Blog / Scritti segnalati dal blog | 17 Ottobre 2017

Sant’Ignazio di Antiochia, il Papa in incognito

Nel giorno di Sant’Ignazio di Antiochia del 2008 su L’Osservatore Romano apparve questo articolo di Barbara Frale, in cui la studiosa espone la convinzione che Ignazio fosse stato in realtà Papa, anche se solo per pochissimo tempo. Condivido questa tesi e, in un’epoca nella quale il vescovo di Roma sta cercando di togliere “sacralità” alla figura del Romano Pontefice, sono contento di far conoscere una Papa che, forse, fu Papa ma che, certamente, è santo. Per chi non avesse tempo di leggere tutto, riporto prima la sintesi che ne fece Andrea Tornielli per il Giornale

Fino a oggi l’elenco ufficiale dei Papi – da Pietro a Benedetto XVI – contiene 265 pontificati. Ora, a sorpresa, potrebbe aggiungersene un altro: sant’Ignazio di Antiochia, che L’Osservatore Romano di ieri ipotizza in un documentato e affascinante articolo della studiosa Barbara Frale possa essere stato «un Papa in incognito». Un Papa sfuggito agli elenchi ufficiali redatti in epoca posteriore, che avrebbe retto le sorti della Chiesa soltanto per pochi mesi, agli albori del secondo secolo dell’era cristiana. Ignazio da giovane, negli anni compresi tra il 40 e il 50, aveva conosciuto l’apostolo Pietro, che era stato accolto ad Antiochia di Siria (oggi in Turchia) dopo le prime persecuzioni di Erode Antipa. Proprio qui i seguaci di Gesù cominciarono a essere definiti «cristiani». Prima di andarsene, Pietro aveva scelto Ignazio come nuovo capo della Chiesa di Antiochia.
Nel 107 l’imperatore Traiano condanna a morte l’ormai anziano vescovo, ordinando che sia sbranato dalle belve, a Roma. Alla fine dell’estate di quell’anno, Ignazio arriva nella capitale dell’impero dopo un lungo viaggio, scortato da dieci guardie, incaricate di sorvegliare e impedire la fuga di un uomo vecchissimo, che aveva quasi ottant’anni in un’epoca nella quale la vecchiaia cominciava a sessanta. «Legato a questi soldati che egli chiama “leopardi” – scrive Barbara Frale – Ignazio parte da Antiochia e arriva a Smirne, dove riceve il vescovo Policarpo: qui scrive tre lettere pastorali dirette rispettivamente alle Chiese delle città di Efeso». Poi scrive ai cristiani di Roma, dove alcuni cristiani influenti vogliono cercare di salvargli la vita. Però Ignazio li frena: non è il caso di esporsi a rischi gravissimi per evitare la morte di un uomo molto vecchio, destinato comunque a morire in breve; inoltre crede che il suo martirio «gli darà occasione di consolidare con il suo gesto la comunità dei cristiani che vive un momento di confusione».
Arrivato a Roma, viene dunque sottoposto all’atroce supplizio il 17 ottobre. «Il contenuto della vicenda, che gli autori antichi non hanno mai messo in discussione, sotto il profilo storico – osserva la studiosa – è quanto mai eccezionale. Innanzitutto non si capisce come mai l’imperatore Traiano, sotto il regno del quale ci fu un’ondata violentissima di persecuzioni contro i cristiani, si dette la pena di inviare fino alla remota Antiochia di Siria un drappello di soldati al puro scopo di scortare fino a Roma questo vecchio, che poteva benissimo essere giustiziato laggiù».
La storia di Ignazio deportato a Roma rappresenta infatti un caso più unico che raro nella storia del cristianesimo antico. Perché dunque un numero così alto di soldati, che appartenevano alla potentissima guardia personale dell’imperatore, e un viaggio così lungo? «Decisamente Ignazio non era un uomo qualunque – si legge nell’articolo del giornale vaticano – bensì un sorvegliato speciale»: il che spiega bene l’eccezionalità assoluta del suo caso. «Forse questo strano viaggio verso il martirio possedeva un volto istituzionale che dobbiamo riscoprire completamente». Il contenuto delle lettere di Ignazio presenta infatti aspetti che sembrano confermare questo sospetto.
Il vecchio vescovo riceve delegazioni delle Chiese locali che sono venute per onorarlo e avere istruzioni da lui. Nomina vescovi, scrive encicliche: nella lettera a Policarpo dice che aveva intenzione di scrivere a tutte le Chiese ma non ha fatto in tempo perché i soldati l’hanno costretto a imbarcarsi all’improvviso. Mostra di avere preoccupazioni che trascendono i compiti e le responsabilità di un semplice vescovo locale. Si rivolge a una comunità di fedeli che chiama Chiesa cattolica, cioè «universale», ed è il primo a usare questa denominazione. Esorta tutti a mantenersi uniti e obbedienti nella fede, anticipa con alcune espressioni gli sviluppi della teologia: «Insomma, quest’uomo si comporta proprio come se fosse un Papa (diremmo oggi)».
La successione apostolica avveniva nei primi tempi in maniera diretta, per scelta personale: Pietro aveva nominato Lino come suo successore, e Lino pare nominasse Cleto (o Anacleto). Poi è la volta di Clemente Romano, il quale muore nell’anno 97, esiliato in Oriente. Gli succede Evaristo, sul quale sappiamo poco: secondo Eusebio di Cesarea il suo pontificato si colloca tra il 99 e il 108. Ma secondo il Liber Pontificalis, l’elenco redatto nel VI secolo, il pontificato di Evaristo sarebbe durato nove anni, dunque dal 97 (morte di Clemente) al 106. Possibile che il suo successore sia stato Ignazio d’Antiochia e che questa designazione sia sfuggita a quanti, secoli dopo, compileranno l’elenco dei Papi?
Secondo la studiosa, sì. Sulla fine di Evaristo non si sa nulla, sarebbe sparito senza avere il tempo di nominare un successore. La Chiesa di Roma si sarebbe trovata in difficoltà, la successione apostolica rischiava d’essere interrotta. «Per evitarlo non c’era che un modo, cioè ricorrere a un uomo che fosse stato scelto da Pietro in persona: così la continuità si manteneva inalterata». La scelta obbligata sarebbe ricaduta su Ignazio, l’ultimo vescovo ancora vivo ad aver ricevuto la consacrazione direttamente da Pietro. Un «Papa in incognito», che avrebbe usato il nome in codice di Teoforo («portatore di Dio») per mantenere segreta la sua identità e il suo ruolo. Non sarebbe però sfuggito all’imperatore, il quale lo manda a prendere e lo uccide per decapitare quella nuova «setta» dei cristiani.
Tratto da IlGiornale

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Sulla fine d’estate dell’anno 107 dell’era cristiana giungeva a Roma da Brindisi uno strano convoglio. Aveva risalito la penisola italiana lungo la via Appia, ma il viaggio era cominciato alcune settimane prima molto più lontano, a Oriente, nella grande metropoli di Antiochia in Siria (oggi in Turchia). Dieci guardie scelte erano state mobilitate dall’imperatore Traiano per sorvegliare e impedire la fuga di un uomo solo, un vecchio vicino agli ottant’anni in un’epoca in cui la vecchiaia cominciava a sessanta. Il vecchio si chiamava Ignazio ma curiosamente usava presentarsi con un secondo nome, Teoforo (in greco “portatore di Dio”), che era piuttosto un soprannome. Circa la sua vita le fonti storiche antiche non sono particolarmente avare, specie se confrontate con quanto sappiamo di altri personaggi dello stesso, lontanissimo periodo: probabilmente era originario di Antiochia e veniva da una famiglia non cristiana, il che nella realtà del tempo equivale a dire di cultura greco-ellenistica. Quando era ancora giovane, cioè negli anni fra il 40 e il 50, incontrò Simone di Betsaida, detto Pietro, che veniva da Gerusalemme e aveva dovuto rifugiarsi in Antiochia per motivi di necessità: nell’anno 42 infatti il re Erode Antipa aveva fatto assassinare a Gerusalemme uno degli uomini più onorati della Chiesa cristiana locale, Giacomo (oggi noto come Giacomo il Maggiore), e gli altri erano dovuti fuggire. Antiochia era una bella, grande ed elegante capitale dove si respirava un’atmosfera cosmopolita. I cristiani formavano una loro comunità che la gente del posto trattava con sufficienza: i greci non conoscevano le tradizioni ebraiche e non capivano che il Cristo, personaggio centrale nel culto di questa gente, traduceva la parola Messia (dall’ebraico mashiah, “unto con l’olio santo” cioè “consacrato a Dio”). Poiché in greco christòs significava semplicemente “unto”, proprio ad Antiochia avevano affibbiato loro il nome di christianòi. Si rideva di loro ma venivano essenzialmente lasciati in pace.
In Antiochia il giovane Ignazio conobbe di persona san Pietro ed entrò nella sua cerchia; più tardi Pietro lo scelse come suo successore prima di lasciare la città.
Fino a questo punto la vicenda di Ignazio non è molto diversa da quella di altri personaggi che furono tra i seguaci di Gesù Nazareno della seconda generazione; ma il prosieguo della storia ha caratteri davvero unici. In un anno che molti storici credono essere il 107, l’imperatore Traiano condanna a morte l’anziano vescovo con una delle forme di supplizio più crudeli: ad bestias, essere sbranato dalle belve nell’anfiteatro. Dieci guardie hanno il compito di recarsi nella metropoli di Siria, arrestare il vecchio e trasferirlo addirittura fino a Roma, luogo prescelto per l’esecuzione pubblica: un viaggio di settimane che avrebbe praticamente attraversato il Mediterraneo.
Legato a questi soldati che egli chiama “leopardi”, Ignazio parte da Antiochia e arriva a Smirne, dove riceve il vescovo Policarpo: qui scrive tre lettere pastorali dirette rispettivamente alle Chiese delle città di Efeso, di Magnesia sul Meandro e di Tralli, e le consegna personalmente nelle mani dei loro vescovi Onesimo, Dama e Polibio che sono venuti fino a Smirne con una delegazione dei fedeli locali per salutarlo e rendergli omaggio. Poi scrive ai cristiani di Roma: alcuni membri di quella Chiesa, persone influenti che possono accedere alla cerchia dell’imperatore, vogliono cercare di salvargli la vita; però Ignazio li frena: non è il caso di esporsi a rischi gravissimi per evitare la morte di un uomo molto vecchio, destinato comunque a morire in breve; inoltre egli crede che il suo martirio stia giungendo in un momento molto propizio, e gli darà occasione di consolidare con il suo gesto la comunità dei cristiani che vive un momento di confusione.
Si definisce “frumento di Dio”: infatti Dio lo sta usando per alimentare la fede di tutti gli altri. Partiti da Smirne, Ignazio e i suoi guardiani arrivano a Troade: qui il vecchio scrive e spedisce altre tre lettere alla Chiesa di Filadelfia, a quella di Smirne che ha appena lasciato e un’altra a Policarpo, per comunicargli che lo ha eletto vescovo della sua Antiochia. Da Troade Ignazio è condotto via mare fino a Neapolis, nella regione della Macedonia, poi a Filippi, e da qui il convoglio risale l’antica via Egnatia fino al porto di Durazzo (o di Apollonia). Laggiù si imbarcano fino a Brindisi, poi sbarcati in Puglia risalgono via terra fino a Roma. Secondo la tradizione il supplizio avvenne il 17 ottobre.
Il contenuto della vicenda, che gli autori antichi non hanno mai messo in discussione, sotto il profilo storico è quanto mai eccezionale. Innanzitutto non si capisce come mai l’imperatore Traiano, sotto il regno del quale ci fu un’ondata violentissima di persecuzioni contro i cristiani, si dette la pena di inviare fino alla remota Antiochia di Siria un drappello di soldati al puro scopo di scortare fino a Roma questo vecchio, che poteva benissimo essere giustiziato laggiù.
La vicenda è un vero unicum nella storia del cristianesimo antico; infatti conserviamo un solo caso del genere: quello del fariseo convertito Saulo di Tarso, più noto con il soprannome di Paolo, che dalla Palestina fu tradotto fino a Roma per subire la pena capitale. San Paolo però ebbe questo singolare “privilegio” perché aveva la cittadinanza romana, e nessuno dei rappresentanti romani della Siria-Palestina voleva accollarsi di persona la responsabilità della sua morte. Si era appellato a Roma, ne aveva legalmente il diritto e fu trasferito nella capitale.
Il caso di Ignazio è completamente diverso: lui non possiede la cittadinanza romana, altrimenti avrebbe avuto diritto a subire la decapitazione, che era un supplizio più decoroso, rapido e molto meno atroce. I motivi di questa singolarissima scelta vanno cercati altrove. Anche il numero delle guardie che lo sorvegliano è veramente alto: dieci soldati sono davvero troppi per impedire la fuga a un povero vecchio.
Il modo con cui li soprannomina, cioè “leopardi” potrebbe essere una spia interessante: infatti la pelle di leopardo era usata dai soldati dell’esercito romano che appartenevano a un’unità speciale: i signiferi, coloro che avevano il sommo onore di portare in guerra le insegne militari. Erano coperti sin dalla testa dalla pelle di un animale potente e feroce, che aveva un significato simbolico e dava loro un aspetto impressionante. I rappresentanti delle legioni usavano generalmente pelli di lupo e d’orso, mentre i grandi predatori felini come il leone e il leopardo erano prerogativa dei pretoriani, membri della temibile, potentissima guardia personale dell’imperatore.
Se davvero Traiano mandò laggiù anche solo uno di questi soldati (figuriamoci dieci!), allora decisamente Ignazio non era un uomo qualunque, bensì un sorvegliato speciale sotto il potere personale dell’imperatore: il che spiega bene l’eccezionalità assoluta del suo caso. Forse questo strano viaggio verso il martirio possedeva un volto istituzionale che dobbiamo riscoprire completamente: infatti il contenuto delle lettere di Ignazio presenta degli aspetti che sembrano confermare questo sospetto.
Il vecchio riceve delegazioni delle Chiese locali che sono venute per onorarlo e avere istruzioni da lui. Nomina vescovi, scrive encicliche: nella lettera a Policarpo dice espressamente che aveva intenzione di scrivere a tutte le Chiese ma non ha fatto in tempo perché i soldati l’hanno costretto a imbarcarsi all’improvviso. Ignazio ha preoccupazioni ecumeniche che trascendono i compiti e le responsabilità di un semplice vescovo locale. Si rivolge a una comunità di fedeli che chiama Chiesa cattolica, cioè “universale”, ed è il primo a coniare questa denominazione. Esorta tutti a mantenersi uniti e obbedienti nella fede e soprattutto a tenersi lontani dall’eresia degli gnostici, i quali vanno diffondendo un’idea di Gesù diversa da quella di Pietro e dei vangeli.
Circa la figura di Gesù Cristo, Ignazio esprime una posizione netta su questioni teologiche fondamentali come la sua nascita a opera dello Spirito Santo e la sua divinità. Alcune espressioni che usa sono sorprendenti e anticipano di secoli gli sviluppi futuri della teologia: per esempio di Cristo dice “procedendo dal Padre”, e con ciò intende che Gesù non fu creato bensì generato da Dio, un’idea che precede di due secoli il “generato, non creato” sancito nel Credo del concilio di Nicea dell’anno 325. Infine afferma che la Chiesa di Roma ha un primato spirituale su tutte le altre, fatto decisamente molto strano visto che a quel tempo le Chiese di Gerusalemme, Alessandria e Antiochia (la sua Antiochia) possedevano una dignità pari alla sede romana. Insomma, quest’uomo si comporta proprio come se fosse un Papa (diremmo oggi). Anche le Chiese che lo vengono a omaggiare si aspettano da lui consiglio e direttive spirituali.
L’idea che Ignazio fosse ben più che un vescovo al pari di altri, che cioè avesse un ruolo guida nella Chiesa del tempo, spiegherebbe pienamente il suo stranissimo destino. Se davvero quest’uomo fu per un certo tempo il capo dei cristiani, allora si capisce perché Traiano volle prendersi la briga di farlo viaggiare per metterlo a morte fino a Roma: la sua esecuzione doveva essere eclatante e spettacolare, doveva essere un monito per tutti.
L’imperatore poteva raggiungere chiunque, e decapitare quella setta togliendone di mezzo il capo in qualunque angolo dell’impero si trovasse nascosto. Il periodo in cui avvenne il supplizio di Ignazio è anche uno di quelli per cui sappiamo meno in assoluto sulla società cristiana e sulla successione apostolica. Il primo catalogo dei vescovi di Roma sembra fosse scritto dallo storico Egesippo nell’anno 160, dunque decenni dopo i fatti narrati, e in ogni caso le prime attestazioni concrete che possediamo risalgono solo all’anno 354 (il cosiddetto Catalogo Liberiano) o addirittura al vi secolo (la lista dei Papi contenuta nel Liber Pontificalis).
Sappiamo che la successione apostolica avveniva nei primi tempi in maniera diretta, per scelta personale: Pietro nominò Lino come suo successore, e Lino pare nominasse Cleto (o secondo altri autori antichi un certo Anacleto). Poi venne Clemente Romano, il quale continuò la lotta di Pietro contro l’eresia gnostica scrivendo una famosa lettera alla Chiesa di Corinto: è lo stesso tipo di impegno nel quale si adopererà anche Ignazio di Antiochia, che dunque prosegue la tradizione pastorale di Pietro e di san Clemente.
Clemente morì nell’anno 97, esiliato in Oriente e, secondo la tradizione, gettato in mare con al collo una pesante ancora. Gli successe Evaristo, riguardo al quale sappiamo davvero poco: secondo lo storico Eusebio di Cesarea, vissuto sotto Costantino, il pontificato di questo Papa era avvenuto fra l’anno 99 e il 108 ed era durato otto o nove anni. La durata dei nove anni è confermata anche dal Liber Pontificalis, ma se questo periodo si aggiunge alla morte di Clemente (avvenuta nel 97) si arriva appena all’anno 106, ovvero un anno prima della morte di Ignazio.
Il livello di informazione che le fonti antiche presentano non ci permette di essere più precisi, però salta subito all’occhio che un pontificato molto breve (di un anno se non addirittura mesi) poteva sfuggire benissimo a chi molti decenni più tardi dovette raccogliere le tradizioni per compilare le prime liste dei Papi. E questo in special modo se per qualche motivo, dinanzi a una situazione del tutto anomala, il Papa in quei mesi non aveva abitato in Roma.
Di fatto non sappiamo nulla circa la fine di Evaristo, anche se è estremamente probabile che morisse martire dato il tenore dei tempi. La sua scomparsa nel nulla fa pensare che fu eliminato dalle autorità romane in maniera diversa da un’esecuzione ufficiale, di quelle che lasciavano una traccia forte nella memoria collettiva, come nel caso di altri vescovi o santi.
Se davvero Evaristo un giorno “sparì” dalla circolazione senza aver avuto il tempo di nominare un successore, la Chiesa di Roma si trovò in grave difficoltà perché la successione apostolica rischiava d’essere interrotta. Per evitarlo non c’era che un modo, cioè ricorrere a un uomo che fosse stato scelto da Pietro in persona: così la continuità si manteneva inalterata grazie (per così dire) a un ramo collaterale uscito dalla stessa radice.
Agli inizi del ii secolo l’anziano Ignazio, stando a quanto sappiamo, era l’ultimo vescovo ancora vivo ad aver ricevuto la consacrazione direttamente da Pietro; se così fu, la scelta era obbligata, e la città di Antiochia rappresentava un rifugio abbastanza sicuro trovandosi lontana da Roma. Possiamo pensare a Ignazio di Antiochia come a un “Papa in incognito”, una persona che guidò la comunità dei cristiani in maniera diversa dal solito in un frangente di particolare emergenza?
Quando si rivolge alla Chiesa di Roma, Ignazio non fa il nome di alcun vescovo, proprio come se in quel momento un Papa non ci fosse (oppure si trattasse di se stesso). Anche il fatto di usare un nome in codice, cioè Teoforo, è qualcosa di unico e la dice lunga sul bisogno che aveva quest’uomo di proteggere la sua identità. È difficile dire se Ignazio tenesse una specie di reggenza della Chiesa o avesse solo assunto la guida spirituale dei cristiani per ragioni di necessità; forse le due cose non si escludono, perché la Chiesa a quel tempo non aveva certo l’assetto istituzionale che assumerà poi.
Lo studio più analitico delle fonti sta dando risposte interessanti e altre darà ancora. Sta di fatto che nella tradizione cristiana la figura di Ignazio è stata sempre considerata in maniera speciale. Nell’anno 861 san Cirillo trovò in un’isola della Grecia i resti di Papa Clemente; le ossa furono trasportate a Roma, e Papa Adriano ii (867-872) volle che venissero sepolte vicino ai resti di sant’Ignazio di Antiochia. Forse perché i due famosi Padri della Chiesa erano stati anche “colleghi”? Non lo sappiamo con certezza, però c’è una cosa su cui non abbiamo dubbi: al tempo di Papa Adriano ii la Chiesa di Roma possedeva ancora tanti documenti antichi che oggi sono per noi irrimediabilmente perduti.
di Barbara Frale

Tratto da ilCattolico