Blog / Lettere | 28 Dicembre 2013

Le Lettere di Paolo Pugni – Un Natale tira l’altro

Va sempre a finire così.
Che il Natale scivola lesto e cade nella cesta degli anni passati, quelli che ti sedimentano sotto ai piedi e t’avvicinano al giorno in cui lo incontrai faccia a faccia quel Signore che ora metti nel presepe.
E il tempo ti passa attorno e te ne accorgi perché son già le nove di mattina e non s’è alzato nessuno per correre ad aprire i regali.
Che poi il Natale ti lascia sempre quel doppio regalo, di amaro e dolce, come il libro che Giovanni manda giù nell’Apocalisse e che poi è l’immagine della nostra vita, quella felicità che ha radici a forma di croce.
Così quando le luci si smorzano, lente, nella confusione del riordino, e tutti se ne sono andati lasciando la loro scia nelle fotografie di rito, che hai già sparato in rete nell’illusione di trasferire ad altri questa tua melanconia –che è altro dalla malinconia- zuccherosa e acida, ti fermi anche solo per un minuto –duro, ruvido, intenso- a pensare e fai fatica a resistere all’onda violenta del dolore.
Per che cosa? Per chi non c’è più: persone, sogni, desideri. Che volevi diversi e t’hanno sbeffeggiato, le persone non cambiando e i sogni svanendo, anzi peggio: scolorando nel loro contrario. Ti restano i rimorsi, una delusione, un’amarezza che rode quello che sei e te lo squaderna davanti con una virulenza tale da sentire misericordia per te prima ancora che disgusto. Tutti gli anni mi assale questa vertigine, ed è sempre peggio perché l’anno passato sottrae e non somma. Poi però, quando stai toccando la melma sul fondo, quando tutta la luce sembra essere risucchiata, quando vorresti lasciarla lì come fosse un gioco questa vita che è niente ma non è poco, ecco che tutto riprende colore e senso: è Natale e questo vuol dire significato, speranza. Amore. Ecco è l’amore che tutto rigenera, una frase così banale da essere di una profondità inaudita. Ha ragione Vittoria quando scrivere che ogni dolore è il più grande e guardiamo quelli degli altri sempre con l’orrore di vederli frignare per banalità, mentre noi… perché non ci sono due dolori uguali e comunque sia il mio è mio, è che mi frega se è piccolo o grande, ma è mio e mi soffoca e mi uccide. E quello che voglio non è orse neanche che me lo portino via –poi sì- ma soprattutto che qualcuno si sieda lì vicino a me, e mi ascolti e mi abbracci e mi ami. Perché l’amore risolve tutto.
Ma deve essere un amore senza fine, sennò e nuovo dolore. Ecco da dove nasce la fedeltà: Natale torna sempre, per rassicurare, per tradurre l’eternità in un linguaggio che possiamo capire: la ripetizione.
Fedele è chi sa amare comunque, mettendo sé da parte per ritrovarsi specchiato nell’altro: che un abbraccio è sempre a due sensi e non vorresti staccarti mai. Perché l’abbandono sega, nega, cancella e se non resta più niente come poteva essere amore?
Fedeltà è rinascere ogni giorno dalle proprie ceneri, diverso, perché due coniugi non sono una moglie e un marito, ma una coppia che ormai respira insieme, confusa in una unità che restituisce moltiplicato quello a cui hai saputo rinunciare. E le parole fanno difetto perché non si rinnovano mai.
Sapremo amare così?

Paolo Pugni

Paolo Pugni

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