Blog | 03 Novembre 2011

L’AMICIZIA NEL MATRIMONIO [data originale: 03.11.2011]

Scrive Alessandro Cristofari

Ho letto il suo libro e ho seguito anche le Discussioni su facebook. Mi sembra che in buona sostanza gli argomenti toccati – l’innamoramento e il matrimonio – abbiano in comune il filo rosso dell’amicizia. Riporto di seguito due citazioni su tutte. A lei, l’amicizia, la grande assente del nostro tempo vorrei fosse dedicata la prima Discussione del nostro blog.
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Citazioni da Come Gesù

“L’amicizia è la quintessenza dell’amore e auspico a tutti i mariti, le mogli e i figli di avere verso i rispettivi
coniugi, genitori, fratelli e discendenti anche l’amore di amicizia. A questo proposito san Josemaría Escrivá nella sua omelia sul matrimonio afferma che «L’ideale per i genitori consiste piuttosto nel farsi amici dei figli: amici ai quali si confidano le proprie inquietudini, con cui si discutono i diversi problemi, dai quali ci si aspetta un aiuto efficace e sincero» (È Gesù, n. 27). Se il Fondatore dell’Opus Dei afferma che «l’ideale» sia che tra genitori e figli, e quindi nei legami famigliari, ci sia amicizia, significa che queste relazioni a volte ci sono e a volte non ci sono, ossia che hanno tra loro degli elementi in comune e anche degli elementi di diversità, basta la banalissima constatazione per cui io non mi sono mai rivolto a mio papà e a mia mamma chiamandoli «amico» o «amica», anche se devo riconoscere a loro merito che tra noi c’era proprio quell’amicizia poco sopra auspicata” (pp. 181-182).
“Spesso coloro che preferiscono il regime di convivenza a quello del matrimonio istituzionalizzato è come se volessero «obbligarsi» a un regime matrimoniale che abbia anche, al contempo, come conditio sine qua non, le caratteristiche dell’amicizia”  (p. 206)

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Risponde Mauro Leonardi

Ti accontento molto volentieri. Sono sempre più convinto che l’amicizia sia la quintessenza dell’amore e discutere di lei confrontandola con il matrimonio può essere molto utile perché l’amicizia non tollera istituzioni mentre il matrimonio ne ha bisogno. Aggiungo anch’io una citazione che ben si addice all’amicizia anche se non la nomina.
E do il via alla Discussione.
 
“L’eternità non è la durata di tempo infinito, ma è quella dell’istante, perché l’istante è unico e irripetibile, e l’amore è sempre unico, sempre irripetibile, sempre nuovo. (p. 257)




63 risposte a “L’AMICIZIA NEL MATRIMONIO [data originale: 03.11.2011]”

  1. fefral ha detto:

    prima?
    Ma non posso trattenermi per un commento.
    Un complimento e un in bocca al lupo per il blog però glielo lascio di cuore, caro don Mauro!

  2. Vittoria Patti ha detto:

    Io commento con una domanda: perché dice che «l’amicizia non tollera istituzioni»? Cosa significa? Non capisco tanto bene. Ma m’interessa molto. Può farmi qualche esempio? Grazie!

  3. fefral ha detto:

    io penso che si riferisca al fatto che in amicizia non ci sono diritti e doveri, è pura gratuità. Non ci sono vincoli, non ci sono regole.
    Almeno è quello che mi è sembrato di capire che intendesse don Mauro nel suo libro. Ed è un pensiero che condivido totalmente.

  4. Vittoria Patti ha detto:

    Grazie Fefral! :) Forse se mi decidessi una buona volta a leggere il libro, non avrei così tanti dubbi…

  5. fefral ha detto:

    leggilo, è davvero bello (peccato quella copertina ;-) )

  6. Vittoria Patti ha detto:

    Concordo sulla copertina… Ares people, pensateci per la prossima edizione! ;)

  7. fefral ha detto:

    A me comunque ha colpito molto l’ultima citazione quando l’ho letta nel libro: è particolarmente vera, come è vero anche che spesso si cerca in presunte amicizie qualcosa che manca nel matrimonio, quando il rapporto di coppia non funziona. Ma quando succede così ho l’impressione che non si abbiano le idee chiare nè sull’amicizia nè sul matrimonio.
    Bello ‘sto tema, bel modo di inaugurare il blog!

  8. Eli ha detto:

    Fefral ciao, grazie a Dio il matrimonio dura una vita e c’è tempo per ritornare,riscoprirsi amici, c’è tempo per iniziare una nuova amicizia con il “solito” marito che scopri “nuovo” in qualche modo. E le amicizie non aggiungono e non tolgono nulla ad un matrimonio sia che funzioni sia che non funzioni. Ma aggiungono tanto alla mia vita e tutto quello che c’è “in più” in me c’è “in più” nel mio matrimonio. Per quanto riguarda l’avere “le idee chiare”, per quanto mi riguarda questa vita non basta. Concordo : bello ‘sto tema. Vittoria grazie delle spiegazioni tecniche e dei commenti (forse istituzione vuol dire che il matrimonio ha delle mura e che dentro ci può essere anche un po’, a volte tanta, confusione, ma comunque c’è il muro a cui appoggiarsi? L’amiciza è invece una passeggiata, cito il libro, e così è un po’ più itinerante? Tocca imparare a passeggiare tra le mura di casa!). Buona giornata.

  9. Ale ha detto:

    “Tocca imparare a passeggiare tra le mura di casa!” pensiero meraviglioso, grande Eli! il fidanzamento, prendendo spunto da questa immagine, si potrebbe paragonare ad un passeggiare x cercare, trovare e cominciare a mettere insieme i primi mattoni che via via comporranno quel muro. Buona giornata

  10. fefral ha detto:

    Eli, parlando di “idee chiare” intendevo dire che spesso si rischia di confondere amicizia e amore coniugale che invece sono due cose molto diverse. Che possono coesistere (ed è bello quando è così) ma anche no.
    Può succedere così che si cerchi nell’amico qualcosa di cui si sente la mancanza nel matrimonio e che dovrebbe essere esclusivo del rapporto di coppia, e in quel modo si manca ai doveri coniugali e si perde il senso dell’amicizia. Così come può succedere che si pretenda di trovare l’amicizia nel rapporto di coppia, ma l’amicizia che di per sé è gratuita non ha alcun senso se diventa un obbligo, e così pretendendo che il coniuge diventi amico si ottiene proprio l’effetto di chiudersi alla possibilità di amicizia con lui.
    E’ ovvio che poi nessuno di noi potrà mai dire di essere “arrivato” nella strada di imparare ad amare. Quindi le idee non si chiariranno mai del tutto. Ed è normale che quello che può essere scritto in maniera più o meno lineare nella vita è molto più sfumato, e anche per questo più bello da vivere.
    Riprendendo il commento di Ale, se il fidanzamento è un passeggiare per cercare, trovare, ecc… l’amicizia di per sè è un passeggiare per passeggiare

  11. Mauro Leonardi ha detto:

    Rispondo al post di Vittoria Patti del 3 novembre alle 14.06 e di Fifrei dello stesso giorno alle 14.38 che individuano subito un aspetto essenziale della diversità tra amicizia, fidanzamento e matrimonio. Scrivo nel post iniziale che “l’amicizia non tollera istituzioni mentre il matrimonio ne ha bisogno”.
    Un’istituzione (do una definizione non tecnica) è l’insieme di regole, norme, leggi – con i rispettivi organismi atti a farle rispettare – che vengono poste in essere per difendere un determinato valore, fine, scopo. Per esempio l’istituzione matrimoniale serve a proteggere il “valore famiglia”; un’istituzione ecclesiale (la stessa Chiesa è un’istituzione) serve per difendere dal punto di vista del diritto una determinata vocazione (o, per la Chiesa in generale, l’essere cattolici); l’istituzione stato, la patria; l’istituzione esercito, la pace; l’istituzione “pubblica istruzione”, l’educazione attraverso la cultura, ecc. Vale per un partito, un club, e così via. In estrema sintesi è una regola che contiene un valore. Le istituzioni cercano di capire qual è la “struttura” di una determinata realtà, e quando l’hanno compresa la codificano e la formalizzano. Le istituzioni quindi sono, di per sé, “funzionali” al valore che contengono. Se smarriscono il motivo specifico per cui sono state create prima o poi, inesorabilmente, vengono meno perché alla lunga un’istituzione non può vivere per difendere sé stessa, perpetuare sé stessa.
    Per quanto riguarda il valore famiglia per esempio, l’istituzione matrimonio (fino a quando non era stata introdotto il divorzio) diceva “tu vai avanti a stare con tuo marito perché ti sei sposata” così come se concludi un contratto di compravendita lo porti a compimento anche se nel frattempo hai cambiato idea.
    Come si vede da questo esempio, le istituzioni ottengono la protezione del valore ma ciò va a discapito dell’espressività del valore, della comunicazione del valore, della relazionalità del valore. E’ una via di mezzo, un compromesso, che è necessario trovare. E’ come dire: scalare le pareti delle montagne è bellissimo ma anche se la vera ebbrezza della scalata è sperimentare il vuoto sotto di sé, io uso delle corde per legarmi.
    Il problema è che mentre le generazioni di cinquanta anni fa erano disposte a rinunciare a un po’ di espressività amorosa per comprare un po’ di sicurezza, oggi sembra che non sia più così. Si dice: poiché la vera ebbrezza è essere sospesi nel vuoto, per scalare veramente occorre andare su a mani nude. E io faccio così. Il problema è che – quasi sempre – prima o poi le mani sanguinano, le gambe non tengono, chi è di fianco rinuncia e prima o poi cade e sfracella. O forse chi si sfracella sono io.
    Questo, in due parole, è il problema dell’istituzione. I sacerdoti che hanno esperienza di corsi prematrimoniali sanno che, molto molto spesso, quando due fidanzati sono disposti a giurare che il loro matrimonio durerà per tutta la vita, in realtà esssi pensano che “qualsiasi cosa succederà sarò in grado di far ripartire l’amore, di far ri-innamorare il mio partner”: insomma a guardare ben dentro la loro questione è quella dell’amore. Ma questo non è il contenuto dell’impegno di indissolubilità del matrimonio. Indissolubilità significa “qualsiasi cosa succeda”, anche l’eventualità che l’amore non riparta (perché, come spiego in Come Gesù, in realtà l’amore non è il contenuto essenziale del matrimonio).

    Tornando all’amicizia mi sembra chiaro che tutto ciò che è “istituzione“ non riguarda proprio l’amicizia, perché l’amicizia è “puro amore”. O c’è o non c’è.

    Termino aggiungendo che “istituzioni” è molto più che “rito”. Tutti sappiamo che nel Piccolo Principe la volpe spiega l’importanza dei riti nell’amicizia. Ma questi riti (il thé assieme!) non sono istituzionalizzati. Se non ci va di farlo non lo facciamo. Se fossero istituzionalizzati dovrebbe poter intervenire un’autorità che ci obbliga a rispettarlo con la minaccia di colpirci con qualche sanzione.
    Mi sembra evidente che tutto ciò con l’amicizia non centra nulla.

  12. Lidia Mazzitelli ha detto:

    Ciao!! Non commento a lungo, ma anche a me piacerebbe si parlasse proprio di amicizia un po’, slegandola dal matrimonio e fidanzamento o genitorialità. però è vero che è più difficile parlare di amicizia, perché in fondo tutti i matrimonio si assomigliano (in senso astratto, ma le amicizie no: amicizie fra persone dello stesso sesso, di sesso diverso, a distanza, di convivenza (quando si vive con gli amici), eppoi l’universo delle conoscenze…sarebbe bello parlare un po’ di esperienze di amicizia! per ora questo, e a presto!

  13. Lidia Mazzitelli ha detto:

    vabbè scusate gli errori grammticali e di stampa :( la prox volta faccio l’anteprima

  14. Vittoria Patti ha detto:

    Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

  15. Vittoria Patti ha detto:

    Grazie don Mauro! Ora ho capito :)
    @Lidia, anche a me interessa parlare dell’esperienza di amicizia!

  16. Anonymous ha detto:

    Molti auguri per il blog, don Mauro!!! L’argomento che oggi propone sul blog è per me troppo doloroso . Può finire l’amore in un matrimonio ok e il matrimonio continua. E va bene, Non è questo il mio problema per fortuna. Può finire un’amicizia. Si può decidere di terminare un’amicizia e continuare a volere bene. E starci tanto male, pur sapendo che è la cosa migliore. E so che ormai questo dolore posso solo consegnarlo a Dio (lo faccio ogni giorno) e restare immobile, aspettando che Lui faccia il suo gioco con me. Mi consegno a Lui su questa cosa… perchè non ci capisco niente … E questo è il mio problema.Troppo dolore. Io non riesco a parlare di amicizia. Comunque buon proseguimento… Un abbraccio

  17. Anonymous ha detto:

    Mauro, scusa se ti do del tu ma visto che ci conosciamo da qualche anno….Devo dire che non ho letto il libro, anche se ho in programma di farlo. Ho solo un commento da fare, che nasce da una citazione che ben conosciamo: Qual’è il segreto della Perseveranza? L’amore. Innamorati, e non Lo lascerai. Questo vale per Dio, ma vale anche nei rapporti umani, che sono per noi a somiglianza e nello stesso tempo a figura del rapporto con Dio. Quindi vale anche nel matrimonio. Quando dici che l’amore non è il contenuto essenziale del matrimonio lo capisco (in realtà il contenuto essenziale è l’impegno a rispettare il patto sottoscritto), anche se il matrimonio senza amore perde linfa, e far ripartire l’amore vero (non l’innamoramento o l’attrazione) è fondamentale per poter rispettare il patto stesso, per non lasciare l’altro, sia in senso fisico che in senso spirituale. Che ne pensi?

  18. Anonymous ha detto:

    Scusa ma non mi sono firmato prima (dimenticanza) e quindi non puoi sapere perchè ti ho dato del tu. Sono Stefano Crico, e ti saluto anche da parte di tutta la famiglia.

    Stefano

  19. Eli Galli ha detto:

    Ale, grazie!
    Don Mauro, grazie (l’esempio della scalata è molto efficace). Fefral, scusa! Il tono della mia risposta era “nervosetto”. Riflettendo su quello che dici sull’amicizia, non solo credo che non vi si debba “cercare qualcosa di cui si sente la mancanza nel matrimonio”ma,credo, che nell’amicizia non si debba cercare proprio nulla.La mia amica non “mi serve” a nulla! La cerco perchè è mia amica, perchè stare con lei è…bello. E nel matrimonio?”Sfumature”: hai detto. Bello. Ci ragiono sopra. Sull’amicizia, pensavo, che è bene dire che non tollera istituzioni ma non credo sia totalmente libera, nel senso che ha però delle convenzioni,diciamo. Essere amiche ha un linguaggio, dei riti anche,dei modi di essere, che vanno rispettati, cioè vissuti. Se no ho paura che si “angelichi” troppo l’amicizia. Avete presente quelle amiche che non si fanno mai sentire? “Non sai quanto ti ho pensata!!!” Ecco, dico io, pensami di meno e chiamami! Buona giornata.

  20. fefral ha detto:

    la mia amica non serve a nulla :-) è proprio così!
    Su quello che scrivi del fatto che l’amicizia non sia completamente libera, io la vedo in un modo un po’ diverso. Amicizia è compagnia. Una compagnia fine a se stessa, non obbligata. Non perchè abbiamo il dovere di accudire, nutrire, curare, accompagnare, aiutare l’amico. L’essenza dell’amicizia è proprio quella compagnia, quella condivisione pura di qualcosa di noi. E’ ovvio che se non c’è questa compagnia, questa condivisione di qualcosa di noi, se non c’è relazione (relazione che può assumere forme e tempi diversi, non stabiliti da regole, non uguali per tutti: non c’è amicizia uguale all’altra) non c’è amicizia. Magari c’è voler bene ma è una cosa diversa.
    Quindi condivido che se certi “riti” non vengono vissuti l’amicizia non c’è. Ma vissuti è diverso da rispettati: non posso “obbligarmi” e “obbligare” a quei riti. Perchè se viene meno la libertà e subentra il vincolo non è più di amicizia che si sta parlando. Per questo l’amicizia tra coniugi è bellissima ma è anche molto difficile. Perchè la gratuità del rapporto di amicizia si intreccia continuamente con gli obblighi derivanti dal vincolo. E lo stesso fra genitori e figli.

  21. Vittoria Patti ha detto:

    Ricchissima, questa discussione, densa di spunti fantastici!
    Stefano, però non sono tanto d’accordo quando dici che «il contenuto essenziale [del matrimonio] è l’impegno a rispettare il patto sottoscritto»: mi sembra un po’ triste, e arido, e inutile, un patto il cui unico scopo sia rispettare il patto stesso!
    In realtà il contenuto essenziale del matrimonio credo stia nei suoi due scopi che la tradizione cristiana (e anche umana) ci ha consegnato: mutuo aiuto alla crescita dei coniugi e generazione/educazione dei figli!
    La necessità di rispettare il patto è una conseguenza (se no non sarebbe un patto!), è la condizione che rende possibile attuare gli scopi (se me ne vado a Auckland con un bel rugbista alto 2m non posso più né aiutare mio marito né “crescere” i nostri figli), ma non è il contenuto essenziale, almeno così mi sembra.
    E tornando a bomba all’amicizia nel matrimonio, è evidente che questa sta a pennello nel primo dei due scopi che ho citato (secondo me anzi si identifica proprio con esso! Ma don Mauro non è tanto d’accordo), e facilita enormemente il secondo.

  22. Anonymous ha detto:

    Vittoria, scusa, ma cerco di spiegarmi. Forse non ci sono riuscito. Don Mauro sostiene che l’amore non è il contenuto essenziale del matrimonio. Mi rifaccio alla definizione filosofica di contenuto essenziale, cioè essenza del matrimonio. L’essenza (o sostanza) del matrimonio, ciò che lo rende tale, sta nel patto, cioè nella libera unione di due volontà che decidono di unirsi per fare di due un’unica carne, per realizzare una famiglia. Quelli che tu hai citato giustissimamente sono i fini del matrimonio, non credo l’essenza. Il matrimonio di fatto esiste anche a prescindere dal fatto che i suddetti fini vengano raggiunti, anche se si può sostenere che non ha ha tanto il senso…..L’amore cosa c’entra? Beh, se l’amore inteso come atto della volontà di cercare e realizzare il bene dell’altro e in lui dei figli e quindi in definitiva della famiglia è fondamentale per avere la forza di perseverare nell’impegno, allora nel matrimonio l’amore è comunque “accidente” (in senso filosofico) imprescindibile.

  23. Vittoria Patti ha detto:

    Sì, hai ragione. E’ tutto vero, in pieno. :)
    La filosofia non è il mio forte, quindi facevo confusione tra essenza e fini.

  24. Mauro Leonardi ha detto:

    Scusate se intervengo solo ora nella bellissima discussione che si sta sviluppando.
    In primo luogo mi commuovo per Anonimo del 4 novembre 2011 19:52. Non so tu chi sia e a che cosa ti riferisca ma dire che l’amicizia è “un argomento troppo doloroso, troppo dolore, io non riesco a parlare di amicizia” dà la misura di quanto l’amicizia sia qualcosa di veramente importante e di veramente assente nella nostra società. Anonimo l’ha provata e ora la persa. Gli auguriamo di ritrovarla ma gli invidiamo di averla gustata almeno una volta. E’ infinitamente meglio la sua situazione di quella di chi dice che l’amicizia sia qualcosa di facile, alla portata di tutti, che non meriti una coltivazione quotidiana.
    Prego per te Anonimo!

  25. Mauro Leonardi ha detto:

    Intervengo ora nella Discussione che coinvolge tra gli altri Stefano Crico 5 nov 2011 01.32 e Vittoria Patti 5 novembre 2011 18.09

    Cito una pagina del libro che riguarda proprio questo aspetto.

    “(…) In senso stretto, cioè nel senso del diritto canonico, il matrimonio è il mondo dell’obbligo, dell’istituzione, della necessità, anche se tutti questi impegni, sia ben chiaro, vengono contratti liberamente (cfr Hervada, L’essenza del matrimonio). I doveri che si contraggono con il patto coniugale sono quelli che ruotano attorno a ciò che i canonisti chiamano «il consenso matrimoniale» nella cui definizione non si parla esplicitamente di amore: è «l’atto della volontà con cui l’uomo e la donna, con patto irrevocabile, danno e accettano reciprocamente sé stessi per costituire il matrimonio» (CCC, n. 1057 par. 2). Ovviamente, poiché oggetto del patto è il reciproco donarsi come sposi dell’uomo e della donna, implicitamente, per come è fatta la naturale struttura relazionale della persona umana, nell’intenzione del patto c’è il vivere un’alleanza di amore fedele e feconda. Come spiega bene Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio (al n. 11), poiché l’amore è la vocazione fondamentale e innata di ogni essere umano, è questa vocazione a costituire il cuore del matrimonio e della famiglia. Per lo stesso motivo, cioè per la natura della persona umana, la formula del consenso («Io N., accolgo te, N., come mio/a sposo/a. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita» – Rito del matrimonio) è più ampia di come sarebbe se esprimesse il mero consenso ed esplicita anche l’amore. (…)». “(…) Una persona sposata – direi in particolare una persona sposata – a volte deve saper sostare anche molto tempo nella fedeltà basata sul puro impegno preso, sul perché è giusto. Perché nel matrimonio si promette la fedeltà (e l’apertura alla fecondità) nella speranza (attesa, certezza) dell’amore: è come dire che il segreto dell’amore è la fedeltà. So che questo può sorprendere perché in genere si pensa che la fedeltà sia la logica conseguenza dell’amore, cioè che l’amore sia in certo modo la causa della fedeltà, che sia l’amore la custodia della fedeltà, ma invece, a ben riflettere sull’essenza dell’istituto matrimoniale, si scopre che è il contrario. In verità quello che si dice sposandosi è: «ti prometto fedeltà perché spero da essa l’amore». Oltretutto bisogna avere chiaro che (cito) «il matrimonio non ha mai coinciso, almeno come fenomeno generalizzato e ufficiale, con l’amore» (sono parole di Luigi Santucci nella sua prefazione a L’amore e l’occidente di Denis de Rougemont nell’edizione Mondadori del 1950 a p. 8. Il libro di de Rougemont è stato riedito da Rizzoli pochi anni orsono, e la prefazione è radicalmente cambiata, leggere per credere). Questo è così vero che quando Gesù nell’ultima cena parla del «comandamento dell’amore» fa esplicito riferimento all’amicizia («vi ho chiamati amici» – Gv 15,15) e non al matrimonio. E l’amico prediletto, colui che Gesù amava, ha scelto di essere celibe come l’Amico di cui era amico. Sarà un caso?” (Come Gesù, pp. 134-135)
    Proprio perché l’amore (l’amicizia è il puro amore) è pura libertà, un’istituzione (anche l’istituzione matrimoniale) non può promettere l’amore. Un’istituzione promette alcune cose entro le quali può esserci o no l’amore, ma non si può far dipendere l’amore da un’istituzione. Gli infissi di una casa tengono il caldo della casa ma non scaldano, per quello c’è il calorifero. Gl infissi sono l’istituzione l’amore è il calorifero. Se dovessi scegliere di tenere solo na delle due cose tra calorifero è infssi (amore e istituzione) è chiaro che terrei il calorifero, ma la civiltà si è inventata anche l’esistenza degli infissi (delle istituzioni) perché sa che il calore a volte va e viene, non c’è, o ce n’è poco, e allora vi assicuro che gli infissi servono. Anche se alla lunga il problema del calorifero bisogna risolverlo.

  26. Mauro Leonardi ha detto:

    Infine dialogo con Eli Galli 05 novembre 2011 11:09

    Come dicevo in uno dei post sopra, i riti non sono istituzioni. Come dice Fefral non c’è “obbligo”. Dopo la caccia sono abituato a fermarmi con il mio amico in un certo ristorante che cucina bene la selvaggina, ma non siamo obbligati a compiere questo “rito”. Una volta non ci va e non lo facciamo. Un’istituzione non funziona così. Se non dici giusta la formula del consenso matrimoniale non ti sposi, se non fai il rogito giusto dal notaio per la compravendita della casa quell’atto non vale.

  27. Mauro Leonardi ha detto:

    Dimenticavo. Stefano Crico forse puoi dare un’occhiata a una bella Discussione dal titolo “La volontà di amare e la libertà di amare”. Si trova sulla pagina fb del mio profilo nella voce Note. Magari più avanti potremmo rilanciarne una così.

  28. Monica ha detto:

    Ciao don Mauro, benvenuto nella blogosfera!
    L’immagine del calorifero e degli infissi è interessante… E secondo me molto chiara. D’altra parte, alcuni interventi mi hanno fatto tornare in mente anche la provocazione dell’enciclica “Deus caritas est”, qualche anno fa: “L’amore si può comandare?” (credo proprio che dovrò rileggerla… perché mi interessa la risposta!).
    Io penso che noi uomini (e donne!) siamo proprio fatti così: insieme ai nostri slanci, abbiamo bisogno che qualcuno (o qualcosa) ci custodisca nei nostri propositi, ci ricordi qual è “l’alveo” del nostro fiume…
    Ma certo, il fiume deve scorrere (e i caloriferi, scaldare!). Per questo, sono d’accordo anche io con te sull’amicizia, come elemento essenziale in ogni rapporto: su questo non si può barare; ed è per questo che è così esposta e così delicata…

  29. Anonymous ha detto:

    Bellissima questa frase:

    “Indissolubilità significa “qualsiasi cosa succeda”, anche l’eventualità che l’amore non riparta (perché, come spiego in Come Gesù, in realtà l’amore non è il contenuto essenziale del matrimonio)”

    … ma forse non è anch’esso un grande amore quando si vuole mantenere fede al proprio patto, anche nelle circostanze più avverse?
    Alfredo

  30. Vittoria Patti ha detto:

    @Alfredo: sono d’accordo! E’ amore, e grande anche!

  31. Mauro Leonardi ha detto:

    PICCOLA GUIDA per chi avesse difficoltà ad aggiungere i commenti nel blog “Come Gesù”

    1. scrivi il tuo commento dentro il rettangolo bianco sotto a “Posta un commento”
    2. clicca sul pulsante sottostante dove c’è scritto “posta commento”.
    3. a questo punto dovresti vedere un’anteprima del tuo commento (che per ora NON E’ STATO ANCORA PUBBLICATO), con sotto una parola tutta storta e colorata, che devi ricopiare sotto (è un controllo per sapere che sei umano e non sei invece un programmino che commenta a caso per fare spamming).
    4. Ri-clicca su “posta commento”, e finalmente vedrai il tuo commento pubblicato!

  32. Mauro Leonardi ha detto:

    Sono d’accordo con anonimo e con Vittoria: certo che è una bellissima prova d’amore! E chi si comporta così spera, si attende, che dalla fedeltà nasca l’amore. Che è l’atteggiamento corrispettivo a quello di chi si attende la fedeltà dall’amore….

  33. Anonymous ha detto:

    Ciao a tutti….
    Leggendo il libro ed ora questa discussione sono rimasta molto colpita da quanto si afferma circa l’istituzione matrimonio e poi da questa frase, che qui è tornata più volte:”Indissolubilità significa qualsiasi cosa succeda, anche l’eventualità che l’amore non riparta”…Non ho vergogna nel dire che faccio parte(forse secondo alcuni, ingenuamente)di quelle persone che, credendo profondamente e fermamente nel matrimonio come uno ed indissolubile, durante i corsi prematrimoniali, quando sentono parlare di indissolubilità di matrimonio pensano che questo voglia dire che, qualunque cosa succeda, essi si impegneranno a far ripartire il loro amore. Ovviamente questo significa anche dire che, al contrario, essi non andranno avanti A TUTTI I COSTI se l’amore (in senso davvero ampio del termine e giustamente coniugato), non dovesse ripartire.
    Sono figlia di 2 genitori meravigliosi che, dopo tanti anni (25) di sincero impegno, pur credendo fermamente nel valore famiglia e proprio a tutela di questo valore, con immensa sofferenza hanno deciso di separarsi. Io stessa per anni non ho compreso la loro scelta e, da figlia, ho portato ed affrontato tutta la mia sofferenza. Oggi, a 33 anni, riconosco che quella scelta ha salvato la nostra famiglia, che ora è tornata ad essere interiormente ed intimamente una famiglia, anche se fisicamente non viviamo più insieme…e ha salvato anche me, facendomi ritrovare il desiderio e la voglia di credere nel matrimonio e di sposarmi!
    E’ vero, gli infissi sono davvero molto utili a trattenere il calore del calorifero, ma se il calorifero si rompe e rimane rotto per troppo tempo, allora gli infissi servono solo ad impedire a noi di “respirare” aria fresca e ad impedire alla luce del sole di riscaldarci. La casa si trasforma così in una prigione, tra l’altro comunque fredda, perchè alla lunga, se il calorifero non funziona, gli infissi non servono a generare calore.
    Chiara Ticchi (Mi firmo perchè, forse anche a causa dell’orario, non ho capito come si fa a mettere il proprio nome all’inizio del commento:))

  34. Anonymous ha detto:

    L’altro dubbio che vorrei cercare di esprimere, che è strettamente legato al mio commento precedente, riguarda il concetto espresso nel libro secondo cui i valori (in questo caso il valore famiglia-matrimonio) necessitino di istituzioni, con funzione di protezione. Se in una società un determinato valore esiste e sopravvive semplicemente perchè al di sopra vi è un’istituzione di protezione, quel valore a mio parere, in realtà è già morto! Un valore esiste davvero nella misura in cui esso esiste e vive abitualmente nel cuore, nella testa e nell’animo della gente comune. Io mi sposerò in Chiesa, e quindi accetterò l’istituzione matrimonio,semplicemente perchè credo che promettere eterna fedeltà ad una persona e condividere con lei tutta la vita, umanamente sia una cosa davvero molto difficile. Perciò andrò davanti a Lui per chiedere il Suo aiuto, convinta che “in tre” tutto sia possibile, pur rimanendo ugualmente molto difficile ed impegnativo. Da quel momento in poi,la mia unica “istituzione”, cioè la mia unica e vera protezione, sarà la promessa di fedeltà di Luca (il mio attuale fidanzato)e la promessa di fedeltà di Dio. Non può esistere e non esisterà mai niente di ESTERNO a noi “tre” (tanto meno lo Stato) che mi possa dare più certezza e più protezione di ciò che nasce dalla parte più intima di noi. E non sto parlando di amore, ma di promessa di fedeltà!
    Chiara Ticchi

  35. Eli Galli ha detto:

    Sentite se vi piace quanto dice l’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt sul suo matrimonio, 69 anni insieme, con la moglie Loki (lui di famiglia benestante, lei povera, si sono conosciuti a scuola). L’ex primo ministro racconta la facilità con la quale la figlia del portuale ricevette poi capi di governo e come conversava con i ministri degli esteri . “E’ stata indismpensabile”. Insieme ancora oggi suonano il pianoforte, discutono,fumano senza sosta. Conclude l’ex cancelliere. “Sono orgoglioso di questa figlia di un portuale con la quale sono sposato da quasi sette decenni”. “Solo nel 1949 a quasi trent’anni guadagnai un salario per la prima volta”.La sera tornavano in un appartemento di quattro stanze con altre tre famiglie, quattro donne nella cucina comune, ma eravamo felici. Mi è sembrato un bel racconto di un matrimonio e di un’amicizia. Buon lunedì.

  36. Mauro Leonardi ha detto:

    Entro in dialogo con il post di Chiara Ticchi del 07.11.11 delle ore 00.31
    In primo luogo la ringrazio per essere intervenuta e per essersi coinvolta così personalmente nella Discussione. Come ho già avuto modo di scrivere, il motivo immediato per cui facciamo questo blog è diffondere Come Gesù, ma il motivo profondo è riflettere assieme su quanto si dice nel libro a partire dal proprio sentire personale, dalla propria vita vera, dalla propria esperienza esistenziale. Quanto più questo avviene (ovviamente in termini educati e sereni) tanto meglio è. A noi non importa conoscere una teoria “in astratto” (questo è importante anzi indispensabile, ma rivolgersi a degli esperti al di fuori di questo blog è alla portata di chiunque) ma cimentarsi con vite vere (con i limiti connessi con l’utlilizzo di un blog o di facebook) che ci interpellano autenticamente. Qualsiasi teoria può essere confutata da un’altra teoria, ma nessuna teoria può confutare una vita.
    La ringrazio inoltre perché mi dà la possibilità di fare delle precisazioni e degli approfondimenti che altrimenti sarebbero impossibili.

    Dopo questo piccolo preambolo vengo al primo dei due punti toccati da Chiara (toccherò il secondo nel secondo post).
    E’ necessario avere chiaro che l’indissolubilità del matrimonio non è lesa da una giusta separazione.
    Per il cristianesimo (cattolico) il matrimonio è composto da tre elementi (il primo a spiegare tutto questo per bene è stato san Agostino): l’indissolubilità (uno con una finché morte non li separi qualsiasi cosa succeda), la fecondità (essere aperti alla venuta di eventuali figli), l’unicità (cioè il fatto che un uomo – o una donna – siano sposati con una sola donna – o con un solo uomo). Questo punto riguarda la poligomia e il matrimonio omossessuale.
    Ora, ciò che si contrappone al bene dell’indissolubilità non è la separazione ma il divorzio. Mi spiego perché se no si può pensare che sia un semplice gioco di parole. Il divorzio tecnicamente è ritenere che il matrimonio precedente non ci sia più e che quindi ci si può “ri-sposare”. Questo per un cristiano (e per un uomo, ma non posso ora approfondire questo elemento) non è possibile. La separazione invece è giungere alla convinzione di coscienza che per fondati motivi (figli, salute, quant’altro) sia meglio non convivere con il coniuge (temporaneamente o anche indefinitamente) ma sapendo che comunque l’altra persona rimane il mio coniuge e che pertanto non posso risposarmi. Non posso risposarmi perché sono sposato/a. La posizione della separazione – che naturalmente non può essere presa a cuor leggero – è assolutamente ammessa dalla Chiesa. Addirittura, se la legislazione civile non prevede l’istituto della separazione è possibile “divorziare”, sapendo però l’interessato/a che in realtà – di fronte a Dio, rimane sposato/a. E’ il caso per esempio di un coniuge violento, o che stia mandando in rovina economica la famiglia in maniera irreparabile, ecc.
    Questo mi serve per chiarire che una posizione come quella dei genitori di Chiara è assolutamente possibile con la visione cristiana della vita.

  37. Mauro Leonardi ha detto:

    Entro in dialogo con il post di Chiara Ticchi del 07.11.11 delle ore
    Vengo ora alla questione più delicata, quella dell’istituzione. Certamente non si possono dare a Chiara Ticchi tutti i torti anche se bisogna fare delle distinzioni che non sono per nulla semplici.
    Come si evince da quanto scrive (“Se in una società un determinato valore esiste e sopravvive semplicemente perchè al di sopra vi è un’istituzione di protezione, quel valore a mio parere, in realtà è già morto! Un valore esiste davvero nella misura in cui esso esiste e vive abitualmente nel cuore, nella testa e nell’animo della gente comune.”), oggi è l’idea stessa di istituzione a essere assolutamente al ribasso nella nostra società. Per capire quello che voglio esprimere (e che è un concetto molto difficile e controcorrente, e oltretutto è assolutamente marginale rispetto all’argomento principale del libro) farò prima qualche esempio che serve a illustrare come, per “fare società” sia necessario costruire delle istituzioni, pur sapendo che tali istituzioni sono atte a difendere dei valori (nel senso che nessuno istituzione può sopravvivere se muore il valore che essa contiene) ma non sono atte a difendere tutti i valori. In particolare non è possibile che un’istituzione trasmetta l’amore, si faccia carico del desiderio, dell’amicizia, della passione, della santità, cioè di tutto ciò che è di più alto c’è nel cuore dell’uomo (tanto è vero che in paradiso le istituzioni non ci saranno).
    Farò qualche esempio.
    Immaginiamo il caso di un’attrice che sottoscriva un contratto con una casa cinematografica per svolgere il ruolo di protagonista in un film. Tale contratto, fatto di prestazioni e controprestazioni, non può contenere che l’attrice svolga la sua parte “con amore e con passione”. Da una parte è necessario e ovvio che l’attrice potrà impegnarsi in quel lavoro solo se crede in quel ruolo dall’altra, se venisse chiamata in giudizio per qualche motivo, la casa cinematografica non potrebbe dire: “non ti pago perché hai recitato male, perché si vedeva che quando facevi Giulietta non credevi a quello che dicevi”. Per non pagarla dovrà riferirsi a dei parametri precisi, verificabili, misurabili “non rispettavi gli orari, non sapevi la parte, ecc. ecc.” parametri il cui adempimento non esaurisce affatto il suo essere attrice ma che sono necessari perché lo sia. E questi sono i parametri cui si riferiscono le norme del diritto, quelle cioè difese dall’istutuzione (in questo caso il sistema giudiziario italiano). Direi che l’istituzione riguarda qualcosa che è necessario ma che non è sufficiente.
    Si può fare un altro esempio, pensando a un cliente che dà incarico a un architetto di ristrutturargli la casa. Anche qui ci saranno parametri oggettivi, materiali, misurabili e altri, assolutamente necessari, che però non possono essere oggetti di una chiamata in giudizio. Il cliente non può dire al suo architetto, dopo che ha lavorato e ha fatto tutto quello che il cliente gli ha detto: “non ti pago perché la casa è venuta male, ed è venuta male perché tu all’inizio credevi nell’idea di casa che ci eravamo fatti ma poi, lungo il lavoro, non ci hai più creduto e la tua passione è venuta meno.”
    (prosegue)

  38. Mauro Leonardi ha detto:

    Faccio ancora un terzo esempio. L’istituzione Chiesa chiede al sacerdote di celebrare la Messa seguendo un certo rito. E’ chiaro che non ha senso che il sacerdote celebri la Messa senza amore tuttavia la Chiesa non può colpire con nessuna sanzione il sacerdote che celebra correttamente anche se non ha amore; invece se celebra non secondo il rito il sacerdote può essere colpito con delle sanzioni canoniche ben precise.
    Un ultimo esempio. Un Paese che crede nella libertà e nella democrazia dovrà costruire delle istituzioni che la proteggano nel settore della politica, dell’economia, della giustizia e così via. Non può consentire che la libertà e la democrazia siano solo qualcosa che alberga nei petti dei suoi cittadini, anche se è vero che se i cittadini non credono nella libertà e nella democrazia nessuna istituzione potrà proteggerli dalla dittatura o dall’anarchia (in genere la seconda fa seguito alla prima).
    Con questi brevi esempi ho cercato di mettere in luce che Chiara Ticchi ha ragione quando dice che quando i valori sono morti nessuna istituzione può farli vivere, ma è anche vero che non sempre i valori sopravvivono a tutte le intemperie e soprattutto tra morte e vita c’è una via di mezzo che, nella metafora, si chiama “malattia”. Soprattutto quando una vita è minacciata – quando la salute è minacciata – è importante l’istituzione.
    Certamente c’è una domanda di espressivitò, di novità, di relazionalità, di autenticità, di amore, che nessuna istituzione – per definizione – può esprimere. Per definizione, ripeto, perché il mondo dell’istituzione è quello dell’obbligo, della regola, del diritto, del dovere. Direi della giustizia che viene prima della carità, e dell’amore. Sono il primo – e chi mi conosce direttamente sa che non mento – a sostenere che ciò che conta è l’amore, ma un prerequisito necessario dell’amore (se parliamo di questa terra, non del paradiso) è la giustizia. E le istituzioni appartengono al mondo della giustizia. Le istituzioni sono necessarie ma non sufficienti. Però sono indispensabili.
    Tornando agli esempi di sopra, è evidente che non avrebbe senso fare un film senza credere nel personaggio, o ristrutturare una casa senza essere convinti che possa venire bene. E che senso ha celebrare la Messa se non si ama e costruire un paese civile se non si crede nella libertà e nella democrazia? Allora non si inizia neanche. Però è anche vero che nella vita poche volte le situazioni sono così precise: perché io posso iniziare un progetto, e poi non crederci più, e poi un po’ sì, e poi un po’ no. E se siamo molti sullo stesso progetto, le possibilità aumentano. Per questo servono le istituzioni per cercare di proteggere il lucignolo che fumiga. L’istiuzione è l’alveo e l’amore è il fiume. L’alveo non può produrre il fiume però, a volte, può incanalare delle acque che altrimenti andrebbero disperse.
    (prosegue)

  39. Mauro Leonardi ha detto:

    Venendo ora al matrimonio, è chiaro che io quando dico che “I doveri che si contraggono con il patto coniugale sono quelli che ruotano attorno a ciò che i canonisti chiamano «il consenso matrimoniale» nella cui definizione non si parla esplicitamente di amore: «l’atto della volontà con cui l’uomo e la donna, con patto irrevocabile, danno e accettano reciprocamente sé stessi per costituire il matrimonio» (CCC, n. 1057 par. 2). (Come Gesù, pp. 132) sto solo affermando come sono fatti i muri di contenimento di qualcosa (il matrimonio) che senza amore non può nascere, e che è fatto per dare amore. Ma appunto, l’amore è libertà, gratuità, e invece io sto parlando di istituzioni, di obblighi. Per questo aggiungo “poiché oggetto del patto è il reciproco donarsi come sposi dell’uomo e della donna, implicitamente, per come è fatta la naturale struttura relazionale della persona umana, nell’intenzione del patto c’è il vivere un’alleanza di amore fedele e feconda. Come spiega bene Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio (al n. 11), poiché l’amore è la vocazione fondamentale e innata di ogni essere umano, è questa vocazione a costituire il cuore del matrimonio e della famiglia. Per lo stesso motivo, cioè per la natura della persona umana, la formula del consenso («Io N., accolgo te, N., come mio/a sposo/a. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita» – Rito del matrimonio) è più ampia di come sarebbe se esprimesse il mero consenso ed esplicita anche l’amore. (Come Gesù, p. 133)
    Aggiungo infine che, a livello di istituzioni, mentre per la Chiesa esiste l’istituto dell’indissolubilità nel matrimonio (nel senso che un cristiano non può risposarsi) per lo stato civile non esiste, e non esiste in maniera contraddittoria perché il testo che viene letto dagli sposi quando si sposano sottende l’idea d’indissolubilità, ma quest’idea è vulnerata dalla successiva legislazione che consente il divorzio. Per cui attualmente, a livello civile, non è possibile per due cittadini italiani contrarre un matrimonio indissolubile che sia riconosciuto tale dallo stato italiano.
    (fine)

  40. Chiara Ticchi ha detto:

    “Qualsiasi teoria può essere confutata da un’altra teoria, ma nessuna teoria può confutare una vita”… Credo che questa frase spieghi meglio di ogni altra parola il mio sentire e, soprattutto, che esprima e nasconda in sé il legame tra tutto quello che finora è stato detto sulla vita (matrimonio, amore, fedeltà, istituzione) e il senso più profondo dell’amicizia. Che cos’è l’amicizia se non la capacità di coniugare la “nostra teoria” con la vita delle persone che amiamo,affinché queste si sentano intimamente accolte?
    Grazie don Mauro.

  41. Chiara Ticchi ha detto:

    A proposito, grazie a anche a Vittoria Patti… Senza di te sarei rimasta per sempre anonima!!!!!

  42. Anonymous ha detto:

    E che senso ha celebrare la Messa se non si ama …? Allora non si inizia neanche. Però è anche vero che nella vita poche volte le situazioni sono così precise: perché io posso iniziare un progetto, e poi non crederci più, e poi un po’ sì, e poi un po’ no. …. Per questo servono le istituzioni per cercare di proteggere il lucignolo che fumiga

    Beh,trovo che non a caso il lucignolo che fumiga …sia immagine presa dal linguaggio religioso!!…perchè SOLO DIO, ne ha pietà e non lo spegne!!
    Dove c’è l’istituzione invece(e in questo momento,oriento la discussione sull’istituzione religiosa più che sul matrimonio),è necessario procedere su fatti concreti,su risultati,su caratteristiche precise che individuano la persona come giusta o sbagliata,nei canoni o fuori dai canoni.. si può arrivare anche ad un giudizio di “valore” basato su una sola motivazione contraria!!!(bonum ex integra causa…)
    Dunque non vedrei proprio la difesa della canna incrinata o lucignolo che fumiga..nella istituzione!!!
    .l’istituzione non può calcolare quello che c’è nel cuore di una persona,gli sforzi che fa ,il punto di partenza o cose simili(e in fondo non è chiamata a farlo);
    solo chi riscopre in profondità il suo legame con Dio ,può riconoscere il ruolo,tutto sommato marginale,di sostegno più che di sostanza,dell’istituzione e accettarla aldilà di tutte le sofferenze che essa può provocare…
    la difesa del lucignolo è( per fortuna) SEMPRE E SOLO, nelle Sue mani.Chiedo scusa se mi presento in forma anonima,ma al momento,non riesco a fare di meglio.

  43. fefral ha detto:

    che intendi per giudizio di “valore”, anonimo?

  44. Mauro Leonardi ha detto:

    Nessuna istituzione può dare amore, tanto meno l’amore di amicizia che è l’anima di ogni amore. Un’istituzione può solo proteggere l’amore, e a volte lo fa malamente. Ciò dipende dall’essenza dell’istituzione che è la regola, il dovere, la legge. Tutto ciò è perfettamente compatibile con il compiere dei doveri “per amore”. Quest’espressione significa semplicemente che all’origine di un certo comportamento c’è una ragione d’amore, c’è l’amore. Ma quando ci si comporta secondo una legge, quella legge, che magari nasce dall’amore, non può esprimere l’amore che contiene. Perché l’amore, per essere espresso, ha bisogno di gratuità. Per questo è necessario trovare in tutte le situazioni, anche le più strette da rigide consuetudini, degli spazi di espressività, di novità, di gratuità. In tutto ciò Giiovanni Paolo II è stato un maestro assoluto. E per questi motivi ci sono nel vangelo solo un fariseo a convertirsi esplicitamente: Nicodemo. Non per nulla proprio a lui Gesù parla dello Spirito che è libero, che è come il vento. Anche san Paolo si converte. Ma tutti sappiamo come.

  45. fefral ha detto:

    ” Un’istituzione può solo proteggere l’amore, e a volte lo fa malamente”
    sa che succede, don Mauro?
    A volte l’istituzione invece che proteggere l’amore finisce per proteggere se stessa. A quel punto viene meno anche il compiere doveri per amore. E non si ama neppure più per dovere. Ma si finisce solo per compiere doveri per dovere. Che è la morte sia dell’amore che della fedeltà.
    La fedeltà all’istituzione è un non senso secondo me. Ci può essere il rispetto per l’istituzione, l’adesione alle regole, la lealtà per l’impegno preso. Ma la fedeltà è sempre a una persona. E l’istituzione può proteggere questa fedeltà, ma non può pretenderla.

  46. Anonymous ha detto:

    @fefral Giudizio di valore,è parola abbastanza chiara..se un professore esprime un giudizio di non idoneità su un alunno(e ,neanche a farlo apposta,è la stessa terminologia usata spesso nell’istituzione religiosa!!)sta facendo un giudizio di valore…sul discorso che nessuna istituzione(mi riferisco sempre all’ambito religioso) può dare amore e tanto meno,amore di amicizia…ho fortissimi dubbi..dove va a finire la prima comunità degli apostoli?pian piano divenne istituzione,certo con impegni o regole che dir si voglia…ma “erano un cuore e un’anima sola”…e “si riconoscevano da come si amavano”ancor prima che da qualsivoglia etichetta…dunque ricorrono proprio le parole cuore e amore…forse l’unico aspetto che può davvero anche oggi, convertire,appassionare,far innamorare di Gesù e spingere a riconoscersi in una istituzione,creando il desiderio di aver fratelli di fede con cui condividere quel pezzo di strada che è la nostra vita.. è solo questo…addirittura i credenti… dovrebbero essere tramiti o riflessi dell’amore divino!!!Con questo intervento chiudo,perchè non vorrei assolutamente sembrare persona che ama la polemica,ma solo esprimere un punto di vista basato su sofferta esperienza personale.

  47. fefral ha detto:

    Ok,anonimo, allora avevo capito.
    Non penso che sia l’istituzione che debba dare amore. Gli apostoli erano amici tra loro prima di darsi delle regole. Non sono state le regole a renderli amici.
    Dare all’istituzione il compito di dare amore vuol dire snaturarla. L’istituzione è sempre mezzo. Un mezzo si usa, può piacere, può appassionare. Ma non si ama un mezzo. O si rischia di trasformarlo in idolo

  48. Eli Galli ha detto:

    “Nessuna istituzione può dare amore, tanto meno l’amore di amicizia che è l’anima di ogni amore. Un’istituzione può solo proteggere l’amore…”A me dell’istituzione piace la protezione. E’così bello essere protetti. Soprattutto se quello che c’è da proteggere è l’amicizia-amore-la mia vita. Più o meno come una tettoia che mi permette di chiacchierare con un’amica sotto un acquazzone improvviso: amo la mia amica, desidero stare con lei, non amo e desidero la tettoia in sè….però certo ringrazio Dio che l’ha messa lì e che me l’ha fatta trovare.Buona giornata

  49. Mauro Leonardi ha detto:

    Hai ragione Fefral e anche tu Anonimo.
    In realtà gli esperti ci spiegano che ogni istituzione (quella religiosa è solo un tipo di istituzione) in realtà protegge due valori. Il primo è quello proprio del caso (amore, famiglia, giustizia, patria, liberta, diritti umani, ecc. ecc.) il secondo è il valore di decidere che il valore in questione merita la costruzione di un’istituzione ad hoc. Naturalmente il secondo valore è subordinato al primo. Se il primo muore il secondo non ha più senso. Purtroppo, quando un’istituzione sta per morire (è sempre successo nella storia dell’umanità: basta pensare alle grandi civiltà scomparse, ai regni, ecc. ecc.) degenera e il secondo valore diventa il primo, cioè un’istituzione protegge sé stessa. E’ il caso della dittatura ecc. ecc. Queste cose le studia la sociologia. Max Weber (una specie di Einstein della sociologia) spiegava (nell’opera Sociologia della religione, tr. it. Comunità, Milano, 1982, 2 voll.) che ogni società ha tre epoche: carismatica, tradizionale, burocratica o legale-burocratica. La sequenza vuole indicare chiaramente un certo depotenziamento del carisma iniziale, con una fase di mera ripetitività e riproduzione (tradizionale) e infine un mero legalismo burocratico, che portano una istituzione al deperimento, finché eventualmente non emerga un nuovo carisma.
    La parola carisma non fa necessariamente riferimento a un fatto soprannaturale (il carisma come dono dello Spirito Santo) ma si riferisce anche alla semplice scaturigine umana di qualcosa che nasce con forza nascente, nuova. Martin Luther King, Gandi, ecc. ecc. (non vorrei fare esempi troppo vicini a noi…). Può anche riguardare un’azienda, una famiglia, una casa editrice, ecc. Gli studiosi guardano al numero di documenti prodotti da una società (burocratizzazione) come a un’indice del suo avvicinarsi alla morte. E’ quando l’istituzione comincia a proteggere sé stessa (vi viene in mente qualcosa pensando alla nostra patria, ai nostri ministeri, ecc. ecc.?). E’ un fenomeno simile al tipo di luce emesso dalle stelle (rosso, bianco, verde, ecc.). Interessante vero? Esiste una sola società – dicono gli studiosi – che fa eccezione, ed è la Chiesa. All’interno della Chiesa le istituzioni (congregazioni, ordini religiosi, movimenti, ecc.) nascono, si sviluppano e muoiono, ma la Chiesa come tale “inspiegabilmente” (secondo quelli che non hanno fede) va avanti. In realtà è chiaro. A ogni ri-partenza corrisponde un santo o un gruppo di santi, dico io. Infatti un santo non è altro che qualche aspetto di Gesù “incarnato”, ed è chiaro quindi che il carisma riparte. E segue le sue tre fasi.

  50. Anonymous ha detto:

    Ringrazio Fefral e d Mauro per le risposte,davvero chiare e complete!molto bella questa possibilità di chiarirsi le idee..anche con un mezzo così “tecnico”…Riguardo al sopravvivere della chiesa,non dobbiamo dimenticare che tale certezza,si poggia direttamente sulle parole di Gesù…le porte degli inferi non prevarranno!In fondo come Lui è risorto,anche la nostra vita e le nostre istituzioni,vivono un qualcosa di simile,ma la morte non ha l’ultima parola!non ricordo chi diceva che “il cristianesimo è stato dichiarato morto tante volte,ma è sempre risorto,perchè il nostro, è un Dio che conosce bene la strada per uscire dalla tomba”…..prossimo step sarà ,probabilmente,l’uscita dall’anonimato!

  51. Paola Baratta ha detto:

    C’è un bel libro che lessi per prendere l’abilitazione all’insegnamento che si intitola “Ecologia della mente umana”…Essenzialmente il messaggio centrale è che l’Uomo è un essere in-relazione. Impara ad essere HOMO quando esce dalla semplice appartenenza al genere umano (ViR)per esplicare in sè tutte le potenzialità dell’Umano, per “seguir virtute e canoscenza” riconoscendo al contempo la sua unicità e inter-dipendenza dall’Altro (Dio, uomo, creato…). Pensavo che tutto questo facesse parte solo del mio bagaglio culturale… E per me la cultura è sempre stata una parte della Fede: perchè è servizio (davvero fare l’insegnante è una vocazione), perchè è la Parola fatta Carne. Se Dio fosse rimasto nell’alto dei cieli…Per noi non ci sarebbe speranza. Ma Dio si è fatto Uomo. Se impariamo le poesie, i contenuti della filosofia e della storia solo per l’interrogazione o per fare bella figura…La cultura diventa come un vaso, magari bellissimo, ma pieno di polvere. Muore. La cultura, come la coltura ( di una pianta, di una persona, della fede…) se si chiude in sè, si rispecchia in lago di illusioni e muore…Come Narciso. La cultura invece per vivere e portare frutto (essere feconda) ha bisogno della Vita: del sole, delle persone in carne ed ossa, dell’unicità e relazionalità di ognuno di noi. E in questo cosa c’entra l’amicizia e la vita di fede? Fino a oggi si può dire che io fossi molto “amica” dei miei amatissimi Dante, Petrarca, S. Agostino, Leopardi…oltre che di poche, pochissime persone “presenti e vive”. Non riuscivo ad essere amica di Gesù. Eppure credo. Ma sbagliavo prospettiva. Pensavo che per credere/amare Gesù dovessi prima accettare della regole..Don Mauro mi ha fatto capire che no…Amare e credere( in senso pieno) vuol dire proprio darsi gratuitamente. Mi è rivenuta in mente una frase bellissima di Gesù: ” Chiunque mi ama, seguirà la mia Parola”…Io avevo invertito l’ordine e mi dicevo che per amarlo dovevo obbedire…Essere perfetta. E così incontravo solo fallimenti. Perchè l’idea di una Perfezione da raggiungere , non mi permetteva di accogliere l’idea di una Persona che mi vuole bene qui, ora e sempre, proprio e soprattutto nel mio non essere perfetta. Questa nuova prospettiva spero mi aiuti a vivere in modo diverso e più autentico anche la mia vocazione al matrimonio. . E allora mi chiedo se non sia troppo sperare che, se è vero che l’amore di amicizia ha uno specifico tutto particolare nel celibato apostolico (unicità), esso possa trovarsi, seppur con modalità diverse in ognuno di noi compatibilmente alla sua condizione (relazionalità). Io spero che si possa sperare di riposare tutti – seppur ognuno con la sua Vocazione – nel grembo dell’amicizia con Gesù: imparando la preghiera-dialogo, la confessione come confidenza e l’eucarestia come voglia di sentire l’appartenenza che come dice Gaber non è un banale voler bene, ma è sentire gli altri e l’Altro (aggiunta mia) dentro di sè… Penso anche all’adorazione eucaristica.Per me fino ad ora era pressochè impossibile viverla autenticamete. Non la capivo…Ora inizio a capire. Ci pregherò su. Il buon Dio, attraverso l’incontro con Don Mauro e il suo libro mi hanno dato il coraggio di iniziare questo Cammino.
    Grazie.

  52. Mauro Leonardi ha detto:

    Grazie Paola. Speriamo che sia proprio così. Tutto parte dalla Trinità che è relazione. Se ti capita leggi “Uno perché Trino” di Giulio Maspero. Un caro amico che ringrazio esplicitamente nel libro. Il segreto di tutto è lo Spirito Santo, la persona/relazione. Quando Gesù parla con Nicodemo rimanda proprio a lui. E Nicodemo è l’unico fariseo del vangelo a convertire. Possiamo aggiungere Paolo e Gamaiele ma siamo già oltre il vangelo…i

  53. stefania perna ha detto:

    @ Paola Essere perfetta. E così incontravo solo fallimenti. Perchè l’idea di una Perfezione da raggiungere , non mi permetteva di accogliere l’idea di una Persona che mi vuole bene qui, ora e sempre, proprio e soprattutto nel mio non essere perfetta …
    non si possono leggere queste parole senza intervenire!!…perchè è un tema che secondo me,tocca chiunque..voglia” fare sul serio” con Dio…
    Il cristianesimo vive di equilibri difficilissimi,(le famose aporie del credente!)perchè in effetti è sempre possibile esagerare in un senso o nell’altro e le conseguenze di entrambi gli eccessi,possono essere devastanti per il singolo,ma anche per i suoi rapporti con gli altri!!penso al primato delle regole(che pur servono!) rispetto all’amore o della azione rispetto alla contemplazione,dell’ascesi rispetto alla mistica o molto più banalmente ,ai conflitti di coscienza che ognuno di noi può incontrare nella sua giornata,tipo-ringrazio Dio di questa cosa bella e me la gusto?…o faccio un sacrificio e rinuncio?è “più giusta” la teologia della gioia o della mortificazione?
    Ha ragione Paola,nel dire che tutto ciò,può far perdere di vista l’incontro con la Persona Gesù!!!..e credo che s Paolo voglia indicar questo quando parla di” legge che dà la morte”..dato che anche lui,ha dovuto incontrare la Grazia,pur essendo” irreprensibile e perfetto quanto alla legge”….devo dire che io personalmente,ho fatto molta fatica a scoprire che esiste un modo diverso di vedere le cose,ma siccome sono stata molto fortunata e aiutata in questo,credo sia bello “condividere” qualcosa(anche se poi sono “scoperte”molto più da vivere che da leggere…)..
    .finchè si segue la “contabilità spirituale”,il proprio bisogno di “stare a posto”e di raggiungere rassicuranti certezze(del resto anche gli apostoli non erano immuni dal domandare se erano in pochi a salvarsi…o il giovane ricco se ne va sicuro di aver osservato tante belle cose fin da giovane e chiede” cosa altro fare”etc..)si può solo stare male o stare” a rispettosa distanza” da Dio…per non stare male!!!
    .perchè” l’amore sa di sentimento,ma non è sentimento,sa di sacrificio,ma non è sostanziato dal sacrificio”…è solo…amore!
    bisogna cioè,bisogna fare il salto nel vuoto,accettare la nostra non semplice situazione esistenziale da “esiliati”,gente del già e del non ancora…che comunque vive nelle incertezze e nel chiaroscuro…ma si affida completamente a Dio,nella fiducia che pian piano Lui …farà capire ….renderà capaci..e soprattutto salverà……..
    .si tratta di sviluppare tantissimo il rapporto di amicizia con Dio,inteso anche solo come lo stare sempre alla Sua presenza ..bisogna avere il coraggio di esporsi al Suo sguardo,anche se ci verrebbe più voglia di nasconderci,data la nostra imperfezione…e accettare di ripetere questo semplice gesto… ..SEMPRE!!!
    ”ci può essere tutta la cattiveria e tutta l’inadeguatezza..non è ancora male grave,finchè si pone tutto davanti ai Suoi occhi,perchè questo è come un PUNTO INDISTRUTTIBILE DI RINNOVAMENTO….”.il cristianesimo vive di un continuo iniziare…sembra un paradosso perchè l’inizio è appunto,il principio, e poi si procede,ma ciò vale solo nell’ambito meccanico…nel vivente il cominciare è un elemento che deve acquisire efficacia incessantemente…niente procede se insieme non comincia..(R Guardini

  54. Paola Baratta ha detto:

    Cara Stefania. Grazie. Le tue parole mi hanno commosso e mi sono state motivo di conforto e di riflessione. “Stare sempre davanti al Signore…avere il coraggio di esporre tutto davanti al Suo sguardo”…Tu non mi conosci, ma è stupefacente come tu abbia colto in profondità Chi io cerchi e di Chi abbia bisogno… Bisogno unito tuttavia a tanta paura. Paura del niente che mi sento di fronte all’Infinito che è Dio. Paura perché mi rendo conto di essere più povera di quella vedova che donò tutti i suoi poveri due denari. Paura perché a volte inizio a pregare e mi rendo conto che mi mancano le parole e forse anche la Dignità per parlare con Lui…Mi costa un pò dirlo…Ma la tua risposta delicata e piena di Fede e di spirito di Amicizia, mi spinge a “firmare” il post anonimo sulla samaritana ospitato nel blog. Te lo dico solo perché, se lo leggerai, capirai quanto le tue parole , la lettura di “Come Gesù” e la frequentazione di questo blog mi abbiano colpito e riempito di speranza. …Forse la cosa potrà essere utile anche ad altri in difficoltà.
    “ Mi ha detto tutto ciò che ho fatto!” e il segreto di quell’esclamazione/conversione piena di gioia, stupore e riconoscenza non sta nell’elenco dei peccati di quella donna…Ma in quel TUTTO DI SÉ che lei – donna, straniera, peccatrice, delusa e maltrattata dagli altri, da sé stessa, dalla vita – decide di offrire a quell’Uomo perchè le PARLA e LA GUARDA NEGLI OCCHI (per la prima volta), la sostiene nel riconoscimento dei suoi sbagli senza giudicare… Rivelandosi come il Salvatore suo e…di tutto il mondo. Ed ecco. Quella donna, straniera, peccatrice, delusa e maltrattata dagli altri, da sé stessa, dalla vita, diventa UN PUNTO INESAURIBILE DI RINNOVAMENTO ed è veramente casta, fedele e….credente. Io non so se potrò mai ottenere la Grazia di sperimentare una Gioia così grande, né se avrò mai veramente il coraggio di offrire il mio TUTTO davanti allo sguardo del Signore. Ci sto VERAMENTE provando. E..sì, hai ragione, è PROPRIO un vero salto nel buio.!!! Ma le tue parole, e la lettura del libro di Don Mauro mi hanno fatto capire che questo salto forse è possibile anche per me. Che proprio nell’offerta quotidiana del mio e nostro TUTTO ( anche se è meno di due denari!) sta il segreto e forse il valore più profondo dell’amicizia, dell’amore, della fedeltà (pazienza e perseveranza nella buona e nella cattiva sorte), della castità (Purezza) e della verginità (perfezione/totalità). E allora sarà un po’ come tornare nel paradiso terrestre quando, incoscienti della nostra nudità (fragilità), non ci vergognavamo e non temevamo si sentire i passi invisibili e potenti di Dio nel giardino del nostro cuore… Grazie, grazie di tutto.
    Paola

  55. Mauro Leonardi ha detto:

    L’intervento di Paola mi spinge a decidere di anticipare l’uscita di una nuova sezione del blog (racconti di Mauro Leonardi) e a iniziare proprio con quello sulla Samaritana! Grazie!

  56. eli galli ha detto:

    Salve a tutti, volevo riportarvi una risposta di Gwyneth Paltrow ad un giornalista sull’argomento matrimonio. Giornalista: “Parlando del suo matrimonio con Chris Martin, ha dichiarato: “A volte è difficile stare:con una persona per così tanto tempo”. G.P.:”Non è sempre tutto rose e fiori”.
    G.:”Il segreto per far durare nel tempo un matrimonio?”G.P.:”Una volta ho chiesto a mio padre come avevano fatto lui e mia madre a stare insieme così a lungo e lui ha risposto:”Due cose. La prima è avere gli stessi sogni. Se uno sogna di camminare per le strade di Parigi e l’altro di lavorare in miniera, non funziona. Devi volere la stessa cosa”.”E la seconda?”, gli ho chiesto. “Non volere il divorzio nello stesso momento”.
    Beh,dico io, un po’sintetico, ma c’è tutto: fatica,amicizia,indissolubilità!

  57. Paola Baratta ha detto:

    E a proposito di indissolubilità…Mi piace condividere con voi una poesia stupenda di Eugenio Montale (ateo) che parla di indissolubilità, di Amicizia, di Amore. Di Amicizia nel Matrimonio. Di Amore che va oltre la malattia e la morte. Una perla davvero…

    Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
    e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
    Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
    Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
    5 le coincidenze, le prenotazioni,
    le trappole, gli scorni di chi crede
    che la realtà sia quella che si vede.

    Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
    non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
    10 Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
    le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
    erano le tue.

    [da Satura]

  58. Eli galli / Halligalli ha detto:

    “In nome della fedeltà va proprio portato avanti un matrimonio che non ha più unità, comunione, comunicazione, intimità, confidenza, amicizia…Non lo so. Forse, nonostante i miei dubbi, ha ragione Don Mauro perchè la posta in gioco è altissima, me ne rendo conto. Ma certo…E’ una ragione dura da accettare e lastricata di molte sofferenze”. Paola, in un’altra sezione, dici questo e molto altro, molto bello. Ti scippo questo pezzetto virgolettato.Se c’è la fedeltà, secondo me, c’è l’unità. Tutto il resto potrebbe tornare. Cosa fanno i due della scalinata di cui parli sopra in questo commento? Scendono uniti. Non è detto che siano in comunione,che comunichino,che siano intimi (anche se il dolore rende molto intimi),confidenti e amici. Sarebbe bello se lo fossero ma per scendere insieme serve l’unità delle braccia e delle pupille. Durezza e sofferenza? Non ci piove, ma quando non c’è nemmeno l’unità, quando manca “il braccio” “è il vuoto ad ogni gradino”. Paola sei una forza.

  59. Paola Baratta ha detto:

    Come si intitola questa sezione? L’amicizia nel matrimonio…E ripenso allora alla biblioteca di Don Mauro (quella che descrive nel libro): mi piacciono le biblioteche. E’ come entrare in una vita. E in una vita puoi trovare Macbeth insieme ad Anna Karenina… E solo tu – tu che sei dentro quella vita/biblioteca – solo tu ( e Dio) saprete spiegare perchè quelle due donne, quelle due storie così dissimili, trovano spazio negli scaffali della vostra esistenza. E gli amici? Saranno quelli ammessi a vederla quella biblioteca. E a capirla. Un pò sì e un pò no, come giustamente si diceva nel libro. E se ti sposi? bhè…lì inviti uno a entrarci nella biblioteca, a sfogliarne le pagine, magari a scrivere un nuovo libro insieme e a quattro mani. Il rischio è di pensare a un certo punto che la tua biblioteca, sia diventata anche la sua. Non sarà mai così. Anche se si è scritto un libro insieme. la tua biblioteca (vita) rimarrà sempre la tua. Solo la tua. E anche quella persona sola ammessa a sfogliare tutte le pagine dei tuti libri, a leggere, a scrivere con te…La capirà. Un pò sì e un pò no. E se accetti questo (anche se è doloroso, a volte drammatico), forse puoi iniziare davvero ad amarlo il tuo compagno/a di vita e a scrivere di nuovo con lui/lei un nuovo racconto, forse più faticoso, ma più ricco. Chissà…E forse in quel matrimonio entrerà l’amicizia fatta di autentica gratuità.

  60. Paola ha detto:

    Io non ero ancora nata nel blog …

  61. Matteo Dellanoce ha detto:

    La perdita dell’amicizia è l’epifenomeno del problema. Il fondamento è la perdita del “legame comune” cioè della realtà che generando intimità la manifsta nelle sue diverse forme: amicizia, matrimonio, fiducia, in sintesi: stabilità relazionale.
    La negazione della realtà, del senso comune filosoficamente inteso, fa degenerare la relazione in mera praasi, in mero fare, in puro utilitarismo … e quando l’amico non mi serve più allora lo abbandono.
    Un sano e retto ritorno al reale unitamente al riacquisto dello stupore e della meraviglia della gratuità ( e cosa è il reale se non un dono della Gratuità divina?) sono la ricetta alla catastrofe ( ok! volutamente iperbolico) relazionale odierna.
    Grazie a tutti per i profondi commenti,
    Matteo

  62. Paola ha detto:

    Io, dopo aver capito, nell’altro blog, meglio cos’è il matrimonio, sono ancora più convinta che se non c’è amicizia tra moglie e marito il matrimonio è un disastro! E’ una disperazione!

    E ora capisco perché ci sono tante persone buone, anche coinvolte in movimenti cattolici, che pregano molto, che nutrono meravigliose relazioni di amicizia e poi sono dei miseri mariti o mogli! In fondo, anche se non nutri il matrimonio, lui resta lì, solidissimo. E allora si cade facilmente nell’errore di nutrire poco la relazione di amicizia col coniuge in nome della solidità dell’istituzione nel matrimonio e si finisce per essere dei bravi ciellini, dei bravi soprannumerari o, che ne so dei bravi focolarini, e dei pessimi mariti o moglie!!!