Articoli / Blog | 14 Gennaio 2020

Agi – Quegli italiani al volante per cui i poliziotti sono “nemici”

La televisione commenta il nuovo codice della strada soffermandosi sulle due norme che più ci toccano da vicino, i nuovi limiti e le nuove sanzioni per l’uso oltre le regole di alcol e cellulare. Un poliziotto intervistato racconta con raccapriccio come gli sia capitato più di una volta di estrarre dalle lamiere persone morte che stringevano il telefonino tra le mani. Queste parole mi agghiacciano ma il l’intervista va avanti e mi accorgo che il peggio deve ancora venire. Carico di dolore, infatti, il funzionario parla di una chat “segreta” su Telegram con più di duemila iscritti creata per segnalare agli automobilisti “i nemici”, ovvero le auto della polizia appostate per i controlli.

Non dimenticherò facilmente la tristezza amara che attraversa il volto e il tono della voce del poliziotto. Hanno un’eco particolare dentro di me perché, da sacerdote, mi capita di organizzare degli incontri tra le forze dell’ordine e gli immigrati che arrivano da noi sui barconi: la gente che fugge dalla Libia, per esempio, ha l’esperienza che i loro sedicenti poliziotti sono in realtà i primi nemici da cui fuggire. Sono essi, in Libia, che ti requisiscono le cose, ti rapiscono, ti vendono e pretendono del denaro dai tuoi parenti per ridarti libertà e vita. Non accade solo in Libia: avviene in tutti quei territori dove non c’è legge ma solo violenza.

Chi proviene da quelle zone ha pertanto la radicata convinzione che polizia e carabinieri siano nemici da cui guardarsi: e così, quando giungono in Italia bisogna insegnare loro che poliziotti, carabinieri, guardie di finanza, vigili urbani, sono a fianco del cittadino, non banditi che rendono la vita impossibile.

La tristezza di quell’agente di polizia mi dice invece che ci sono italiani per i quali, quando si sale in auto, le forze dell’ordine sono dei nemici. I duemila, numero più numero meno, iscritti a quella chat sono italiani, non sono africani che scappano dai moderni lager libici: è gente che lavora, probabilmente ha moglie e figli. Sono cittadini che, durante il giorno, hanno una vita normale nella quale  le forze dell’ordine sono viste come degli alleati della vita civile, sono persone che quando vede un poliziotto o un carabiniere si sente protetta non minacciata.

E allora cosa ci succede quando ci mettiamo al volante? Perché il poliziotto che chiamiamo in soccorso quando ci svaligiano la casa diventa un nemico quando ci mettiamo a guidare? Cosa scatta dentro l’italiano medio quando sente parlare di codice della strada? Perché la cintura di sicurezza diventa una camicia di forza? Perché sentiamo il dovere di correre il più possibile mettendo a rischio la nostra vita e quella di tutti? Perché non riusciamo a fare a meno di guidare con una mano sola tenendo nell’altra il cellulare? Cosa ci spinge a cenare, bevendo vino e grappa, per metterci poi alla guida come se nulla fosse?

Il carabiniere che alle 22 ci ferma e ci chiede patente e libretto è lo stesso che lotta al nostro fianco per combattere la camorra e difendere quella legalità che è il requisito irrinunciabile di ogni civiltà. Possano le lacrime trattenute di quell’agente di polizia finalmente “convertirci”, in senso laico. Anche se, in questo caso, non so bene cosa voglia dire “in senso laico” poiché nulla esiste di più sacro della difesa della vita, e il poliziotto che ferma per strada un potenziale assassino che viaggia ad alta velocità telefonando, è davvero un sacerdote del bene, non un bandito che ci toglie la libertà

Tratto da Agi