
Il Vangelo della Domenica – Non un ovile ma il Tempio: il vero significato della parabola del Buon Pastore
IV domenica di Pasqua (anno A) Gv 10, 1-10 – 26 aprile 2026
L’immagine di Cristo buon Pastore è una delle più antiche, amate e teologicamente dense di tutta la tradizione cristiana. A.J. Simonis apre la sua monografia su Giovanni 10,1-18 con una frase che coglie nel segno: «Nessuna immagine di Cristo nel corso dei secoli è mai stata più cara al cuore dei cristiani di quella di Gesù buon Pastore». Basta guardare alla liturgia della Chiesa oppure alle catacombe romane, dove ritorna con straordinaria frequenza la figura di un giovane che porta sulle spalle una pecora ritrovata. Per qeusto vale la pena sforzarsi di comprendere meglio che cosa Giovanni voglia dire quando parla del Pastore, delle pecore, della porta e del recinto. E qui il quarto Vangelo sorprende, perché la scena non è quella di un ovile campagnolo ma quella del Tempio di Gerusalemme. Giovanni colloca infatti tutto il discorso del buon Pastore dentro la grande sezione che va dal capitolo 7 al capitolo 10, il centro della vita pubblica di Gesù, il culmine della sua rivelazione al mondo. Tutto accade a Gerusalemme, nel Tempio o nelle sue immediate vicinanze, nel contesto delle grandi feste giudaiche, in particolare quella dei Tabernacoli. Gesù insegna nel luogo santo, si presenta come acqua viva, si rivela luce del mondo, apre gli occhi al cieco nato e infine pronuncia il discorso del buon Pastore. È sempre la stessa grande rivelazione: Dio è venuto nella sua casa e i suoi non l’hanno accolto.
Dentro questo scenario acquista un significato decisivo un particolare linguistico che normalmente passa inosservato. Il termine greco usato da Giovanni per indicare il “recinto” è aulé e quasi tutti noi, a motivo del nostro contesto culturale, pensiamo spontaneamente a un ovile: ma nella Bibbia greca aulé non indica mai il recinto delle pecore ma, nella stragrande maggioranza dei casi, significa il cortile del Tempio, il vestibolo sacro, lo spazio delimitato della presenza cultuale di Dio. Lo stesso termine, nel quarto Vangelo, ritorna per designare il cortile del sommo sacerdote. Inoltre, nella Scrittura, le “pecore” sono da sempre metafora del popolo di Israele. Il significato diventa allora chiaro: il recinto di cui parla Gesù non è l’ovile di una campagna ma il recinto sacro del giudaismo, il Tempio come simbolo dell’antica economia religiosa.
Qui si comprende la radicalità del messaggio di Cristo. Gesù entra legittimamente in quel recinto, come il vero Pastore promesso, non come un ladro o un brigante. Giovanni usa termini che evocano i falsi messia del tempo, gli Zeloti, che volevano instaurare il regno di Dio con la violenza: ricordiamoci di Barabba che Giovanni definisce “brigante” (Gv 18,40). Cristo invece non conquista attraverso il potere usando la forza, entra dalla porta. Si presenta apertamente nel Tempio, insegna, guarisce, si rivela. È il Messia autentico e il suo gesto decisivo non è entrare ma chiamare le sue pecore una a una, per nome, perché esse riconoscono la sua voce: e farle uscire. Questo verbo, “far uscire”, è esplosivo. Giovanni usa exágein, verbo tecnico dell’Esodo: Dio fece uscire Israele dall’Egitto, dalla schiavitù alla libertà. Ora però il nuovo Esodo avviene facendo uscire le pecore non da un ovile ma da quell’Egitto che, con la sua venuta, è diventato il recinto stesso del giudaismo quando ha rifiutato la sua luce. È, per i presenti, un’affermazione urtante e insieme liberante: Cristo libera i suoi da una religione chiusa nella Legge, da una struttura incapace di riconoscere il suo compimento, per condurli nella libertà dell’amore. Questo messaggio era già stato narrato da Giovanni simbolicamente nella guarigione del cieco nato. Quell’uomo, illuminato da Cristo, viene cacciato fuori dalla sinagoga (Cfr Gv 9,33) e proprio lì, fuori, incontra veramente il Figlio di Dio: quella esclusione diventa un’elezione, quella cacciata diventa un Esodo. Il gesto con cui i capi religiosi condannano è quello con cui Gesù libera e chiama. Le sue pecore escono perché ascoltano la sua voce. Il cieco nato compie positivamente quanto l’uomo che giaceva da trentotto anni paralitico si era rifiutato di accettare finendo con il denunciare Gesù ai farisei (Cfr 5,15). Se comprendiamo che ciò di cui parla Gesù non è un ovile ma il recinto del Tempio, capiremo meglio dove Cristo conduce le pecore che ascoltano la sua voce: non in un altro ovile ma nella vita della libertà e dell’amore. Gesù dice: «Io sono la porta» non dice la porta del recinto dice: «Io sono la porta delle pecore». Significa che non esiste più un luogo esterno in cui entrare. La porta è lui, e ciò a cui la porta introduce è ancora lui. Cristo è insieme accesso e dimora, via e meta, mediazione e comunione. È il nuovo Tempio annunciato fin dall’inizio del Vangelo: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Giovanni spiega: parlava del tempio del suo corpo (Gv 2,21).
Ecco allora la rivoluzione del Vangelo. Le pecore escono dal recinto della Legge per entrare in quel recinto vivente che è il corpo di Cristo. Escono da mura di pietra per entrare in una comunione personale: dove vengono chiamate per nome e dove riconoscono la voce del Pastore. Escono da una religione del recinto per entrare in una relazione che si nutre della fede. Per questo Gesù promette che chi entrerà attraverso di lui «sarà salvato, entrerà e uscirà e troverà pascolo». È la libertà piena dei figli: non un vagabondaggio senza meta ma comunione senza ostacoli; non schiavitù del precetto ma ampiezza dell’amore; non semplice sicurezza ma vita divina in abbondanza.
I Padri della Chiesa colsero con profondità questa verità. Un antico testo attribuito ad Agostino afferma per esempio: Gesù è la porta, una porta nella quale c’è anche la casa, una casa nella quale c’è riposo per gli affaticati. E così Cristo spalanca l’orizzonte: «Ho altre pecore che non sono di questo recinto». Non si tratta più solo di Israele, il Pastore chiama l’umanità intera: giudei e pagani, vicini e lontani, antichi e nuovi, tutti sono convocati non dentro un sistema religioso ma attorno a una persona. L’unità della Chiesa non nasce anzitutto da un’organizzazione, da una cultura comune o da un’appartenenza etnica: nasce dall’ascolto di un’unica voce e dalla sequela di un unico Pastore. Alla fine tutto converge qui: Cristo non è soltanto colui che guida il gregge. Cristo è la porta, è il tempio, è il recinto nuovo, è il pascolo, è la vita, è la salvezza. Non porta semplicemente a Dio: è il luogo vivente in cui Dio si dona. Il buon Pastore non custodisce le pecore per tenerle chiuse in un altro recinto: le libera per introdurle nella sconfinata comunione del suo amore.
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