Articoli / Blog | 23 Gennaio 2020

Agi – Il segreto del successo di Don Matteo

Giovedì sera è la sera di don Matteo. Facile salire sul carro del vincitore, meno banale è cercare di spiegare perché un terzo degli italiani, di tutte le età, anche giovani e giovanissimi, si ferma a guardare le gesta di Terence Hill e amici.

Il motivo è semplice da dire, difficilissimo da fare e in questo i complimenti vanno tutti a Luca Bernabei, ad di Luxvide, e al team che ha attentamente costruito negli anni. Don Matteo vince perché intercetta la dimensione religiosa che c’è dentro ogni uomo. Un conto è la fede e un conto è la religione. La religione è un fatto culturale, sociale. Consiglio a chi vuole approfondire la cosa di leggere Durkheim, Le forme elementari della religione, un libro del 1912 che sembra scritto oggi. 

Religione che cos’è? È re-ligio, è legame, è la società che pensa sé stessa “divinamente”, cioè in relazione al “divino” inteso come quel aspetto misterioso della realtà che sopravanza la mia piccolezza. Ogni generazione ha bisogno di pensare come il suo proprio fare società risponda al bisogno del “divino immanente”, cioè al bisogno di quel “divino” inteso come la rappresentazione di qualcosa che eccede le nostre forze e che ha delle caratteristiche superlative.

Per capire cosa intendo si provi a riflettere a cosa diciamo quando diciamo “ho visto un tramonto”. Bisogna pensare all’inizio del film “Tree of life” di Terence Malick, L’albero della vita. Le esplosioni dei vulcani, le stelle che implodono. Quando io mi chiedo perché esistano quelle cose così misteriose e penso che tutto questo dipenda da qualcosa che eccede la possibilità di spiegazione scientifica, fisica, sperimentale, noi uomini chiamiamo tutto ciò “divino” e se ad esso aggiungiamo in più, tutto il nostro essere “legati insieme”, quella è la religione.

Perché re-ligio, vuol dire legare insieme: noi siamo “legati insieme” in questa società a proposito di un certo fatto “divino”, dove “il fatto” che ho in mente può essere quanto dice Vittorio Sgarbi, agnostico dichiarato, quando parla del presepe. Oppure il fare la comunione eucaristica avendo una collezione di immaginette di Cristo e della Madonna perché si è in una cella del 41bis di Rebibbia a causa di una condanna per associazione mafiosa.

Ancora, sono “religione” le discussioni a proposito del Crocefisso esposto o meno in un’aula, la corona del Rosario impugnata in un comizio politico, il litigare da parte dei cristiani sull’interpretazione del versetto evangelico “ero forestiero e mi avete accolto” (Mt 25) a proposito di migranti, o dire che il suono delle campane è più bello del salmodiare di un muezzin dall’alto di un minareto. Tutto questo, e ancor di più, è religione.

Religione sono le vicende delittuose risolte da Terence Hill e Nino Frassica e le crisi amorose di Chiara Giannetta. Religione è come una società concreta, reale, pensa sé stessa quando socialmente cerca il senso e il significato del misterioso che riguarda tutto ciò che nell’esperienza soggettiva come in quella oggettiva eccede l’umano, eccede la possibilità di darsi una spiegazione: sto pensando a quando nell’antichità, si diceva comunemente che qualcosa era divino o anche solo trascendente.

L’uomo, quando tocca quel limite, quel confine, dice che quello “è religione”. Quel limite è forse la parte più profonda dell’uomo, e lo è a prescindere che sia ateo o creda in un Dio diverso dal mondo. Tanto è così che gli studiosi, per decidere se certi reperti archeologici sono umani o di scimmie cercano di rinvenire tracce di riti funerari: per esempio accumulo di pollini che indicherebbero la presenza massiccia di fiori su quelle che erano delle tombe. Si comportano così perché pensano che gesti come quelli siano i primi indizi dell’esistenza dell’umano. Gli scienziati pensano che la dimensione religiosa è parte costitutiva dell’identità umana e quella parte è quella che tocca don Matteo il giovedì sera su Raiuno.

Tratto da Agi