
Blog – Quando anche Ulisse deve fermarsi
Ogni volta che un grave fatto di cronaca riporta al centro del dibattito il tema della legittima difesa, l’opinione pubblica si divide. Da una parte c’è chi pensa: «Difendersi è doveroso», dall’altra c’è chi ricorda che uno Stato di diritto non può essere sostituito dalla giustizia privata. È una tensione antica quanto l’umanità e destinata a ripresentarsi ogni volta che la paura, il dolore o l’indignazione prendono il sopravvento. Per riflettere su questo tema può essere sorprendentemente utile tornare all’Odissea. Quando Ulisse rientra a Itaca e trova il proprio palazzo occupato dai Proci, la sua vendetta appare inevitabile. Quegli uomini hanno consumato i suoi beni, umiliato sua moglie, insidiato suo figlio. Il lettore prova quasi soddisfazione nel vedere Ulisse impugnare l’arco e ucciderli uno a uno. Tutto sembra giusto, tutto sembra proporzionato. Eppure proprio la civiltà greca, circa tre secoli dopo aver consegnato al mondo questo poema, compie un passo decisivo. È Atena a istituire un tribunale, l’Areopago, affidando ai giudici ciò che fino ad allora apparteneva alla violenza privata. È uno dei momenti fondativi della cultura occidentale: la giustizia sostituisce la vendetta, il processo prende il posto della ritorsione.
La grandezza della Grecia non consiste dunque nell’aver celebrato l’eroe vendicatore ma nell’aver compreso che neppure l’eroe può essere il modello ordinario della convivenza civile. Naturalmente tutto questo non significa negare il diritto alla legittima difesa. Difendersi da un’aggressione è un diritto fondamentale, riconosciuto da ogni ordinamento democratico. Ma la legittima difesa esiste proprio perché è delimitata. In fondo la storia della civiltà può essere letta come un progressivo trasferimento della forza dall’individuo alle istituzioni. All’inizio ciascuno difendeva da sé la propria famiglia, i propri beni, il proprio onore. Poi sono nati i tribunali, le leggi, la magistratura, le forze dell’ordine. Non perché gli uomini siano diventati meno coraggiosi ma perché hanno capito che nessuno può essere, nello stesso tempo, vittima, accusatore, giudice ed esecutore della pena.
È comprensibile immedesimarsi in chi ha subito una violenza. Sarebbe persino disumano non farlo. Ma una società matura non costruisce il diritto sulle emozioni del momento. Lo costruisce sulla consapevolezza che la sicurezza dei cittadini dipende anche dal fatto che la forza rimanga sottoposta alla legge. Forse è proprio questa la lezione che ci arriva, insieme, dall’Odissea e dalla storia della Grecia. Possiamo continuare ad ammirare Ulisse mentre tende il suo arco ma non dobbiamo dimenticare che la civiltà è andata oltre Ulisse. È diventata davvero adulta quando ha deciso che perfino la vendetta più comprensibile non poteva più essere l’ultima parola sulla giustizia.
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