Alessandra Bialetti / Blog | 13 febbraio 2018

Le Lettere di Alessandra Bialetti – Il Levitico non basta

Se mi fossi fermata al Levitico non mi sarei imbattuta nell’incontro salvifico con il Gesù evangelico. Durante la messa di domenica 11 febbraio, sentendo proclamare le Scritture, mi sono messa nei panni di chi ha vissuto solo al tempo di Mosé quando il lebbroso doveva vestire abiti stracciati, portare il capo scoperto, il viso velato e gridare ad ogni incontro “sono immondo”. Ovvero sono pericoloso, repellente, infetto, “contaminante”. Sono da tenere lontano perché potenzialmente un untore e, in quanto tale, devo e posso trovare dimora solo in un accampamento fuori dall’abitato dove vivono i “sani”, non devo accedere al tempio e  non devo venire in contatto con nessuno salvo i miei compagni di sventura. Questa era la realtà ai tempi di Mosé quando la legge imponeva la distanza come regola sociale a difesa della comunità.

Poi, tempo dopo, attraversando Samaria e Galilea, Gesù entra in un villaggio, in realtà un ghetto,  e gli vengono incontro dieci lebbrosi. Si tengono a distanza, conoscono le regole, conoscono la legge, sanno che non possono avere contatti di vicinanza con alcuno e che devono abitare un “non luogo” in cui condividere la loro sventura. E accade qualcosa. Accade che un uomo “sano” si fa vicino, si vicino, si proprio a loro. Gesù entra laddove non è possibile, laddove la legge vieta di entrare, la sua missione passa da un luogo di morte sicura, dal pericolo di essere contaminato e finire in questo misero modo il suo pellegrinaggio di salvezza. Chiaro che quel villaggio fosse “off limits” perché così prescriveva la legge per chi si riteneva fosse castigato per i suoi peccati. Gesù lo sapeva, conosceva la legge ma nel suo cuore erano altri gli orizzonti. Non ha paura di contaminarsi, non ha paura di attraversare il confine tra la vita sana e la vita malata, non ha paura di respirare l’aria fetida e colma di malattia che avvolgeva quegli esseri impuri. Scorge solo il volto deformato e deturpato dal male, ascolta solo il richiamo a guarire quegli uomini rendendoli nuovamente a immagine e somiglianza di Dio, loro che ormai dei connotati umani avevano ben poco. E varcando quella soglia, incontrando quegli sguardi carichi di paura ma anche di una assurda speranza di essere salvati, avviene l’incredibile, l’impensabile, l’illegale. Qualcuno si ferma e parla. Invece di fuggire, invece di inveire, invece di porre una distanza di sicurezza. Qualcuno mette a repentaglio se stesso, la sua vita, la sua missione per incontrare il bisogno profondo dell’uomo di essere visto, ascoltato, accolto, amato. Poteva finire lì l’andare di Gesù, i sogni di vederlo messia, i progetti di esserne discepoli. Invece tutto inizia. E inizia in un luogo di emarginazione. Gesù entra in quel villaggio, entra nel luogo dei morti viventi, della carne in putrefazione, del sommo rifiuto avallato e giustificato dalla legge che lo avrebbe messo al riparo da ogni intervento senza essere tacciato di scarsa misericordia. E in quell’entrare non varca solo il confine fisico di un villaggio ma penetra nel cuore dell’uomo ferito, ne fa luogo di accoglienza della sua malattia, luogo di guarigione da una condizione di morte annunciata. Quel Gesù si fa carne di condivisione nella carne bruciata dal male, un male che non perdona e allontana. Ma non basta. Come ci narra il  vangelo di domenica 11 febbraio un lebbroso si avvicina e supplica di essere purificato, ovvero reso puro dalla sua infermità, reso di nuovo “abile” ad abitare la comunità e il tempio. E la strada si fa quel tempio interdetto al malato. Gesù raramente incontra l’uomo in un luogo sacro da cui sono escluse tante vite e tanti vissuti. E prova compassione, sente nelle viscere amore per quell’essere umano all’ultima spiaggia della sua disperazione. Ma non basta ancora. Avrebbe potuto guarirlo con una sola parola, tenendosi a giusta e debita distanza, a distanza di sicurezza come tanti direbbero oggi davanti alle malattie, fisiche ma soprattutto morali, che ci fanno erigere muri. Sarebbe bastata una parola e il miracolo si sarebbe compiuto senza troppi problemi. Ma a Gesù questo non basta: stende la mano e tocca. Certo Gesù… bel coraggio. Passi sempre il limite del pensabile e del possibile! Ma questo è il Gesù evangelico: il Gesù che sta sempre una spanna oltre le convenzioni, che porta a compimento una legge cui mancava la contaminazione della misericordia, che non accetta che il volto del Padre sia offuscato da un precetto. Questo Gesù ha bisogno di toccare, di accarezzare l’infermità, di penetrare con la sua mano nei recessi più bui dell’essere umano, laddove nessuno, giustificato da una legge, si sognerebbe mai di scendere. Così come fa del sabato lo spazio di incontro con il bisogno dell’uomo rischiando la pelle davanti a chi non attendeva altro che mettesse un piede in fallo per giudicare e condannare. Come fa della strada il luogo privilegiato per condividere la fatica dell’andare, del cammino doloroso e faticoso della sua creatura, della compagnia di cui necessitano i discepoli di Emmaus affranti per la delusione dell’attesa del messia. Questo Gesù non entra più di tanto nei recinti religiosi ma rende la strada luogo della sua pastorale delle periferie esistenziali di cui Papa Francesco spesso ci richiama l’urgenza e alle quali ci invia. La Chiesa ospedale da campo soprattutto dove il campo è emarginazione e rischio di contaminazione.

Allora sono contenta e rasserenata di non essermi fermata al Levitico ma abbia accolto l’annuncio evangelico che ha permesso l’incontro con il Gesù viandante che non teme di contaminarsi con la mia malattia, di condividere la condizione di esclusione, di andare al di là del precetto, di abitare la mia periferia.

 

Vivo e lavoro a Roma dove sono nata nel 1963. Laureata in Pedagogia sociale e consulente familiare, mi dedico al sostegno e alla formazione alla relazione di aiuto di educatori, insegnanti, animatori. Svolgo attività di consulenza a singoli, coppie, famiglie e particolarmente a persone omosessuali e loro genitori e familiari offrendo il mio servizio presso diverse associazioni (Nuova Proposta, Rete Genitori Rainbow, Agedo). Credo fortemente nelle relazioni interpersonali, nell’ascolto attivo e profondo dell’essere umano animata dalla certezza che in ognuno vi siano tutte le risorse per arrivare alla propria realizzazione e che l’accoglienza della persona e del suo percorso di vita, sia la strada per costruire relazioni significative, inclusive e non giudicanti.