Articoli / Blog | 10 Ottobre 2026

Blog – Club e Nazionali: chi paga il prezzo degli infortuni?

La giornata di campionato che comincia oggi arriva dopo una lunga sosta per gli impegni delle Nazionali, durante la quale diversi calciatori si sono infortunati. Una situazione che riapre una discussione antica ma sempre più attuale: è giusto che le società siano obbligate a mettere i propri giocatori a disposizione delle rappresentative nazionali, assumendosi poi le conseguenze di eventuali infortuni? Il problema è soprattutto economico. Sono i club a pagare gli stipendi dei calciatori, spesso per cifre astronomiche. Sono sempre i club a investire milioni per acquistarli, allenarli e mantenerli nelle migliori condizioni fisiche. Eppure, quando arriva la convocazione della Nazionale, devono rinunciare temporaneamente ai propri tesserati, senza poter decidere liberamente se concederli o meno.

Se durante una partita internazionale un calciatore si infortuna, è la società a subire le conseguenze sportive e, almeno in parte, economiche. Può perdere un giocatore decisivo per settimane o mesi, magari proprio nel momento più importante della stagione. Esistono meccanismi assicurativi e indennizzi, ma nessun risarcimento può restituire i punti persi in campionato o una qualificazione sfumata. Dall’altra parte, però, c’è una considerazione altrettanto importante. Il calcio non appartiene soltanto ai club. Le Nazionali rappresentano la storia, l’identità e la passione sportiva di interi Paesi. Per molti giocatori indossare la maglia della propria nazione rimane il riconoscimento più prestigioso, qualcosa che va oltre il denaro e il contratto professionale. C’è poi una questione regolamentare. Le società non possono semplicemente decidere di non mandare i calciatori in Nazionale. Le norme FIFA prevedono infatti l’obbligo di rilascio nelle finestre internazionali stabilite dal calendario. Non è dunque soltanto una questione di buona volontà o di patriottismo sportivo.

Il vero problema, forse, è un altro: si gioca troppo. I grandi calciatori sono impegnati in campionati nazionali, coppe, competizioni europee, tornei internazionali e partite delle rispettive Nazionali. Alle gare si aggiungono viaggi intercontinentali, cambiamenti di fuso orario e tempi di recupero sempre più ridotti. Club e federazioni finiscono così per contendersi gli stessi giocatori, mentre il calendario continua ad allungarsi. Tutti vogliono più partite, perché più partite significano maggiori introiti televisivi, sponsorizzazioni e visibilità. Ma il corpo dei calciatori non può essere sottoposto a uno sforzo illimitato. Occorrerebbe allora ripensare il calendario internazionale, ridurre gli impegni meno significativi e garantire periodi di recupero effettivi. Sarebbe inoltre ragionevole rafforzare le forme di tutela economica delle società che perdono un giocatore durante gli impegni delle Nazionali. Ma c’è anche un rischio da evitare: quello di trasformare il calcio in un’attività governata esclusivamente dagli interessi economici dei club più ricchi. Se fossero soltanto le società a decidere, le Nazionali rischierebbero di diventare una presenza marginale, tollerata quando non disturba gli affari. La soluzione, insomma, non può essere scegliere tra club e Nazionali, ma impedire che entrambi continuino a pretendere sempre di più dagli stessi calciatori. Perché alla fine il paradosso è proprio questo: il calcio produce sempre più denaro sfruttando sempre più intensamente i suoi protagonisti. E quando uno di loro si rompe, tutti cercano un colpevole, dimenticando di aver contribuito a costruire il sistema che lo ha portato a rompersi.

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