
Lettere di Renato Pierri – La scrittrice Stefania Perna parla di santità sul blog ” Come Gesù”
La scrittrice Stefania Perna, sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi, parla di santità in questi termini (riporto solo alcune righe):
«Una persona mi tratta male. Per me è una morte. Mi sento morire di rabbia per l’ingiusto trattamento! Ed ecco che mi inginocchio nella mia stanza (o nella stanza del cuore) e dico: “ Questa cosa la vivo con Te e te la offro” . In quel momento è come se ci si alzasse in volo dalla terra verso il cielo: la difficoltà, la croce… ».
C’è un po’ di esagerazione nella “morte” a seguito di ingiusto trattamento, ma non ha importanza. Ciò che non si comprende bene è il senso dell’offerta a Dio. Che cosa offriamo a Dio? La rabbia? La sofferenza? Poiché Gesù spesso paragona il Padre a un padre terreno, facciamolo anche noi. Un figlio è molto malato in ospedale. Il padre va da lui con tanta pena nel cuore, e il figlio gli dice: “Babbo mio, offro a te questa mia sofferenza, magari anche la vita. Sei contento?”. Che cosa può pensare il caro babbo suo se non che il figlio sta delirando? L’unico senso che possiamo dare all’offerta, è il sacrificio nel sopportare l’ingiustizia senza vendicarsi, senza adirarsi troppo. Sacrificio che risponde alla volontà di Dio. Voleva dire questo Stefania Perna? Forse.
Ma siamo certi che sia questa la santità? Basta rinunciare a fare il male quando si scoppia di rabbia, per essere santi? Basta questo per volare verso il cielo? Mah!
Andiamo avanti, con la conclusione: «In fondo il segreto della santità è nelle parole di Gesù: “Nessuno mi toglie la vita, sono io che la offro”». Il segreto della santità? Della santità di Gesù, o della santità degli uomini? L’offerta della vita da parte di Gesù, aveva un fine preciso: la salvezza degli uomini. L’offerta di chi rinuncia all’odio può avere il solo fine della propria salvezza.
Un’altra profonda riflessione: “I santi sono quelli che davanti ad ogni tipo di difficoltà che “ ti toglie la vita” (incomprensioni, malattie, etc) hanno deciso piuttosto di assumerla liberamente per offrirla”.
Intanto manca un “anche”: “I santi sono anche quelli che… “. Ma che significa offrire a Dio la vita, offrire le proprie sofferenze? Mah! Forse anche qui la scrittrice vuol dire che per fare la volontà di Dio ci si rassegna alla inevitabile sofferenza e anche alla morte, senza ribellione, senza prendersela con Dio e col mondo. Ma basta questo per essere santi? Basta questo per il grande volo verso il cielo?
Ancora: «Il santo è uno “totalmente preso” dal desiderio di dare tutto a Dio, soprattutto la sua libertà».
Questa sarebbe una giusta riflessione se Stefania Perna avesse spiegato in che modo una persona può dare tutto a Dio. Lasciamo che ce lo dica Gesù: “Se dunque io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Questo è l’unico modo per dare tutto a Dio: adoperarsi per sue creature. “Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, ero pellegrino e mi ospitaste… “. Da ciò che ha scritto, Stefania Perna non sembra per niente intendere questo.
La sofferenza in sé, la morte in sé, la croce in sé, non sono sufficienti a fare la santità, neppure se le “offriamo” al Signore. Se poi le sofferenze ce le andiamo a cercare per “offrirle” al Signore, se ci infliggiamo tormenti per “offrirli” al Signore, non siamo santi, ma solo degli sciocchi. Folli, se pensiamo che i tormenti ce li infligga il Signore.
Renato Pierri
