Blog / Nicola Sparvieri | 27 Marzo 2020

Le Lettere di Nicola Sparvieri – La famiglia numerosa come stile di vita. Perché la società la combatte spietatamente?

La famiglia è un sistema efficientissimo per assicurare tutte le cose più importanti della vita: la gestione condivisa dei beni, il sostentamento del cibo, la sessualità, la cultura e l’educazione. Inoltre ci sono legami di parentela con le generazioni viventi, i nonni ed eventualmente gli zii e i cugini, e anche il culto degli antenati. Tutto questo crea la memoria storica delle radici di ciascuno che è alla base della formazione e del contesto vitale di qualunque individuo. Il legame che si crea è permanente e profondissimo e quando una famiglia è anche numerosa tali effetti benefici vengono amplificati. Si apprende la convivenza e il concetto di fratellanza (senza fratelli come potremmo formarcelo?) l’esigenza di condividere e di sapersi adattare e, soprattutto, imparare le relazioni umane e i propri limiti, che sono il fondamento sia della vita sociale che individuale.

Naturalmente non tutto è facile in una famiglia numerosa e le normali risorse di una famiglia devono essere suddivise e razionate e, nella generalità dei casi, la vita diventa più dura. Aggiungiamo a questo il fatto che in Italia la politica della famiglia è sempre stata praticamente inesistente nei governi di qualunque colore politico, nonostante le lamentele sull’aumento dell’invecchiamento medio della popolazione. Questo è in effetti ben vissuto sulla pelle di chiunque quotidianamente debba lottare per assicurare il sostentamento materiale di una famiglia numerosa ma anche nell’andare controcorrente in un contesto sociale (ad esempio negli ambienti scolastici dei figli) in cui chi ha tanti figli è poco più che sprovveduto o almeno incosciente. Quindi oltre che avere fatiche materiali moltiplicate, chi ha tanti figli se la deve vedere anche con chi lo tratta da sempliciotto o pazzo esaltato. È chiaro che scegliere di avere tanti figli implica che si potrà disporre di minori risorse per beni “superflui” o di lusso. Si avranno meno cose e vacanze in tono più dimesso. In compenso però la casa sarà sempre viva e genuina pur nei suoi problemi e nei suoi strilli. Chi la vive si sente partecipe di un grande disegno che lo supera e che lo porta a pensare che in ogni caso ne valeva la pena.

Ma come mai oggi avere una famiglia numerosa non è tra gli obiettivi di chi si sposa? Io sono convinto che tutto questo ha, ovviamente, ragioni precise e spiegazioni puntuali. Intanto cominciamo a considerare che il modo con cui pensiamo alla famiglia oggi nell’Occidente è il risultato di un processo storico che ha coinvolto cultura, politica, economia e architetture sociali. Gli aspetti contemporanei della famiglia risentono dell’Illuminismo e della Rivoluzione industriale che hanno provocato un innalzamento dell’aspettativa di vita e dell’età al matrimonio. Inoltre oggi ci sono delle tendenze di lotta esplicita all’aumento demografico di tipo neo-malthusiano che considerano la famiglia numerosa di tipo tradizionale un ostacolo da combattere. Questo ha contribuito a determinare la presenza di politiche tendenti a scoraggiare le nascite e a favorire nuove tendenze culturali alternative.

La teoria demografica di Malthus ispirò vari intellettuali e originò la corrente del malthusianesimo che sostenne il ricorso al controllo delle nascite per impedire l’impoverimento dell’umanità. Le sue idee furono riprese intorno al 1920 da Margaret Sanger, negli USA, che fondò la Planned Parenthood. Avanzava l’ipotesi che l’esplosione demografica mondiale era uno dei motivi della fame nel mondo, e dunque si decise che parte dei fondi destinati agli aiuti alimentari fossero investiti nell’ambito dei programmi di pianificazione familiare.

In quegli anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) mise a punto un progetto per limitare a livello sociale la fertilità. Venne così elaborata una proposta suddivisa in tre parti. La prima parte ad “impatto universale” era basata su una destrutturazione della famiglia. La seconda ad “impatto selettivo” su deterrenti economici con un meccanismo che consentiva maggiore natalità ai ricchi. La terza parte si basava sul “controllo sociale” attraverso estensione dei metodi di contraccezione ed aborto. Tutto questo potrebbe sembrare la “solita follia complottista” ma invece è un fatto documentabile. Chi ha buona memoria noterà che, dal 1969 ad oggi molte di queste misure sono state introdotte nella legislazione di molti paesi sviluppati. Questa tendenza neo-malthusiana, operante a livello globale, ha inciso sui governi e sulle usanze globali, introducendo nuovi valori. Ad esempio esistono oggi correnti in ambito ONU (ma anche nella UE) con una visione anti natalista. Questo ha favorito il riconoscimento giuridico di nuove forme matrimoniali e di unione civile da un lato ma anche di unioni tra omosessuali dell’altra, che sono del tutto rispettabili, ma indubbiamente non proprio in linea con una idea di famiglia numerosa tradizionale.

Quella che viviamo oggi è una tendenza, direi naturale, che è sempre stata presente nel corso della storia e cioè che la società detta le regole di come deve essere strutturata la famiglia e tende a volerne modificare la struttura e le funzioni. Infatti è interessante notare che, nel corso dei secoli, il tipo di struttura familiare ha determinato il tipo di matrimonio da adottare e non viceversa. Il punto centrale della questione è dunque il tipo di famiglia di cui la società ha di volta in volta bisogno e non la forma matrimoniale che può essere ad esempio monogama o poligama o addirittura di tipo diverso. Ad esempio nell’antichità la specie umana ha dovuto compensare, come tutte le altre specie presenti sul pianeta, il basso tasso di aspettativa di vita con uno sforzo verso una intensa natalità. Questo ha provocato l’esigenza che un solo uomo potesse contemporaneamente rendere gravide più donne e, di conseguenza, un matrimonio poligamo, costituito da un uomo che sposa più donne. Questo modello è stato diffuso, presso le civiltà di origine semitica quali fenici, ebrei e arabi. A questo argomento ha fatto da contraltare, nelle culture greche e romane, l’esigenza di avere certezza di una “purezza di discendenza” di un casato che determinava la necessità di un matrimonio monogamo. Appartenere a una “gens” romana consentiva peso e prestigio nell’esercizio del potere e delle magistrature nella società civile e al “pater familias” completo potere all’interno della famiglia sia sulla prole (naturale o adottata) che sugli schiavi. Successivamente il matrimonio cristiano monogamo ha incarnato il modello di famiglia numerosa tradizionale che è arrivato fino a noi.

Come si può vedere qui il punto non è sostenere in maniera assoluta il primato di una forma rispetto ad un’altra, magari appellandosi a una motivazione debole come quella basata sul diritto naturale. Io ritengo che si possa anche accettare quella forma di relativismo che spiega che il tipo di famiglia sia definito da quello di cui la società ha bisogno seguendo i bisogni demografici (al ribasso o al rialzo) o l’impatto economico e culturale delle congiunture particolari del tempo che si stia vivendo. Non credo si debba aver paura di queste considerazioni.

Non credo neanche che si possa considerare il problema demografico come la stella polare che debba determinare rigidamente ogni nostra scelta sull’argomento, quasi fosse una scienza esatta. Sappiamo bene che si può ampiamente sostenere che le risorse alimentari che il pianeta può offrire sono ben lontane dall’essere esauribili per il prossimo secolo anche considerando il tasso di crescita della popolazione attuale. Penso che dobbiamo smettere di considerare estrapolazioni pseudo scientifiche quasi fossero un dogma di religione mentre a volte sono solo espressioni di gruppi di interesse economico. Inoltre non sappiamo ancora cosa le nuove scoperte del futuro possano consentirci di aggiungere all’insieme delle risorse del pianeta. Piuttosto dobbiamo correggere la nostra politica dei consumi e degli sprechi e questo, oltre che sulla questione demografica, avrebbe impatti positivi anche sul clima globale e sulla suddivisione mondiale in poveri e ricchi.

Per concludere diciamo che alcuni motivi per cui la società civile di oggi non vede di buon occhio il proliferare di famiglie numerose di tipo tradizionale li abbiamo considerati e abbiamo anche constatato che non solo nella nostra ma in qualunque epoca la società civile ha dettato le sue condizioni alla famiglia che si è uniformata al mainstream. Oggi la tendenza è quella di avere strutture familiari deboli, che possano spezzarsi e riformarsi con facilità e dove il protagonista è il single e i figli sono pochi e spesso unici. I valori che si tramandano sono principalmente basati sul concetto di individuo e sulla preparazione individuale. Si investe sui corsi di preparazione, sullo sport, sulle vacanze e sulle lingue.

Adesso mi rimane soltanto da spiegare in che senso una famiglia numerosa può diventare uno stile di vita. Non ne faccio una questione morale ma di esperienza vissuta. Direi che la risposta in fondo ha a che fare con la domanda di senso delle cose. Ciascuno cerca un senso nelle cose che fa e la vita restituisce di volta in volta delle risposte che possono essere soddisfacenti o deludenti a seconda dei casi. Io ritengo che tra le molte cose che si possono fare solo alcune lasciano un sapore buono di soddisfazione e una di queste è consumare tempo ed energie in quantità importante per portare avanti una famiglia piena di figli. Inoltre, se è vero che l’essenza della vita è lo sforzo di continuare a vivere, allora si può dire che in una famiglia numerosa la centralità è data alla vita stessa. A questo punto viene bene concludere con una citazione di Inayat Khan: “Beato colui che ha trovato nella vita lo scopo della propria esistenza”.

 

 Nicola Sparvieri (Roma, 1959), sposato, nove figli, vive e lavora a Roma. Laurea in Fisica. Per interesse ed esperienze personali segue le vicende del cattolicesimo nelle sue relazioni con la Scienza e la Società. Ha un blog