Articoli / Blog | 20 febbraio 2018

Agi – Cosa insegnano a noi tutti gli esercizi spirituali del Papa

Il Papa è tornato ad Ariccia, sui Castelli Romani, per gli esercizi spirituali di Quaresima e con lui si sposterà tutta la curia del Vaticano. La prima volta è stato nel 2014 e da allora si è ripetuto ogni anno con la stessa modalità. Una modalità che, cinque anni fa, fu una novità assoluta. Perché fino ad allora il Papa gli esercizi spirituali li faceva ma in Vaticano, con i monsignori che andavano e venivano, telefonavano e parlavano, spicciavano una pratica, tornavano a casa per mangiare e per dormire, sentivano una conferenza, e poi un po’ pregavano anche, magari non troppo. Il Papa di allora – era stato così sia con Paolo VI che poi con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI – aveva, nella cappella adibita agli esercizi, un luogo a parte, un inginocchiatoio a parte, di raso bianco, per una sola persona che sembrava fatto più per stare in trono che per pregare.

Adesso il Papa arriva in pullman con tutti gli altri, si mette in quarta fila, ascolta, prega e mangia con gli altri. Tabernacolo e fraternità. Una cosa, insomma, che se non fosse vestito di bianco, non capiresti che è il Papa, ma diresti che è un prete come tanti altri, un uomo come tanti altri. 

Cosa rimane alla gente di questi esercizi fatti assieme? Che bisogna fare quello che si dice, che per predicare bisogna prima vivere, che per essere testimoni credibili ci devi passare tu per primo, che se vuoi dire alla gente che è importante pregare ed è importante farlo assieme, lo devi fare prima tu.

Papa Francesco è un Papa che tanto più è normale tanto più è diverso. La foto più famosa di quei primi esercizi spirituali ad Ariccia era quella del Papa che recitava il breviario. La copertina era di plastica verde, come il mio. Quello che uso spesso, che uso sempre. Come le cose amate dai bambini, che ci giocano e le usano e ancora e ancora, e così si rovinano un po’. Non come noi grandi invece, che le mettiamo via per non rovinarle.

Questo Papa vedi che lo usa il suo breviario. Lo ama, lo tocca. Le pagine verdine, hanno punti un po’ scoloriti come quando sulle pagine ci torni e ci ritorni. Come quando guardi la persona che ami e la riguardi e non ti stanchi mai perché ai tuoi occhi è sempre nuova. Mi sbaglierò ma, se la riguardo, mi sembra d’intravvedere pure un post-it giallo tra le pagine. Sarà perché è quello che faccio io per tenere a mente un passo importante, un luogo caro. Me lo immagino pieno di note e sottolineature: ecco, quest’immaginazione sì che è buona, non come quella della cappella dell’inizio. Magari saranno note senza punti esclamativi perché, per me, a lui piace il rapporto franco, semplice, quotidiano, ma senza esasperazione. Come prendere un caffè. E poi mi ha colpito la posizione della mano che tiene il breviario. Se guardo quella del prete in primo piano, lui tiene il breviario come un libro, come faccio io. Il Papa no. Lui se lo culla. La posizione della mano è quella delle mamme che tengono in braccio il bimbo appena nato. E così, quando uno prova un amore grande così, normale così, non ha bisogno di distinguersi. Sta con gli altri. E se non fosse per quella veste bianca sarebbe, questo papa-prete, un prete come tutti gli altri. Ma forse no, forse mi sbaglio. Un prete santo.

Tratto da Agi