Blog / L'Angolo del Teologo | 23 giugno 2017 |

L’angolo del teologo – Un cuore appassionato

La solennità del Sacro Cuore di Gesù, diversamente da come forse siamo abituati a pensare, precede di molto nella storia le visioni di s. Margherita M. Alacoque. Essa affonda le sue radici nel Medioevo, in quella spiritualità che si fece attenta in modo particolare alla passione di Gesù. Sono da prima s. Bernardo, Guglielmo di Saint- Thierry, s. Bonaventura e poi s. Mechtilde e s.Gertrude la Grande che portarono in luce quella che divenne prima una devozione importante poi una vera e propria comprensione del mistero di Dio attraverso il cuore appassionato del suo Figlio Gesù. È però nel 1600 con s. Giovanni Eudes che la Chiesa approva per la sua congregazione una vera e propria festa liturgica in onore del Sacro Cuore; le visioni di s. Margherita fecero poi divenire tale devozione cattolica, nel senso etimologico del termine. Fu solo nel 1856 quando Pio IX decretò l’estensione a tutta la Chiesa della festa, fissandone la celebrazione al venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini, ossia il terzo venerdì dopo Pentecoste, come è tutt’oggi. Leone XIII consacrò il genere umano al Sacro Cuore nel 1899 e Pio X prescrisse che tale consacrazione si rinnovasse ogni anno nel giorno della festa. Infine Pio XII nel 1956 scrisse un’enciclica Haurietis aquas nella quale vengono sintetizzati diversi elementi della Tradizione, soprattutto dei Padri della Chiesa, in merito a tale devozione. Una storia lunga che nasconde in sé la ricchezza della comprensione del mistero del Figlio di Dio, di quel Cuore appassionato per l’umanità che si consegna al Padre per la salvezza del genere umano. Al di là delle rappresentazioni artistiche, che non sempre hanno reso un buon servizio a tale bellezza, il fulcro di questa festa ci porta senza mezzi termini nell’intimità della vita di Gesù. Il riferimento neotestamentario che sta dietro questa celebrazione sono pochi versetti del vangelo di Gv (19, 34-37) laddove l’evangelista ci racconta che un soldato colpì il fianco di Gesù e da esso ne scaturirono sangue ed acqua. A ben vedere, senza entrare troppo nel merito delle questioni esegetiche, l’evangelista non parla di cuore, ma è indiscutibile che quella ferita aperta nel costato e quei due elementi che sono anche simbolici (sangue ed acqua) narrano della ‘fuoriuscita’ della vita intima di Gesù: del suo Spirito (acqua) e della sua vita (sangue), cioè del dono intero del suo cuore che nella riflessione biblico liturgica è in fin dei conti la sede non solo degli affetti, ma anche delle decisioni, delle mozioni, di ciò che di più profondo abita in ogni uomo e in questo caso quindi nel Figlio di Dio. Dunque questa festa ci riporta a fissare lo sguardo sul dono incomparabile della vita di Gesù, non solo nella sua storicità, ma nel tentativo di varcare la soglia della sua profonda consapevolezza, del suo desiderio infinito di ricondurci al Padre. Desiderio desideravit direbbe l’evangelista Luca in altri termini. La Chiesa ce lo propone perché in quel Cuore è nascosta tutta la pienezza del mistero del Dio Trino e Uno, come fosse un compendio di tanta ricchezza.
La riforma liturgica ha dato a questa solennità la ricchezza di altre sfumature evangeliche. Oltre al vangelo di Giovanni che leggiamo nell’anno B, troviamo le parole di Matteo nell’anno A e quelle di Luca nell’anno C.
Matteo ci ricorda le parole stesse di Gesù “imparate a me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime”: cioè quel Cuore è il cuore di chi è affidato totalmente al Padre, e per questo non presume di sé, non si impone con la forza, ma trova la sua verità in quella relazione unica con Colui che è il Padre del cielo.
Luca invece ci riporta la parabola della pecorella smarrita che il pastore si pone sulle spalle per ricondurla all’ovile. Qui il Cuore, cioè, è un cuore ricco di misericordia per gli smarrimenti dell’animo umano, è un cuore che si fa strada, cammino, un cuore che diventa spalle che portano, ed è festa rinnovata.
L’evangelista Giovanni chiude i versetti di cui sopra con la citazione del profeta: volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto. Questa festa ci viene incontro per invitarci ad ascoltare, intuire, guardare questo desiderio, questa umiltà, questo infinito amore perché esso nutra la nostra vita, la pacifichi, forse la guarisca, infine la riporti al suo Creatore.

Cerbiatto