Blog / Lettere | 11 Agosto 2019

Le Lettere di Francesca Barone – Non ridurre l’etica della vita a norme precostituite

Il recente parere del Comitato Nazionale per la Bioetica sul Suicidio Medicalmente Assistito mi ha stimolato alcune riflessioni ricordando anche le disparate recenti prese di posizioni sul caso del dj Fabo (Fabiano Antoniani) che il 27 febbraio 2017 ha scelto di morire con il suicidio assistito in una clinica svizzera accompagnato da Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni. Fabo aveva 39 anni ed era rimasto cieco e tetraplegico a seguito di un grave incidente stradale nel 2014. Il documento del CNB è rilevante perché sostanzialmente pone le questioni fondamentali del diritto alla vita e del diritto alla morte secondo valori etici di riferimento, del diritto all’autodeterminazione del paziente, della dignità della persona, della responsabilità del medico chiamato sempre e comunque a curare e prendersi cura. Personalmente ritengo che la proposta di un documento preconfezionato di dichiarazioni anticipate di trattamento scorporato dal contesto reale e concreto umano professionale tecnico esprime un livello di individualismo estremo, Cosicché viene soffocato lo spazio in cui è possibile affermare il valore della vita umana sempre e comunque, vengono mortificate le ragioni di un’autentica solidarietà, si introduce con forza l’assunto che a certe condizioni la vita umana non ha dignità ed esiste un diritto alla morte elettiva, si sviliscono le istanze più profonde della medicina. Le conseguenze sono pesanti in vari ambiti, c’è il rischio dell’abbandono terapeutico ed assistenziale con compromissione inevitabile del rapporto medico-paziente vengono compromessi i legami familiari ed i sostegni alle famiglia, viene meno l’incentivazione di hospice e di luoghi di lunga degenza. Sarebbe in definitiva una resa! Il criterio ultimo, invece, è quello del principio di eguaglianza tra tutti gli esseri umani (dal concepimento alla morte naturale non interpretando in chiave discriminatoria lo stato di salute di malattia invalidante o la grave disabilità) e della reciprocità del riconoscimento dell’uguale dignità cosicché se il singolo perde il senso della sua dignità sono chiamati a farsene custodi gli altri, la famiglia i vicini la società. 

Francesca abita a Perugia ed è medico-legale e bioeticista