
Blog – Luca e Kelvin, samaritani della notte
Nella notte torinese di alcuni giorni fa si è consumata una scena che richiama da vicino la parabola evangelica del Buon Samaritano. Davide, un giovane caduto dalla bicicletta probabilmente a causa di un malore, è rimasto a terra mentre diversi passanti proseguivano oltre, qualcuno arrivando persino a derubarlo. A interrompere quella sequenza di indifferenza sono stati Luca e Kelvin, due uomini che stavano semplicemente tornando dal lavoro. Non medici, non soccorritori professionisti, non eroi. Persone stanche, con la mente già rivolta a casa e al riposo. Eppure si sono fermati. Hanno prestato aiuto, hanno toccato quel corpo ferito, e successivamente morto.
Nel racconto evangelico Gesù non specifica il motivo del viaggio del samaritano. Ma dal modo in cui si comporta si intuisce che fosse un uomo abituato al lavoro e alla concretezza: conosce il valore del denaro, tratta con l’albergatore in termini di debito e di credito, affida il ferito a una struttura organizzata. Non sta facendo volontariato, sta andando da qualche parte. Eppure, lungo la strada, riconosce nel ferito qualcuno simile a sé. Si ferma e si chiede implicitamente: “Se fossi io in quella condizione, come vorrei essere trattato?”.
È la stessa logica che muove chi salva un uomo in mare o chi interrompe il proprio cammino per soccorrere un estraneo. Luca e Kelvin arrivano dalla fatica quotidiana, come il samaritano della parabola. Ed è proprio questo a rendere il loro gesto più significativo: dimostra che la misericordia non nasce fuori dalla vita reale, ma dentro la routine, dentro la stanchezza, dentro il ritorno a casa. La domanda che questo episodio lascia aperta è semplice e scomoda: che tipo di passanti siamo? Ogni giorno, lungo le nostre strade, incontriamo persone “vive a metà”: ferite, sole, fragili. È lì che si decide se tirare dritto o fermarsi. Luca e Kelvin non hanno compiuto un’azione straordinaria. Hanno compiuto un gesto umano. Ma è proprio questa umanità, oggi, a sembrare straordinaria.
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