Articoli / Blog | 10 Ottobre 2019

Blog – Attentato di Halle: il destino enorme dei Figli d’Israele

Il terribile attentato di matrice antisemita compiuto in Germania nel giorno dello Yom Kippur che ha portato a due morti, ha “origine teologica” come tutto ciò che è veramente giudeo.
Lo dice la frase che il neonazista 27enne tedesco, Stephan Balliet, urla nel video autoprodotto prima di aprire il fuoco. Egli dice distintamente che “la radice di tutti i problemi sono gli ebrei”.
Questo attentato è avvenuto il giorno dello Yom Kippur, ovvero il giorno più santo per i figli d’Israele, quello nel quale, un tempo, il Sommo Sacerdote entrava nel luogo più intimo del Tempio di Gerusalemme, il Santo dei Santi, per la cerimonia di purificazione.
Balliet avrebbe voluto uccidere chi stava nella sinagoga semplicemente perché erano ebrei, dimostrando ancora una volta che la vita dei giudei non è solo la loro vita. I Giudei non sono come noi perché noi, a differenza degli ebrei, siamo semplicemente noi stessi: vogliamo dire solo “noi stessi”. Noi, noi italiani, noi francesi, noi cinesi, noi americani, siamo tutti popoli semplici. Noi siamo popoli che viviamo solo nella nostra storia.
Non così Israele. Quel senso epico, quel senso enorme che perseguita il popolo ebraico dalla fuga d’Egitto ai giorni nostri e per sempre, appartiene solo a loro. L’esistenza degli ebrei è una tragedia “enorme” agli occhi degli altri popoli perché il loro è un destino sovraccarico di qualcosa di sublime e di tragico.

Noi siamo particolarmente sensibili alle vicende degli ebrei perché il loro destino è metafora di ogni destino umano quando accetta di diventare “figlio di Dio”, “popolo di Dio”. Con la differenza che chi di noi accetta questo senso ulteriore per la propria vita, lo sceglie, lo decide, invece per l’ebreo è un destino consustanziale alla sua vita.
Io che sono prete, quando vado in giro per strada non posso mai essere solo me stesso. Perché sono un prete. E quindi se mi irrito perché un automobilista con una manovra avventata rischia di uccidermi, non posso avere la reazione scomposta d’ira che avrebbe chiunque, ma mi devo controllare. Io sono sempre un prete. Ho un abito. Sono me stesso ma anche qualcosa di ulteriore.
La differenza tra me è un ebreo però è che mentre io tutto ciò me lo sono scelto, un ebreo invece no. Un giudeo nasce giudeo come io nasco italiano, ma mentre io sono solo me stesso l’ebreo incarna sempre il senso di una vita come scelta da Dio, come vocazionale, e ciò avviene anche se fosse ateo, anche se rifiutasse tutto ciò come non vero o come leggendario.
Gli attentati contro gli ebrei sono peggio degli attentati contro tutti gli altri uomini perché la loro non è semplicemente “la vita” ma è sempre una vita riferita alla nostra. Loro sono un simbolo, e la vita simbolizzata siamo noi.
Quella di Israele è per essenza una vita che fa i conti con la propria vocazione, sia quando la sceglie sia quando la rifiuta, e quando noi guardiamo loro, vediamo noi stessi dal punto di vista dell’eternità. La loro esistenza è la mia vita messa nel crogiolo della vocazione.