
L’Osservatore Romano – Perché c’è sempre una capanna da aggiustare
Nell’edizione di ieri, giovedì 18 dicembre, è stato pubblicato il mio secondo articolo per L’Osservatore Romano. Per un refuso, il mio nome, all’interno del quotidiano, è diventato Matteo.
È dal 1995 che, a partire da novembre, i detenuti di Rebibbia dedicano il meglio del loro tempo libero al presepe. È da quando don Roberto, lo storico cappellano, si è inventato il concorso dei presepi tra i reparti. E così, tu vedi degli omoni che gli anni di galera li contano a mazzi di decine, che lesinano sullo stuzzicadente che servirà per una capanna, sul cartone per fare le montagne, e che si chinano a raccogliere sassetti all’ora d’aria, per costruire il greto di un fiumiciattolo. Perché don Roberto, con i pochi generosi che lo aiutano, regala agli ospiti del carcere qualche sfondo, le statuine, e qualche Sacra Famiglia, ma il resto poi è dei singoli, anzi delle singole celle. Nella recente lettera apostolica Admirabile signum, Papa Francesco ha chiesto di rimettere il presepe nelle scuole e nelle piazze: ed è quello che da anni accade nella patria galera sita nella periferia della capitale. Lì le piazze e le strade sono i corridoi e l’atrio dei vari piani, e lì nessuno si è mai lamentato o ne ha fatto una questione politica. In carcere, anche se sei musulmano o Testimone di Geova, sai che il presepe è sempre il presepe, e che all’Epifania una commissione premia il migliore. L’anno scorso, se non sbaglio, aveva vinto un piano che aveva fatto nascere Gesù sotto il Ponte Morandi.
A Rebibbia tutti sanno che la frase: «Natale si festeggia perché è il compleanno di Gesù Bambino», non può essere contro nessuno. Chiunque le si avvicini, anche se non ci trova tutta la verità cristiana, di sicuro tutto quel che ci trova è vero. Anche se un carcerato non crede al Dio Uno e Trino o alla verginità di Maria, comunque, tutto quello che vede nel presepe lo riconosce come proprio e capisce che è vero. Non sarà tutta la verità dogmatica forse, ma intanto è tutto vero. Lì ci sono un papà e una mamma con un bimbo, emarginati da tutti ma con gli animali che li aiutano a fare casa. E chi di loro non ha qualcosa in comune con tutto ciò? E chi, se ne sa qualcosa in più, perché per esempio crede che una Vergine ha dato alla luce un figlio, non si incoraggia, e ci crede anche lui che quella parte della sua vita che non funziona, può cambiare ed essere feconda? Questo è Natale e questo è il presepe. Non sarà tutto, ma è tutto vero. Non tutti crederanno a tutto quello che credono tutti gli altri, ma quando si parla di Presepe e di Natale tutto quello che ciascuno crede è vero. Perché il mistero del Natale è che divino e umano si fondono, e ci confondono. E se non capisco Dio e però un bambino lo capisco, forse un giorno avrò voglia di chiedermi se Dio c’entra in particolare con quel bambino. Ma queste sono storie che vengono dopo. Prima viene quello che mi dicono i sensi. Non solo quelli interiori. Anche quelli degli occhi e della bocca. Le lucette, il panettone regalato da buone persone che mandano il pacco senza dire chi sono, annunciano che è arrivata la festa. E in questa lettura non c’è nulla di buonista. Al limite, questo sì, possiamo dire che è una lettura un po’ forzata. Sì, “forzata”, va bene. Va bene sia perché chi sta in carcere, magari condannato all’ergastolo, sta dentro per forza; sia perché chi collabora a costruire il presepe, si sforza. Perché il Natale, che ci insegna a tenere assieme le cose altissime con quelle piccolissime, perché ci insegna a fare come il festeggiato che per i cristiani è assieme Dio onnipotente e uomo neonato, ai detenuti di Rebibbia insegna a fare le statuine del presepe con la stessa pasta, lo stesso materiale, dell’impasto della loro vita di ogni giorno. Il Presepe, proprio a Rebibbia, proprio tra gente di diverse religioni e di molteplici razze, ti spiega che la storia è sempre la stessa. Che tu sia Dio o che tu sia uomo, che tu sia ricco come i magi o povero come i pastori, che tu sia bue o asinello: gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.
A Natale, anche per chi è libero, capita spesso di dover fare i conti con le relazioni che non funzionano. Quelle persone moleste con le quali le cose non vanno e che lungo l’anno abbiamo fatto di tutto per evitare, quelle saranno al nostro cenone. Non sto pensando solo alla suocera o al cognato ma anche, è difficile dirlo, alla moglie o al figlio. Dico moglie, non ex-moglie; e dico figlio, non ex-figlio. Perché spesso sono proprio le persone sulla carta più intime, quelle che lungo l’anno con mille stratagemmi abbiamo evitato; e sono loro che il giorno di Natale, per mille motivi, ci ritroveremo a fianco mentre mangeremo i tortellini o il capitone. E allora non possiamo svicolare ma dobbiamo imparare a sfruttare l’occasione.
In carcere la possibilità di scappare non c’è perché non scegli tu con chi condividere la stessa cella: ma anche per questo il Presepe ti dà qualcosa in più, ti offre un luogo per comporre la diversità. Perché Maria e Giuseppe hanno festeggiato la nascita del figlio con i pastori, ovvero con gente che non conoscevano e non avevano invitato a casa a loro. E allora impari.

Tratto da L’Osservatore Romano
