Blog / Don Massimiliano Nastasi | 04 Aprile 2020

Don Massimiliano Nastasi – Riflessioni sulla Domenica delle Palme e della Passione del Signore / A

Is 50, 4-7  ⌘  Sal 21   Fil 2, 6-11   Mt 26, 14 – 27, 66

L’ultima domenica del tempo di quaresima può essere considerata come culmine del cammino di Gesù verso Gerusalemme e dell’itinerario catecumenale dove il Signore ha cambiato la vita della Samaritana, del cieco nato e dell’amico Lazzaro, immagini dell’umanità redenta dall’acqua e dallo Spirito.

Gesù non scrisse un racconto della sua passione, come non lo scrisse nessun testimone oculare. A nostra disposizione, invece, abbiamo quattro racconti differenti, redatti nei vangeli in un arco di tempo che va da trenta a oltre settant’anni, ciascuno dei quali è dipendente da una tradizione tramandata da una o più generazioni intercorse. Infatti, «la consegna di Gesù alla passione rimane un mistero e per tal motivo è impossibile costringere dentro un sistema coerente la varietà dei fattori in gioco» [H.U. Von Balthasar, Teologia dei tre giorni, Queriniana, Brescia, 201710, 102].

Ogni evangelista, perciò, ha organizzato il materiale in modo da offrire una diversa esposizione: una generale somiglianza nella sequenza narrativa, ma una considerevole differenza di contenuto: «non penso che gli stessi evangelisti siano stati testimoni oculari della passione, né ritengo che le memorie su Gesù dei testimoni oculari siano giunte agli evangelisti senza una rielaborazione ed una evoluzione considerevole. Tuttavia, se risaliamo dai racconti evangelici a Gesù stesso, vi furono alla fine testimoni oculari ed auricolari che si trovarono nella condizione di conoscere il canovaccio generale della passione» [R.E. Brown, La morte del Messia. Un commentario ai Racconti della Passione nei quattro vangeli, Queriniana, Brescia, 20032, 32].

La passione di Matteo trova affinità con quella di Marco nel presentare Gesù abbandonato dai suoi discepoli che deve affrontare da solo la sua ora, vivendo la croce in una maniera particolarmente angosciante, come riporta un’antica lettera: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì» (Eb 5,8). Entrambi hanno un processo giudaico e romano che accusano il Maestro con una falsa testimonianza di voler distruggere il tempio e di farsi re, come riporta la scritta sulla croce: «Costui è Gesù, il re dei Giudei» (Mc 15,26; Mt 27,36). Tuttavia, è proprio in questo momento che si dimostrano vere le sue varie profezie sui suoi discepoli, specialmente su Giuda (e Pietro in Marco). Entrambi, poi, presentano Pilato consapevole che gli è stato consegnato per invidia (in Matteo, sa che è un uomo giusto); eppure egli rilascia un criminale e consegna Gesù alla crocifissione, autorizzando i soldati a flagellarlo, schernirlo e bistrattarlo come Re dei Giudei. E sotto la croce, infine, non c’è nessun amico o sostenitore; anzi, i tre gruppi degli astanti (tra cui alcuni dei passanti che non avrebbero dovuto aver niente contro di lui) lo scherniscono in base alle accuse del processo giudaico e romano. Ma certamente la differenza più importante rispetto a Marco è «l’introduzione nel racconto della passione dell’ossessivo problema della responsabilità, espresso icasticamente nell’espressione veterotestamentaria della colpa del sangue dell’innocente che viene condannato ingiustamente a morte» [R.E. Brown, La morte del Messia, cit., 49].

L’evangelista Matteo, scrivendo ad una comunità in prevalenza giudea di lingua ellenista che conosce l’importanza del rito sacrificale, può caratterizzare il suo racconto della passione sul tema del sangue secondo le parole della Lettera agli Ebrei: «Senza spargimento di sangue non esiste perdono» (Eb 9,22). Da qui all’espressione veterotestamentaria della colpa del sangue dell’innocente che viene condannato ingiustamente a morte nelle scene esclusivamente matteane.

L’esperienza di Gesù, infatti, se da un punto di vista esteriore non è stato un sacrificio – condannato per blastemia da un tribunale religioso perché pretendeva di essere Dio e dai Romani ucciso come rivoluzionario politico – per i suoi discepoli, dopo la resurrezione, esso rappresenta un autentico sacrificio: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28). Un sangue versato che prende avvio dal tradimento di Giuda che, successivamente l’aver consegnato il Maestro alle autorità giudaiche, si pente con queste parole: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente» (Mt 27,4). Egli consegna Gesù per due fini: affinché egli si manifesti alle autorità e così iniziare la sua grande opera di liberazione, e «per amore del suo popolo (per evitare un intervento dei romani). L’uccisione di Gesù non vi era affatto collegata in modo automatico. Questa conseguenza diretta su Gesù viene vista solo ora da Giuda, a ragione» [K. Berger, Commentario al Nuovo Testamento. I. Vangeli e Atti degli apostoli, Queriniana, Brescia 2014, 147]. Così «vedendo che Gesù era stato condannato» (Mt 27,3), comprende il suo errore, consegnando una vittima senza macchia e senza «qualche difetto» (Lv 22,20).  

La lettura della passione di Matteo come nuovo e definitivo sacrificio di espiazione è data ancora dalla scelta non casuale tra Barabba e Gesù, due figure messianiche che si confrontano – Bar-Addas significa “figlio del padre”, una tipica denominazione messianica del nome Gesù Barabba; Gesù figlio del padre – ; «La scelta è quindi tra un messia che capeggia una lotta, che promette libertà e il suo proprio regno, e questo misterioso Gesù, che annuncia come via alla vita il perdere se stessi» [Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, 64]. Una scena che vede nei due personaggi un richiamo al rito dei due capri previsto per il giorno dell’Espiazione (Yom Kippur): «Poi prenderà i due capri e li farà stare davanti al Signore all’ingresso della tenda del convegno e getterà le sorti sui due capri: un capro destinato al Signore e l’altro ad Azazèl» (Lv 16,7-8), come ci ricorda Origene nelle sue Omelie sul Levitico e la Lettera di Barnaba del 70-132:

«“Prendete due capri belli e uguali, offriteli, e il sacerdote prenda uno di quelli come olocausto per i peccati”. E dell’altro che faranno? Maledetto, dice, sarà uno. Attenzione a come viene rivelata la figura di Gesù. “E tutti sputate su quello, trafiggetelo e ponete intorno al suo capo la lana rossa, e così sia cacciato nel deserto”. Così è avvenuto. Chi porta il capro lo conduce nel deserto, gli toglie la lana rossa e la pone sopra un cespuglio chiamato rovo, di cui usiamo mangiare i frutti quando li troviamo in campagna; solo i frutti del rovo sono così dolci. Che significa questo? Attenzione: “L’uno (dei due capri) sarà portato sull’altare, l’altro sarà maledetto”; e perché quello maledetto viene coronato? Perché un giorno lo vedranno con la veste rossa intorno al corpo e diranno: non è colui che abbiamo crocifisso, oltraggiato e sputacchiato? Veramente era lui che allora diceva di essere Figlio di Dio. Come mai è simile all’altro? Per questo (è scritto) capri simili, belli, uguali, perché quando i malvagi lo vedranno venire, siano colpiti dalla somiglianza del capro. Ecco la figura di Gesù che doveva patire».

 

Pilato, anche grazie al sogno della moglie che lo avverte di «non avere a che fare con quel giusto» (Mt 27,19), teatralmente si lava le mani davanti alla folla dicendo di non essere «responsabile di questo sangue» (Mt 27,24), provocando così la risposta di tutto il popolo: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli» (Mt 27,25). Esse non sono persone assetate di sangue, né senza cuore; infatti sono convinti che Gesù è un bestemmiatore, come il sinedrio lo ha giudicato. Ora, «nella prospettiva di Matteo, ironicamente esse sono le uniche che alla fine hanno accettato la responsabilità, mentre tutti gli altri hanno tentato di evitarla. Gesù è innocente; per Matteo questo significa che Dio ha fatto o farà ricadere il suo sangue su tutti quelli coinvolti; tra questi, assai sicuramente c’è “tutto il popolo”, che ha accettato la responsabilità» [R.E. Brown, La morte del Messia, cit., 947]. L’evangelista non intende maledire i giudei, né alimentare l’antisemitismo, né suggerire che ogni generazione avrebbe pagato con il sangue. Tuttavia, là dove la punizione viene attribuita a Dio, c’è sempre ineludibilmente la sovranità di Dio nel perdonare e interrompere la catena di responsabilità vista come colpa.

In questa domenica contempliamo la croce che è soprattutto giudizio divino sul «peccato» (2Cor 5,21), ricapitolato, manifestato e patito nel Figlio; anzi «tutta la missione del Figlio è avvenuta nella “carne peccatrice” perché “il peccato potesse essere condannato (katakrínein) nella sua carne” (Rm 8,3)» [H.U. Von Balthasar, Teologia dei tre giorni, cit., 109]. Gesù «muore tra i dolori, donando se stesso al Padre e all’umanità tutta. Muore con lucidità, con fortezza, con immenso amore, umanamente inconcepibile» [L. Pacomio, Gesù. 37 anni che cambiarono la storia, Piemme, Casale Monferrato (AL) 20004, 248]; come perfetto sacrificio che «ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10,14) attraverso il suo sangue che «è versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28).

 

 

Nato a Roma il 2 aprile 1976, sacerdote diocesano. Dottore in Teologia, dopo l’insegnamento IRC e gli studi a Milano e Roma, fino al 2015 è stato Vice Preside dell’Istituto Teologico Diocesano e Direttore dell’Ufficio Catechistico di Mondovì. Ha approfondito Archeologia e Geografia a Gerusalemme e attualmente è Docente di Cristologia presso Istituto Superiore di Scienze Religiose “Ecclesia Mater” della Pontificia Università Lateranense, Guida Biblica per l’Opera Romana Pellegrinaggi e Vicario Parrocchiale di Santa Caterina da Siena in Roma. Autore dei saggi “La cristologia adamitica nella concezione agostiniana. Alla scoperta di un’antropologia della redenzione” (Edizioni Sant’Antonio, Padova 2019) e “La questione del soprannaturale nella concezione agostiniana. Riflessione all’opera De natura et gratia di Agostino d’Ippona” (Edizioni Sant’Antonio, Padova, 2019)