
Blog – Usiamo il carrello: imparare a comprare per essere più liberi
Una delle piccole grandi competenze che dovremmo imparare nella vita è saper comprare. Sembra banale, ma non lo è affatto. Siamo educati a lavorare per guadagnare denaro, molto meno a capire come mai a fine mese non abbiamo più soldi sul conto. Una prima regola potrebbe essere semplicissima: usiamo il carrello. Vale per gli acquisti online, naturalmente, ma il principio può essere applicato praticamente a tutto. Vedo qualcosa che mi piace? Invece di comprarla immediatamente, la metto – anche idealmente – nel carrello. Lascio passare qualche ora, magari un giorno o due. Poi torno a guardarla. La voglio ancora? È sorprendente scoprire quante cose, dopo ventiquattr’ore, non ci interessino quasi più. Non perché fossero brutte o inutili, ma perché quello che desideravamo veramente non era l’oggetto: era la sensazione provocata dall’acquisto. Ed è qui che bisogna imparare la fondamentale distinzione tra piacere e gioia. Il piacere dell’acquisto è immediato. Vedo, desidero, clicco, compro. Per qualche minuto provo una piccola eccitazione: mi sono regalato qualcosa, possiedo qualcosa di nuovo, aspetto che arrivi il pacco. È la famosa “scossa dopaminica”. Non c’è necessariamente nulla di male. Il problema nasce quando cominciamo a comprare soprattutto per procurarci quella sensazione perché quella sensazione dura pochissimo. La gioia funziona diversamente. Il piacere consuma, la gioia costruisce. Un acquisto orientato alla gioia entra dentro un progetto. Compro un buon paio di scarpe perché voglio camminare di più. Compro un libro perché voglio studiare un argomento che mi interessa. Compro un biglietto perché voglio fare un viaggio. Cambio un mobile perché voglio rendere più bella e abitabile la mia casa. Spendo per una cena perché desidero trascorrere del tempo con qualcuno a cui voglio bene. L’oggetto, in questi casi, non è il fine. È uno strumento. E allora la domanda da farsi davanti a un acquisto non dovrebbe essere soltanto: «Posso permettermelo?» ma soprattutto: «A quale progetto appartiene?» Se non sappiamo rispondere, forse è meglio lasciarlo ancora un po’ nel carrello.
E c’è un secondo aspetto, forse ancora più importante: educarci a percepire il denaro. Il denaro è una realtà stranissima. Tutti sappiamo contarlo, ma non necessariamente sappiamo valutarlo. Possiamo perdere dieci minuti al supermercato per decidere se comprare un prodotto che costa 3,20 euro oppure quello che costa 3,80. Confrontiamo il prezzo al chilo, studiamo le offerte, ci chiediamo se quei sessanta centesimi siano giustificati. Poi magari viviamo per anni in una casa che costa alcune centinaia di euro al mese più di quanto sarebbe necessario, senza prendere seriamente in considerazione trasferirci altrove cambiarebbe radicalmente la nostra situazione economica e quindi la qualità della nostra vita. Il problema è di prospettiva. Sessanta centesimi li vediamo. Trecento euro al mese spesso no. Perché i sessanta centesimi sono davanti ai nostri occhi, sull’etichetta del supermercato. I trecento euro sono nascosti dentro un’abitudine. E le abitudini hanno una caratteristica pericolosa: dopo un po’ smettiamo di considerarle delle scelte. Eppure trecento euro al mese sono 3.600 euro all’anno. In cinque anni diventano 18.000 euro. Improvvisamente ciò che sembrava soltanto «il mio affitto» diventa una decisione economica enorme. Lo stesso ragionamento vale per molte altre cose: automobili, abbonamenti, assicurazioni, utenze, vacanze, ristoranti, mezzi di trasporto. Siamo spesso attentissimi alle piccole spese visibili e stranamente distratti davanti alle grandi spese strutturali.
Educarsi al denaro significa allora imparare a cambiare scala. Non è diventare tirchi né trasformare ogni piacere in un calcolo. Al contrario: significa decidere dove vogliamo essere generosi e dove invece stiamo semplicemente sprecando risorse per inerzia. Risparmiare un euro non è necessariamente una virtù. Spendere cento euro non è necessariamente uno spreco. Dipende da ciò che stiamo costruendo. Posso spendere pochissimo e vivere senza alcun progetto. Posso spendere molto per qualcosa che cambia realmente la mia vita. La maturità economica consiste proprio nel riconoscere questa differenza. Per questo il carrello è un buon esercizio. Mettere qualcosa nel carrello significa introdurre una distanza tra desiderio e decisione. E in quella distanza può entrare una domanda: questa cosa mi procura soltanto una piccola scarica di piacere oppure contribuisce a qualcosa che desidero veramente? È una forma elementare di libertà. Potremmo perfino abituarci a immaginare un grande «carrello della vita». Dentro non ci sono soltanto oggetti, ma progetti: una casa diversa, un viaggio, un corso, una maggiore sicurezza economica, del tempo libero, un’attività che desideriamo iniziare, un aiuto che vogliamo dare a qualcuno. A quel punto il denaro cambia significato. Non è più soltanto qualcosa che entra e che esce dal conto corrente. Diventa tempo, possibilità, libertà, progetto.E forse imparare a comprare significa proprio questo: smettere di domandarci continuamente che cosa possiamo acquistare oggi e cominciare a chiederci che cosa vogliamo costruire domani.
Foto di Karsten Winegeart su Unsplash
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