell’uomo e di Dio. Sono gli stessi tre discepoli – Pietro, Giacomo e Giovanni – che Gesù vorrà con sé nel momento della sua agonia spirituale durante la preghiera nell’Orto degli Ulivi, quando avvenne la misteriosa “sudorazione di sangue” (cfr Lc 22,44). È come se Cristo, con quanto avvenne sul Tabor, avesse voluto sostenere la fede degli apostoli che sarebbe venuta meno durante la Passione.

La Trasfigurazione però ha un termine. Quando finisce, Cristo riporta i discepoli a valle e dice loro di non riferire ad altri quell’esperienza (cfr Mt 16,20). Non accadde solo per la Trasfigurazione. Avvenne anche quando Pietro affermò che Gesù era il Cristo (cfr Mt 16,20), oppure ad un lebbroso guarito (cfr Mt 8,4), ai genitori di una bimba resuscitata (Cfr Mc 5, 43), alla guarigione di un lebbroso (Cfr Lc 5,14): Gesù impediva anche ai demoni scacciati di dire chi fosse (cr Mc 1,43). Le spiegazioni di queste comportamento sono molteplici ma, alla fine, si possono condensare in una: Gesù vuole che i suoi discepoli vedano “solo Gesù”. Nella Trasfigurazione si vede Gesù nella sua Gloria che è onorato anche dalle grandi figure della storia (Mosé ed Elia): Cristo però vuole che i discepoli lo trovino nella semplicità della sua relazioni quotidiane.

La storia non si ferma sul monte e Gesù non si sottrae alla storia. Pietro vorrebbe fermarsi sul monte e costruire tre tende perché vorrebbe prolungare la sua esperienza di sicurezza e protezione ma la voce dal cielo lo interrompe: “ascoltatelo”, cioè non fermatevi alla visione, tornate nella realtà. Possiamo pregare che torni la pace imparando a risolvere i nostri piccoli conflitti quotidiani in maniera civile, rispettando quelle regole che ci siamo dati o migliorandole – sempre in modo civile – se riteniamo che vadano migliorate. Scendere dal monte significa portare nei conflitti – quelli grandi e quelli piccoli – uno sguardo diverso. Ogni volta che si sceglie la paura (e quindi per reazione la violenza) invece della fraternità e della relazione, si scende dal monte senza aver davvero ascoltato la voce che dice: “Questi è il Figlio mio, ascoltatelo”.

I commenti sono chiusi.