
il Vangelo della Domenica – Il peso di chi nessuno ha preso a giornata
XXV Domenica del tempo ordinario (Anno A) Mt 20, 1-16 – 20 settembre 2026
Gesù racconta di un padrone che esce più volte durante il giorno per cercare operai per la sua vigna. Alcuni vengono chiamati all’alba, altri a metà mattina, altri ancora a mezzogiorno e nel pomeriggio ma ciò che colpisce maggiormente è l’ultima uscita, quando ormai sono circa le cinque: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». La risposta è semplice e dolorosa: «Perché nessuno ci ha presi a giornata» (Mt 20,7). Queste parole possono essere ascoltate come il grido reale, concreto, quotidiano di tante persone del nostro tempo. Certamente esiste il peso della giornata di chi lavora molto: responsabilità, scadenze, decisioni, impegni continui di un lavoro importante e gratificante che tuttavia consuma energie e obbliga a portare ogni giorno un carico pesante: Dio conosce quella fatica e non la sottovaluta. Ma esiste anche un’altra fatica, molto meno visibile: la fatica di chi non è stato “preso a giornata”. È il disoccupato che manda curriculum e non riceve risposta. È il giovane che ha studiato per anni e si ritrova a svolgere un lavoro che non ha nulla a che vedere con ciò per cui si è preparato. È l’immigrata che nel proprio paese insegnava all’università e qui si trova a dover fare la donna delle pulizie. È chi lavora poche ore e vorrebbe lavorarne di più, chi passa da un contratto precario all’altro, chi viene sistematicamente escluso dalle responsabilità che potrebbe assumersi. È anche chi subisce mobbing e ogni mattina entra nel luogo di lavoro sapendo che qualcuno cercherà di umiliarlo, isolarlo o fargli sentire di essere inutile.
A volte pensiamo che la persona veramente affaticata sia quella che può dire: «Non ho un minuto libero» ma Gesù con la sua parabola ci obbliga a guardare anche la fatica opposta: avere troppo tempo perché nessuno sembra aver bisogno di noi, restare sulla piazza mentre gli altri vengono scelti può essere persino più doloroso che lavorare sotto il sole. Perché alla stanchezza si aggiunge una domanda che tocca l’identità: perché nessuno sceglie me? forse perché non servo a nulla? Proprio qui che appare il volto del Padre. Il padrone della parabola non guarda gli ultimi dicendo: ormai è tardi, non vale più la pena: esce ancora, li cerca, parla con loro e soprattutto non li identifica con la loro inattività. Non dice: siete pigri. Ascolta invece la loro spiegazione: «Nessuno ci ha presi a giornata». Dio conosce la differenza tra non voler fare nulla e non avere ricevuto la possibilità di fare qualcosa. Conosce il peso delle capacità che non hanno trovato spazio, degli studi che sembrano non essere serviti, delle aspirazioni frustrate, del talento che nessuno riconosce. Conosce persino quella particolare sofferenza di chi un lavoro ce l’ha ma sente di vivere professionalmente molto al di sotto di ciò che potrebbe dare. Alla fine dunque il denaro dato anche agli ultimi dice qualcosa di veramente profondo. Il nostro valore non coincide con la nostra produttività. Agli occhi del Padre non valiamo quanto produciamo, quanto guadagniamo, quante persone dipendono da noi o quanto prestigioso sia il nostro mestiere. Prima ancora di essere lavoratori siamo figli.
Dio conosce «il peso della giornata» di chi ha lavorato dodici ore sotto il sole ma conosce anche il peso, diverso e forse più silenzioso, di chi quelle dodici ore le ha trascorse aspettando che qualcuno finalmente gli dicesse: «Va’ anche tu nella mia vigna».
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