
Il dialogo tra Aldo Maria Valli e Padre Sorge su AL
Amoris laetitia, la legge, la libertà. Risposta al padre Sorge (di Aldo Maria Valli)
Nell’ultimo numero di «Aggiornamenti sociali» (n. 11, novembre 2016), storica rivista dei gesuiti, il padre Bartolomeo Sorge, che della rivista è direttore emerito, pubblica un articolo, intitolato «A proposito di alcune critiche recenti a papa Francesco» (pagg. 751 – 756) nel quale si occupa di «critiche, piuttosto serie, venute specialmente dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia» e si propone di confutarle. Precisato che fra tali critiche ce ne sono alcune preconcette mentre altre, che «vengono da persone illuminate e fedeli», sono «fatte senza arroganza, e lasciano trapelare un’evidente o malcelata contrarietà», il padre Sorge sceglie, come esemplificativi della seconda categoria, i casi del professor Robert Spaemann, «uno dei maggiori filosofi e teologi cattolici tedeschi», e del sottoscritto, «giornalista cattolico, apprezzato vaticanista del Tg1».
Beh, grazie, caro padre! Devo dire che mai mi sarei aspettato di meritare la sua attenzione, e ancor meno di essere accostato, sotto il titolo «Due voci critiche qualificate», a un pensatore del calibro del professor Spaemann.
Comunque, eccomi al tema: sia nel caso di Spaemann (secondo il quale «Amoris laetitia» costituisce una palese frattura con il precedente magistero della Chiesa) sia nel mio articolo «La Chiesa e la logica del “ma anche”» (28 maggio 2016, in www.aldomariavalli.it) secondo Sorge siamo di fronte a «tensioni che interpellano il servizio apostolico del nostro tempo». Quali sono? Eccole: «Quelle tra dottrina e pastorale, tra coscienza soggettiva e obiettività della legge e tra misericordia e giustizia».
In sintesi, secondo il padre Sorge papa Francesco sta seguendo la strada giusta quando sostiene che la dottrina non deve e non può mai essere fredda e distante, perfetta in se stessa ma lontana dalla realtà delle persone, perché deve avere una natura e una finalità pastorale. Sta seguendo la strada giusta anche quando raccomanda che le persone non siano rese schiave da una legge che, nella sua pretesa obiettività, non sa fare i conti con le situazioni soggettive, e infine ha ragione quando ricorda che la misericordia non è contraria alla giustizia, non è buonismo o sentimentalismo, ma è un andare oltre la giustizia con il perdono. Secondo il padre Sorge, «alla luce del realismo di Dio», Francesco è a sua volta realista quando chiede che «si prenda atto della molteplicità dei condizionamenti» a cui l’uomo di oggi è sottoposto.
Capisco bene lo sforzo di Francesco, e di pastori come il padre Sorge, di calare il Vangelo nella realtà dell’uomo del nostro tempo. Tuttavia ritengo che lungo questa via, a forza di prendere in considerazione i condizionamenti a cui l’uomo è sottoposto, si finisca con l’operare un ribaltamento: anziché aiutare l’uomo a mettersi in ascolto di Dio, c’è il rischio di porre Dio alle dipendenze dell’uomo e delle sue giravolte. Il che rende l’uomo non più libero, ma più schiavo.
La dottrina stessa, oltre che la pastorale, può essere piegata a questo ribaltamento. Succede ogni volta che, con il proposito di andare un po’ «incontro all’uomo», viene ammorbidita o, per dirla con Francesco, resa meno fredda. Ma qual è il prezzo di questa operazione? È che non si sa più di che cosa si sta parlando. La dottrina perde la sua chiarezza e la Verità si offusca. E in questo modo l’uomo non diventa più libero di scegliere o non scegliere la Verità. Diventa solo più confuso. E quindi meno libero. Come spiega Spaemann, scegliere senza sapere bene di che cosa si sta parlando non è un aiuto per l’uomo: è la forma più estrema di mancanza di libertà.
Quando, come a tratti succede in «Amoris laetitia», emerge la tendenza non a mettere al centro Dio e la sua Verità oggettiva, ma l’uomo con le sue esigenze e i condizionamenti a cui è sottoposto, non si aiuta l’uomo a essere più libero: lo si illude di esserlo. Quando, come pure vediamo a tratti in «Amoris laetitia», viene spiegato che l’importante non è tanto il contenuto della norma, quanto il modo in cui una determinata situazione è vissuta, in coscienza, dall’individuo, rischiamo di lasciare campo aperto al dilagare del soggettivismo e del relativismo. Non abbiamo più l’uomo in ascolto di Dio, perché consapevole che Dio è Verità e che tale Verità è oggettivamente buona, ma abbiamo Dio adattato alla soggettività umana. Non abbiamo più i diritti di Dio e i doveri dell’uomo, ma i diritti dell’uomo e i doveri di Dio. Ebbene, dirà qualcuno, dov’è il problema? Il problema è che questa non è la strada della liberazione, ma la strada della schiavitù: l’uomo schiavo di se stesso.
Il dramma della modernità è tutto in questo ribaltamento, che è penetrato anche nella Chiesa e in base al quale l’uomo diventa l’idolo di se stesso. E così si condanna alla schiavitù e quindi, alla fin fine, all’infelicità. Quando non c’è più la libertà di seguire il vero bene, ma solo la libertà di interpretare la Verità di Dio a seconda dei propri bisogni e di ciò che è bene in base a una valutazione soggettiva, semplicemente non c’è alcuna libertà. E se non c’è la libertà c’è la schiavitù. E se c’è la schiavitù non c’è la felicità.
Stupisce che uomini di Dio mostrino la tendenza a considerare la legge, nella sua oggettività e chiarezza, quasi come un ostacolo sulla strada che porta a Dio, quando invece la legge oggettiva e chiara è l’unico strumento che permette la scelta responsabile e quindi l’autentica libertà e quindi la felicità.
Tutti gli attacchi di questi giorni contro il padre Giovanni Cavalcoli, che a Radio Maria ha osato accennare al castigo divino come conseguenza del peccato originale, nascono in buona parte dalla difficoltà, ormai manifesta anche fra tanti buoni credenti, di rapportarsi a Dio in quanto legislatore. Colpa e castigo sono categorie troppo nette. Non ci siamo più abituati. Ci sentiamo più a nostro agio nel giustificazionismo, dove tutto è vago e indeterminato, dove non si sa bene quale sia lo spazio della responsabilità. Non ci stiamo costruendo un Dio misericordioso e che perdona, ma un Dio comprensivo e che giustifica. Sono due cose diverse.
Come ho già ricordato, il mio articolo citato dal padre Sorge si intitola «La Chiesa e la logica del “ma anche”». E che cosa scrive a un certo punto l’amico Sorge? Scrive così: «Va tenuta presente non solo l’obiettività della legge, ma anche la complessità delle situazioni». Eccolo lì il «ma anche», cavallo di Troia del relativismo. Cioè della confusione. Cioè della mancanza di libertà. Cioè dell’infelicità (anche se camuffata da libertà e felicità).
L’articolo del padre Sorge si conclude così: «In sostanza, il modo in cui sono vissute queste tensioni e le posizioni critiche assunte al riguardo rivelano le resistenze o le difficoltà di comprendere l’invito di papa Bergoglio a una “Chiesa in uscita”, preferendo rimanere ancorati alle certezze tradizionali, ben custodie dalle vecchie e solide “mura del tempio”».
A parte il fatto che l’espressione «Chiesa in uscita» mi sembra a sua volta generica e indeterminata, voglio dire all’amico padre Sorge che ho afferrato il messaggio in codice.
«Oltre le mura del tempio» è il titolo di un libro che abbiamo scritto insieme nel 2012. Ma non mi sento in contraddizione. Resto convinto che la testimonianza, specialmente da parte del laico credente, vada portata ovunque, ben oltre le mura del tempio. Ma quale testimonianza? Di un Dio genericamente comprensivo o di un Dio autenticamente misericordioso? Di un Dio che cancella la colpa dell’uomo o di un Dio che la assume in Gesù, suo mediatore e mio redentore? Di un Dio che mi offre una consolazione superficiale o di un Dio che mi libera dal peccato? Di un Dio che si è fatto uomo o di un uomo che vuole farsi Dio?
Tratto da FaroDiRoma
Ecco l’articolo di Valli da cui ha preso origine il dialogo
La Chiesa e la logica del “ma anche”
Noi cristiani lo sappiamo, o dovremmo saperlo: la nostra fede è all’insegna dell’et et, non dell’aut aut. Non siamo esclusivisti. Dio è uno e trino. È Padre e Figlio e Spirito Santo. Gesù è Dio e uomo, vero Dio e vero uomo. Per il cristiano, l’uomo è carne e spirito, corpo e anima. Al cristiano piace integrare, includere, non ergere barriere. Con l’incarnazione Dio si è fatto uomo. La Chiesa stessa vive all’insegna dell’et et. È Chiesa di preghiera e di azione, di grandi asceti e grandi lavoratori, di contemplazione e di missione. Ora et labora, non ora aut labora. La Chiesa ha i predicatori e i confessori, i monaci e le monache di clausura e i preti di strada. La Chiesa accoglie tutti: poveri e ricchi, colti e incolti, giovani e vecchi.
Da qualche tempo però sembra di notare che alla logica dell’et et si stia sostituendo nella nostra Chiesa una logica diversa: quella del non solum, sed etiam, cioè del «non solo, ma anche». Potrebbe sembrare che, tutto sommato, non vi siano differenze, ma non è così.
Pensiamo ad Amoris laetitia, nella quale la logica del «ma anche» si trova un po’ ovunque. Dando vita spesso ad affermazioni singolari. Prendiamo per esempio il punto 308, dove si dice: «I Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti». Dobbiamo dedurne che il modo più efficace per essere compassionevoli non è esattamente quello di proporre l’ideale pieno del Vangelo?Quanto poi alla vexata quaestio circa la comunione ai divorziati risposati, qual è la conclusione? Dopo aver letto e riletto il testo più e più volte, la risposta è: comunione sì, ma anche no. Oppure: comunione no, ma anche sì. Nel documento, in effetti, entrambe le conclusioni sono legittimate. A ciò conduce la logica del caso per caso, a sua volta figlia dell’etica della situazione. Mi devo considerare un peccatore? Sì, ma anche no. No, ma anche sì. Dipende.
I sintomi della logica del «ma anche» emergono qua e là, in occasioni diverse, ma sono sempre più frequenti.
Vado in ordine sparso.
Primo esempio. Quando papa Francesco si è recato in visita alla chiesa luterana di Roma e gli è stato chiesto se un cattolico e un luterano possono partecipare alla comunione, Bergoglio, attraverso una lunga risposta a braccio, ha detto in sostanza: no, ma anche sì, bisogna vedere caso per caso, perché «è un problema a cui ognuno deve rispondere».
Secondo esempio. Quando, nella sala stampa vaticana, il cardinale Schönborn, commentando Amoris laetitia, ha detto che il divieto di fare la comunione, per i divorziati risposati, non è stato revocato, ma, attraverso la via caritatis indicata da Francesco, «si può dare anche l’aiuto dei sacramenti in certi casi», in pratica ha detto: no, ma anche sì; sì, ma anche no.
Terzo esempio. Quando Francesco, prendendo parte a un video sul dialogo interreligioso (nel quale appaiono un musulmano, un buddista, un ebreo e un prete cattolico) ha detto che le persone «trovano Dio in modi diversi» e «in questa moltitudine c’è una sola certezza per noi: siamo tutti figli di Dio», chi eventualmente volesse avere un’altra certezza di un certo spessore (qual è la vera fede?) potrebbe arrivare alla conclusione che è la nostra, ma anche quella degli altri.
Quarto esempio. Quando eminenti esponenti della curia romana ci dicono che la Chiesa, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, ha sì un unico papa legittimo, però ha in effetti due successori di Pietro, entrambi viventi ed entrambi pienamente papi, si vede anche lì all’opera la logica del «ma anche»: abbiamo un papa, ma anche due. E se qualcuno, inopportunamente, sostenesse che non possono essere entrambi pienamente papi, la risposta sarebbe assicurata: perché no? Lo è l’uno, ma anche l’altro.
Mi fermo con gli esempi e vengo al dunque. Attenzione: i cattolici sono pluralisti e non amano l’uniformità. Fin dall’inizio le comunità cristiane nascono all’insegna dell’inculturazione della fede e dunque sono multiformi. Tanto è vero che ancora oggi abbiamo riti diversi. La Chiesa si incultura in Occidente e in Oriente, al Nord e al Sud, in ogni contesto. In quanto cattolica, è opportuno ripeterlo, si rivolge a tutti e tutti accoglie: non seleziona a priori su base di censo o di conoscenza. Altrimenti sarebbe settaria, non cattolica. E fin qui siamo in pieno nella logica dell’et et.
La logica del «ma anche» però è un’altra cosa. È la pretesa di tenere uniti gli opposti o comunque qualcosa che insieme non ci può stare, o ci può stare solo a prezzo di forzature. C’è una differenza profonda tra la logica dell’et et e quella del «ma anche». Se l’et et unisce, il «ma anche» più che altro giustifica. Se l’et et rispetta la complessità e la riporta a unità, il «ma anche» cerca di superare la complessità attraverso qualche scorciatoia logica ed etica. Laddove l’et et unisce, il «ma anche» banalizza. Mentre l’et et punta alla verità, il «ma anche» si mette al servizio dell’utilità.
Qualcuno dirà: scusa tanto, ma che c’è poi di male nella Chiesa del «ma anche»? È così bello poter dire sì ma anche no, no ma anche sì. È umano. Noi siamo creature complesse, dunque perché andare alla ricerca di impossibili risposte nette e univoche? È tanto bello e buono non giudicare e prendere la realtà per quella che è, cioè complicata e contraddittoria. Perché dobbiamo sottoporre le persone a dure prove? Non è meglio smussare gli angoli e giustificare?
Ecco che cosa c’è di male: che la Chiesa del «ma anche» sposa esattamente la logica del mondo, non quella del Vangelo di Gesù. E infatti riceve gli applausi del mondo. Ma noi sappiamo che questo non è un buon segno. Il cristiano, quando è coerente, è perseguitato dal mondo, non applaudito.
D’altra parte, mentre suscita gli entusiasmi degli atei e dei laicisti, che vi trovano conferme e giustificazioni, la logica del «ma anche» lascia perplessi coloro che sono in cerca della fede. Chi cerca la Verità con la V maiuscola non vuole scorciatoie e parole ambivalenti. Ha desiderio di indicazioni di senso.
Lo scivolamento dalla logica dell’et et a quella del non solum, sed etiam avviene ogni giorno, in modo magari impercettibile, ma inesorabile. E coinvolge persone degnissime e buonissime, convinte in cuor loro di essere al servizio del Vangelo. Più che colpevoli, sono vittime. Perché la logica del «ma anche» è nell’aria che respiriamo.
Essere uomini e donne dell’et et significa non essere ambigui e non lasciare spazio alla confusione. La logica dell’et et sfocia nell’inclusione, non nella confusione. Gesù, campione dell’et et e non dell’aut aut, ha raccomandato che il nostro parlare sia «sì sì, no no». La confusione e la doppiezza sono specialità del diavolo, che in questo modo persegue il suo obiettivo: separare.
Personalmente, proprio perché so che, come tutti, respiro ogni giorno aria impregnata dalla logica del «ma anche», per cercare di stare in guardia uso un semplice espediente: ogni volta che in un’argomentazione trovo sintomi di «ma anche», lascio che un campanello squilli nella testa e nel cuore. Lì, mi dico, c’è qualcosa che non va. Lì il soggettivismo è in agguato. E quando poi il soggettivismo, come il lupo della favola, si traveste e indossa l’abito della coscienza morale e, per giustificarsi, dice con voce suadente «ma io, in coscienza…», il campanello suona ancora più forte. E mi viene in mente il cardinale Newman, per il quale la coscienza non era la scorciatoia verso l’etica della situazione, ma l’originario vicario di Cristo.
Sentiamo in proposito le cristalline parole di Benedetto XVI (20 dicembre 2010): «Nel pensiero moderno, la parola “coscienza” significa che, in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza — religione e morale — una verità, “la” verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità, e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza, un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che, a passo a passo, si apriva a lui».
Il che spiega perché, nella famosa Lettera al Duca di Norfolk, Newman scrisse che, nel caso avesse dovuto portare la religione in un brindisi, certamente avrebbe brindato per il papa, ma prima per la coscienza e poi per il papa. Ovvero: prima per la ricerca della verità, poi per l’autorità.
Ecco: coscienza è capacità di verità. Quando la coscienza del cristiano abbandona il sentiero stretto e impervio di questa ricerca e si incammina lungo i boulevard del «ma anche» (illuminati dai mass media e gratificanti, ma senza uscita), ho l’impressione che rischi fortemente di perdersi. E di finire dritta dritta nella tana del lupo.
Aldo Maria Valli
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A proposito di alcune critiche recenti a papa Francesco
Aggiornamenti Sociali novembre 2016 (751-756)
Recentemente alcune critiche sono state rivolte a papa Francesco in occasione della pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia (AL) sull’amore nella famiglia. Ne è seguito un certo dibattito, che offre l’opportunità di approfondire meglio il pensiero del Papa. Le sue innovazioni sono davvero in rottura con il Magistero precedente?* L’elezione di papa Francesco è stata accolta dappertutto e da tutti con speranza ed esultanza. Era inevitabile che, prima o poi, con gli applausi e i consensi, venissero anche le critiche. Alcune di queste sono sciocche e insipienti, e non vale la pena neppure di raccoglierle. Altre riguardano lo stile di vita del nuovo Papa ed erano più o meno scontate, tanto che circolano benevolmente perfino tra i vescovi. Dice uno di questi: «è cosa buona che Francesco voglia apparire povero, ma portare una veste trasparente che mostra il nero dei pantaloni non è trascuratezza?». Altre critiche sono più serie e si concentrano sul modo di governare del Papa o sulle ripetute “bacchettate” rivolte ai sacerdoti. Così un vescovo osserva: «i gesti di misericordia del Papa verso i diseredati vanno bene, ma tutto il resto? Che dire e che fare con il catechismo, il diritto canonico, i seminari, le parrocchie, le leggi sempre più lontane dal sentimento cristiano?». * Questo testo appare contemporaneamente nel libro a cura di M.C. Poma, Abbiamo bisogno di te. Ventisette lettere a papa Francesco, ed. Imprimatur, Reggio Emilia 2016, in occasione del suo 80º compleanno. E un altro aggiunge: «Parla tanto della sinodalità, ma poi decide da solo. Dice che bisogna decentrare, ma un accentramento personale del governo così forte non si era mai visto» (Accattoli 2016, 320). Poi vi sono pure altre critiche, piuttosto serie, venute specialmente dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia. Sono critiche che vengono da persone illuminate e fedeli, fatte senza arroganza e lasciano trapelare un’evidente o malcelata contrarietà. Non è possibile affrontarle tutte. Ne scegliamo due, che hanno suscitato un certo dibattito e pongono quello che forse è l’interrogativo di fondo del nuovo pontificato: le innovazioni di papa Francesco sono in rottura con il Magistero precedente della Chiesa? Due voci critiche qualificate Il primo a porsi questa domanda è Robert Spaemann, professore di filosofia all’Università di Monaco di Baviera, ritenuto uno dei maggiori filosofi e teologi cattolici tedeschi, amico di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI (Spaemann 2016). Egli denuncia, senza mezze parole, che la Amoris laetitia costituisce una palese frattura con tutto il precedente Magistero della Chiesa. Il n. 305 (con la nota 351) – afferma Spaemann – contraddice apertamente quanto Giovanni Paolo II insegna al n. 84 della Familiaris consortio (1981). Infatti, al n. 305 di AL si legge: «A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa»; nella nota 351, poi, si specifica che, «in certi casi», questo «aiuto della Chiesa» potrebbe essere anche l’ammissione ai sacramenti: «Il confessionale non dev’essere una sala di tortura, bensì il luogo della misericordia del Signore» e l’Eucaristia «non è un premio per i più perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli». Questa possibilità di dare la comunione a divorziati risposati, ventilata da papa Francesco, è categoricamente esclusa invece da Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio: la Chiesa «ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter essere ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia» (n. 84). Conclude, perciò, Spaemann (2016): quelle di papa Francesco sono «frasi decisive che cambiano in maniera sostanziale l’insegnamento della Chiesa. In questo caso c’è solo una chiara decisione tra il sì e il no. Dare o non dare la comunione: non c’è una via media». Su questa medesima linea critica si muove il giornalista cattolico Aldo Maria Valli, apprezzato vaticanista del TG1. La logica del cristiano – egli scrive – è quella dell’et et, non dell’aut aut. Non è più così con papa Francesco. La sua logica è diversa: quella del non solum, sed etiam, cioè del «non solo, ma anche». Si può dare la comunione ai divorziati risposati? «Sì, ma anche no; no, ma anche sì»: «Nel documento [di papa Francesco], in effetti – scrive Valli –, entrambe le conclusioni sono legittimate. A ciò conduce la logica del caso per caso, a sua volta figlia dell’etica della situazione. Mi devo considerare un peccatore? Sì, ma anche no. No, ma anche sì. Dipende». E Valli conclude: «la Chiesa del “ma anche” sposa esattamente la logica del mondo, non quella del Vangelo di Gesù. E infatti riceve gli applausi del mondo. Ma noi sappiamo che questo non è un buon segno. Il cristiano, quando è coerente, è perseguitato dal mondo, non applaudito» (Valli 2016; cfr anche Grillo 2016). Queste critiche di fondo a papa Francesco, sostenute dai due autori citati, sono largamente diffuse nella Chiesa. Quel che più stupisce è che esse ripropongono le medesime tensioni già emerse tra i Padri durante i due Sinodi sulla famiglia. Il fatto che riemergano oggi, dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, offre l’opportunità di spiegare meglio il pensiero di papa Francesco su punti di decisiva importanza per comprendere la novità del suo pontificato. Infatti, siamo convinti che queste critiche siano dovute al fatto che papa Francesco guarda la Chiesa, il mondo e le nuove sfide di oggi con la stessa «delicatezza con cui le guarda Dio», alla luce del Vangelo della misericordia, ispirandosi, come lui stesso ha detto, al «realismo di Dio» (papa Francesco 2016, n. 2). In altre parole, papa Francesco – in fedeltà al Concilio Vaticano II – ha affrontato fin dall’inizio del pontificato in modo innovativo tre tensioni che interpellano il servizio apostolico nel nostro tempo: quelle tra dottrina e pastorale, tra coscienza soggettiva e obiettività della legge e tra misericordia e giustizia. In sostanza, il modo in cui sono vissute queste tensioni e le posizioni critiche assunte al riguardo rivelano le resistenze o le difficoltà di comprendere l’invito di papa Bergoglio a una «Chiesa in uscita», preferendo rimanere ancorati alle certezze tradizionali, ben custodite dalle vecchie e solide “mura del tempio”. Tra dottrina e pastorale Il Papa l’aveva già detto in un discorso ai membri della Congregazione per la Dottrina della fede: «La dottrina ha l’unico scopo di servire la vita del Popolo di Dio e intende assicurare alla nostra fede un fondamento certo», evitando la tentazione di appropriarsene, magari per addomesticarla. Detto questo, si deve vincere la tendenza diffusa a «intendere la dottrina in un senso ideologico o di ridurla a un insieme di teorie astratte e cristallizzate» (papa Francesco 2014). Di fronte ai gravi interrogativi concreti della gente del nostro tempo, la pastorale non sta nell’usare uno schema teorico, già perfettamente strutturato, entro le cui caselle collocare i singoli problemi per risolverli; sta invece nello scoprire la presenza di Dio in una determinata situazione e comprendere che cosa egli ci chiede qui e ora. Infatti, è Dio che viene incontro all’uomo nella sua storia personale, non meno di quanto ha fatto nella storia d’Israele: «La sua Parola è venuta a noi non come una sequenza di tesi astratte, ma come una compagna di viaggio che ci ha sostenuto in mezzo al dolore, ci ha animato nella festa e ci ha sempre indicato la meta del cammino» (papa Francesco 2016). Dunque, la preoccupazione pastorale non va vista in contrapposizione a quella dottrinale. Dottrina e pastorale s’incontrano nel medesimo amore per la verità. Solo che la verità non è un’astrazione, ma si integra nel cammino storico di ogni vivente. Dunque, non si tratta di adeguare la pastorale alla dottrina, ma di rispettare la finalità pastorale, insita nella stessa dottrina. La dottrina, cioè, va sempre interpretata e contestualizzata; va proposta sempre nella sua integrità, ma alla luce del mutare delle esigenze e del contesto, al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa. Solo così l’annuncio del Vangelo non sarà teorico, né astratto, ma raggiungerà tutti e rimarrà vincolato alla vita reale delle persone. Tra coscienza soggettiva e obiettività della legge La seconda tensione che papa Francesco affronta in modo innovativo è quella tra coscienza soggettiva e obiettività della legge. Come è possibile – si chiedono i critici – che la situazione o le circostanze possano permettere di compiere in buona coscienza ciò che è “irregolare” e che la legge morale qualifica come intrinsecamente cattivo? Risponde papa Francesco: «La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto può conoscere bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere valori insiti nella norma morale o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettono di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa […]» (AL, n. 301). Papa Francesco, perciò, per risolvere la tensione tra coscienza soggettiva e obiettività della legge, insiste sulla necessità che si faccia ricorso al discernimento e al dialogo. Il discernimento è necessario non solo nei casi più difficili, ma dovrebbe essere lo stile pastorale ordinario: si tratta di aprirsi alla Parola di Dio per orientare la vita concreta di ogni fedele. Cioè, va tenuta in considerazione non solo l’obiettività della legge, ma anche la complessità delle situazioni. Non è possibile dare una medesima valutazione morale di un matrimonio fallito nonostante tutti gli sforzi per salvarlo, o di un matrimonio interrotto colpevolmente per sempre; a sua volta è diverso il caso di una nuova unione, contratta nella certezza in coscienza che la prima unione fosse invalida. Non esiste dunque una norma generale, in grado di coprire tutti i casi particolari. È necessario, perciò, non solo il discernimento, ma anche il dialogo, nella convinzione che il pensiero umano è sempre incompleto. Dialogare significa accettare la diversità, accogliere chi ha posizioni differenti, rendersi conto delle diversità esistenti, che non è possibile giudicare nello stesso modo. A questo punto si inserisce il discorso sulla terza tensione che papa Francesco affronta in modo innovativo: quella tra misericordia e giustizia. Tra misericordia e giustizia «L’accento posto sulla misericordia – spiega il Papa – ci mette di fronte alla realtà in modo realistico, non però con un realismo qualsiasi, ma con il realismo di Dio» (papa Francesco 2016, n. 2). Questo richiamo è la vera risposta di papa Francesco ai suoi critici. «Non si tratta – continua – di non proporre l’ideale evangelico, no non si tratta di questo. Al contrario, [il realismo di Dio] ci invita a viverlo all’interno della storia, con tutto ciò che comporta. E questo non significa non essere chiari nella dottrina, ma evitare di cadere in giudizi e atteggiamenti che non assumono la complessità della vita. […] Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione, li comprendo. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, “non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”. […] Gesù si è sporcato di più. Non era uno “pulito”, ma andava dalla gente, tra la gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere» (ivi). La misericordia, dunque, non è contraria alla verità, non è buonismo o sentimentalismo, ma incarna la verità nella vita. Questo fa Dio verso il peccatore, quando ogni volta gli offre un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere. «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il 756 © FCSF – Aggiornamenti Sociali perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena; ma scontare la pena non è il fine, bensì l’inizio della conversione, la quale fa sperimentare la tenerezza del perdono. Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è il fondamento della vera giustizia» (papa Francesco 2015, n. 21). Il passo in avanti di papa Francesco Lasciamo la conclusione al card. Schönborn. «Francesco ha fatto un passo importante obbligandoci a chiarire qualcosa che era rimasto implicito nella Familiaris consortio, sul legame tra l’oggettività di una situazione di peccato e la vita di grazia di fronte a Dio e alla sua Chiesa e, come logica conseguenza, l’imputabilità concreta del peccato» (Spadaro 2016, 146). Tale passo avanti consiste nella «presa di coscienza di un’evoluzione oggettiva, quella dei condizionamenti propri delle nostre società. È un più ampio inserimento nel discernimento degli elementi che sopprimono o attenuano l’imputabilità e nel discernimento di un cammino oggettivamente significativo verso la pienezza del Vangelo. Anche se questo non è ancora l’ideale oggettivo, tale non colpevolezza accompagnata da piccoli passi verso ciò a cui siamo chiamati non è poco allo sguardo del Buon Pastore. Siamo al cuore stesso della vita cristiana. Questo processo dinamico ha oggettivamente un valore significante che conviene prendere in considerazione in un discernimento permeato di misericordia, quando si tratta di porsi la questione dell’aiuto sacramentale della Chiesa» (ivi, 147). Ecco, dunque, dove sta la vera novità del pontificato di papa Francesco: non nella rottura con il precedente Magistero della Chiesa, ma nel suo ulteriore approfondimento, alla luce del realismo di Dio. È il Vangelo della misericordia a chiedere che si prenda atto della complessità dei condizionamenti che, nella società di oggi, limitano la capacità di decisione di molte coscienze.
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Magistero
AL = papa Francesco (2016), esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia sull’amore nella famiglia, 19 marzo.
Papa Francesco
– 2016 Discorso all’apertura del Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, 16 giugno
– 2015 Misericordiae vultus, Bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia, 11 aprile
-2014 Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede, 31 gennaio
Giovanni Paolo II
-1983 Esortazione apostolica Familiaris consortio circa i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi, 22 novembre.
Testi di riferimento
Accattoli L. (2016), «Disagio tra vescovi e papa», in Il Regno Attualità, 10, 319-320.
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Spaemann R. (2016), Ein Bruch mit der Lehrtradition – Robert uber “Amoris laetitia”.
Valli A.M. (2016), La Chiesa e la logica del “ma anche”, 28 maggio, in www.aldomariavalli.it
