Articoli / Blog / Il Vangelo degli amici | 03 Agosto 2026

Il Vangelo della Domenica – La tempesta che salva dalla superbia

XIX Domenica del tempo ordinario (Anno A) Mt 14, 22-33 – 9 agosto 2026

Il Vangelo di oogi (14,22-33) contiene un particolare sorprendente. Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù «costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva»: non li invita, non li consiglia, li costringe. È l’unica volta nei Vangeli in cui Gesù agisce così con i Dodici. Perché questa decisione tanto drastica?

La risposta ce la offre san Giovanni. Dopo il miracolo, la folla era entusiasta e voleva proclamare Gesù re (Gv 6,15). Se i discepoli fossero rimasti lì sarebbero stati inebriati da quel successo. Gesù li allontana, li sottrae al fascino del successo prima ancora ne vengano sedotti e li lascia in una notte che li avrebbe messi alla prova. Ecco infatti che appena si leva il vento contrario la loro sicurezza svanisce. Gli stessi uomini che poche ore prima avevano assistito a un miracolo straordinario e non temevano il trionfo vengono travolti dalla paura per un temporale su un lago. Pietro stesso, che pure ha il coraggio di uscire dalla barca, appena guarda il vento invece del Maestro comincia ad affondare. Qui emerge la vera malattia dei discepoli. La loro non è semplice paura. È una fede immatura mescolata a una grande fiducia nelle proprie capacità. Finché le cose funzionano, si sentono forti ma quando arriva la prova, scoprono che la loro forza è un’illusione. In fondo, la superbia e la paura sono due facce della stessa medaglia. Chi confida in se stesso finisce inevitabilmente per spaventarsi quando si accorge dei propri limiti. Solo chi confida in Cristo può attraversare la tempesta senza esserne travolto. Per questo Gesù non impedisce la burrasca. La permette, perché è la medicina che guarisce i suoi apostoli dall’autosufficienza. Il successo rischiava di convincerli di essere indispensabili; la tempesta insegna loro che senza di Lui non possono fare nulla così il cammino dei discepoli passa dall’entusiasmo del miracolo all’umiltà dell’adorazione. Il brano si conclude infatti con una professione di fede che nasce non dall’euforia del successo, ma dall’esperienza della propria fragilità: «Davvero tu sei il Figlio di Dio!».

Anche nella nostra vita il Signore, qualche volta ci “costringe” a lasciare situazioni nelle quali ci sentiamo forti, apprezzati e sicuri. Sul momento ci sembra incomprensibile. In realtà ci sta facendo un dono. Ci sottrae alla tentazione di credere che il bene dipenda da noi e ci conduce là dove possiamo riscoprire che la nostra forza non è nelle nostre qualità ma nella sua presenza. Solo allora impariamo davvero a camminare sulle acque, perché non ci appoggiamo più sulle nostre certezze ma sulla fedeltà di Cristo.

Foto di Joseph Barrientos su Unsplash

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