Articoli / Blog | 30 Ottobre 2026

Blog – La disuguaglianza che genera violenza

Milano e Parigi sono state due delle città nelle quali i disordini e le violenze sociali di questi giorni hanno assunto particolare evidenza. Forse non è un caso che si tratti di due grandi metropoli segnate da forti disuguaglianze economiche e sociali, dove la distanza tra chi possiede moltissimo e chi possiede pochissimo è particolarmente visibile. Da qui nasce una domanda: che cosa produce la disuguaglianza economica nella mente e nel cuore delle persone? Siamo abituati a pensare che il disagio sociale e la violenza siano soprattutto conseguenze della povertà. Ma le cose sono più complesse. Non conta soltanto quanto si possiede, ma anche quanto si possiede rispetto agli altri. Non è soltanto la mancanza di beni a pesare, ma la percezione della distanza che ci separa da chi ha molto più di noi.

In realtà il Pil considerato in astratto ha pochissimo a che vedere con la felicità percepita. Gli Stati Uniti in termini assoluti sono molto più ricchi della Norvegia o del Giappone o della Svezia eppure se valutiamo il livello di violenza percepita e di violenza oggettiva attraverso indicatori come omicidi, aggressioni, popolazione carceraria, gravidanze adolescenziali, fiducia reciproca, violenza dei giovani, risultati scolastici dei bambini, obesità, uso di sostanze, alcol, ecc. vediamo che i paesi dove la diseguaglianza economica è maggiore stanno assolutamente peggio. La variabile che spiega tutto ciò non è la povertà ma la disuguaglianza economica, ovvero quanto è ripida la scala sociale tra chi è più ricco (pochi) e chi è più povero (tanti). In Giappone e nei Paesi scandinavi il 20% più ricco guadagna circa quattro volte più del 20% più povero. Negli Stati Uniti, invece, siamo oltre le otto volte. Si ha conferma di tutto ciò facendo la stessa ricerca all’interno degli stati americani. Gli stati dove la diseguaglianza è più forte hanno più disagio sociale. Le persone con reddito uguale, in un paese equo stanno meglio rispetto a dove c’è più disuguaglianza. In realtà è qualcosa che viviamo tutti i giorni senza dargli troppo peso. Pensiamo ad un’estate torrida con uffici senza aria condizionata. È facile immaginare cosa cambierebbe se tutti soffrissero lo stesso caldo o invece se pochissimi – magari i dirigenti – avessero l’aria condizionata. Non c’è bisogno di spiegare perché nel secondo caso ci sarebbe un enorme scontento. È il motivo per cui, da millenni, le società dove le élite hanno privilegi costruiscono per queste ultime luoghi e reti relazionali diversi e separati, lontani da chi soffre e magari offrendo anche “spiegazioni” religiose o ideologiche più o meno soddisfacenti a giustificare lo status quo.

L’uomo è un animale sociale gerarchico. Ci siamo evoluti in piccoli gruppi in cui la posizione nel gruppo è questione di vita o di morte. Chi sta in basso mangia per ultimo, si riproduce meno e viene lasciato indietro quindi il nostro cervello ha un sistema di funzionamento per cui monitora continuamente e reagisce rispetto alla posizione sociale nella quale si trova: la minaccia di essere giudicato, punito, escluso, mandato via. La disuguaglianza economica, dunque, non produce soltanto differenze nelle condizioni materiali di vita, ma alimenta un senso di inferiorità, esclusione e ingiustizia che può trasformarsi in rabbia e violenza. Per questo, se vogliamo comprendere e affrontare il disagio sociale, non basta combattere la povertà: dobbiamo soprattutto ridurre le distanze tra le persone, perché una società nella quale pochi vivono molto meglio degli altri finisce per diventare una società nella quale tutti vivono peggio.

I commenti sono chiusi.