Articoli / Blog | 24 Ottobre 2026

Blog – Quando l’accusa diventa umiliazione

C’è una differenza profonda tra accusare una persona e umiliarla, una differenza che rischiamo di dimenticare, soprattutto quando la cronaca ci mette davanti a episodi di violenza giovanile. Il caso di un bambino di undici anni esposto al pubblico ludibrio dovrebbe farci riflettere non soltanto su ciò che quel bambino ha fatto ma soprattutto su ciò che noi adulti stiamo facendo a lui. Accusare significa dire a qualcuno: «Hai sbagliato e devi risponderne», umiliare significa dirgli: «tu sei il tuo errore e non meriti altro che il disprezzo». La prima cosa può essere necessaria, la seconda non lo è mai. L’accusa riguarda un comportamento, l’umiliazione investe l’identità della persona. L’accusa riconosce che esiste una responsabilità, l’umiliazione pretende di pronunciare una sentenza definitiva sull’essere umano. E quando quell’essere umano ha undici anni, la questione diventa ancora più grave.

Un bambino può compiere un gesto terribile: non si tratta di negare tutto ciò, di minimizzarlo o di cercare giustificazioni a ogni costo ma, proprio perché è un bambino, non possiamo dimenticare che la sua personalità è ancora in formazione. Un adulto che sbaglia ha alle spalle una storia, un bambino che sbaglia ha la storia soprattutto davanti a sé: esporlo al pubblico disprezzo correre il rischio di trasformare un comportamento in un destino. C’è qualcosa di profondamente contraddittorio in una società che denuncia la violenza dei ragazzi e poi reagisce esercitando su di essi la violenza subdola e sottile dell’umiliazione pubblica. Ci indigniamo perché un ragazzo ha infierito su qualcuno e poi, attraverso i social, infieriamo su di lui. Condanniamo il branco ma diventiamo branco. Naturalmente, non tutte le violenze sono uguali, però il meccanismo dell’umiliazione presenta una somiglianza inquietante: il bisogno di individuare qualcuno su cui scaricare la propria aggressività sentendosi legittimati a farlo. Educare non significa evitare a un ragazzo le conseguenze delle proprie azioni, significa fare in modo che quelle conseguenze gli insegnino qualcosa, non che lo distruggano. La punizione per sua natura ha un limite, l’umiliazione con la sua possibilità di protrarsi infinitamente nel tempo, non ne ha. Una pena può essere scontata: nell’epoca di internet, un massacro pubblico, può accompagnare una persona per tutta la vita. Ecco perché dovremmo essere infinitamente prudenti quando parliamo di minorenni. La domanda non è soltanto: «Che cosa merita questo ragazzo per quello che ha fatto?», la domanda è anche: «che cosa vogliamo che impari attraverso quest’errore?». Perché se vogliamo che diventi un adulto migliore dobbiamo lasciargli la possibilità di cambiare.

Una società civile non si riconosce soltanto dalla severità con cui condanna il male ma anche dalla capacità di distinguere il male dalla persona che lo ha commesso. E questo è straordinariamente più vero quando quella persona è un bambino.

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