Articoli / Blog / Il Vangelo degli amici | 26 Ottobre 2026

Il Vangelo della Domenica – La felicità di donare la vita

XXXI Domenica del tempo ordinario (Anno A) Mt 5,1-12a – 1 novembre 2026

La prima delle Beatitudini non è semplicemente la prima di un elenco. È quella che contiene tutte le altre, perché indica la radice della felicità che Gesù è venuto a portare nel mondo. Tutte le Beatitudini, infatti, descrivono modi diversi di vivere quella povertà di spirito che rende l’uomo capace di amare come ama Dio. Non è casuale che Matteo introduca il discorso delle Beatitudini raccontando che Gesù «salì sul monte» (Mt 5,1). Nella tradizione biblica il monte è il luogo privilegiato dell’incontro con Dio, lo spazio simbolico nel quale la terra si avvicina al cielo. Salire sul monte significa dunque, in questo contesto, essere introdotti nella dimensione del regno dei cieli. Non si tratta di abbandonare la terra per raggiungere un altro mondo, ma di scoprire che, con Gesù, il cielo è già entrato nella storia degli uomini. Il monte delle Beatitudini diventa così il luogo nel quale Gesù rivela come sia possibile vivere fin da ora nel regno di Dio.

Per comprendere queste parole bisogna innanzitutto chiarire che cosa significhi «regno dei cieli». Gesù non sta parlando semplicemente di una felicità che arriverà dopo la morte, come se la vita presente fosse soltanto un tempo di attesa e di sofferenza, destinato a essere ricompensato nell’aldilà. Il regno dei cieli non è il regno nei cieli. È il regno di Dio, cioè la presenza di Dio che, con la venuta di Gesù Cristo, è già entrata nella storia umana. Naturalmente questo regno raggiungerà la sua pienezza nella vita eterna, ma comincia già qui, sulla terra. Non a caso Gesù dice «di essi è il regno dei cieli», usando il presente. Non promette soltanto qualcosa che i poveri in spirito riceveranno un giorno: afferma che già adesso appartiene loro una realtà nuova, un modo nuovo di vivere, di amare e di essere felici. Ma chi sono i poveri in spirito? Non sono semplicemente coloro che non possiedono beni materiali. E non sono neppure coloro che disprezzano la ricchezza, le capacità, il successo o le cose belle della vita. La povertà di spirito non consiste nel non avere nulla, ma nel non considerare ciò che si possiede come qualcosa da trattenere esclusivamente per sé. Il povero in spirito è colui che riconosce di aver ricevuto tutto come un dono e che, proprio per questo, desidera trasformare ciò che possiede in un dono per gli altri. La ricchezza, in questo senso, non è soltanto quella economica. È anche l’intelligenza, la cultura, il tempo, la salute, la bellezza, la competenza professionale, la capacità di ascoltare, di comprendere, di consolare. Ognuno possiede qualcosa che può rendere più felice la vita di un’altra persona.

Essere poveri in spirito significa dunque mettere questa ricchezza a disposizione degli altri, per quanto è possibile, senza pretendere di conservarla gelosamente per sé. Non significa necessariamente rinunciare alla proprietà dei propri beni, ma rinunciare a considerarsi proprietari assoluti di ciò che si è e di ciò che si ha. Ed è proprio qui che la prima Beatitudine rivela la sua profondità perché il povero in spirito in questo modo partecipa realmente alla paternità di Dio. Dio è Padre perché dona la vita. Non trattiene la vita per sé, ma la comunica. Tutto ciò che esiste nasce dal suo amore, e tutto ciò che vive continua a esistere grazie a questo amore. Quando una persona utilizza la propria ricchezza per rendere più felice un’altra persona, compie qualcosa che assomiglia profondamente all’azione di Dio Padre. Non crea la vita dal nulla, come soltanto Dio può fare, ma contribuisce a farla crescere, a renderla più piena, più bella, più umana. Chi, per esempio, dona il proprio tempo anche a una sola persona, in qualche modo le dona vita. Chi mette la propria intelligenza al servizio degli altri dona vita. Chi condivide il proprio denaro con chi ne ha bisogno dona vita. Chi insegna, cura, consola, incoraggia, perdona, dona qualcosa della propria vita perché la vita degli altri diventi

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