Articoli / Blog | 09 Novembre 2019

Agi – Celebriamo la caduta di un muro e ne erigiamo cento altri

I trent’anni della caduta del Muro di Berlino non possono ridursi al ricordo nostalgico della notte nella quale “diventammo tutti berlinesi” o, come avviene su certi siti cattolici, a calendarizzazioni dei miracoli della Madonna con riferimento all’implosione dell’impero sovietico: si deve piuttosto riflettere su come costruire muri significhi condannarsi a morte certa.

È una riflessione urgente dal momento che, come ha ricordato Enzo Bianchi in un suo recente Tweet, se nel 1989 i muri eretti per dividere i popoli erano all’epoca 16, ora i muri per fermare migranti, rifugiati, fuggitivi e per eliminare in genere “l’illegalità” sono 171.

Come ama ripetere Papa Francesco, la vita nasce grazie alla contaminazione, al meticciato. La perdita di biodiversità aumenta la vulnerabilità, diminuisce il livello della salute all’interno della società e accresce l’insicurezza della vita da ogni punto di vista. Alla fine l’esito dell’insicurezza è la menzogna e le menzogne di regime provocano la morte.

Probabilmente per questo motivo, Gorbaciov dichiarò a distanza di anni che la catastrofe di Chernobyl, frutto delle menzogne come ha narrato recentemente una famosissima serie su Sky, fu forse la vera causa di quel collasso sovietico che divenne visibile con la caduta del Muro.

Nonostante sia dimostrato che chi costruisce muri finisca prigioniero dei muri che ha costruito, in trent’anni i muri si sono moltiplicati. È una specie di reazione a catena. Si ha paura, ci si barrica nelle proprie certezze, questo meccanismo indebolisce, aumenta la paura e si finisce per costruire altri muri. Accade qualcosa di simile al fenomeno per cui al minimo malessere ci si riempie di medicine.

La paura di per sé è un’emozione sana. Lo è fino a quando spinge a dare il meglio di sé, a reagire con ragionevolezza concentrando le proprie risorse nella costruzione del rimedio. Diventa invece un killer implacabile quando si trasforma in fobia e in panico. Non sono discorsi che lasciano il tempo che trovano se l’incontro con il diverso spinge all’evitamento o, infinitamente peggio, al meccanismo per cui si vuole distruggere la persona che riteniamo ci minacci. Penso a Liliana Segre che ogni giorno riceve sui social circa 200 messaggi di odio fino a vedersi assegnata, il 7 novembre scorso, una scorta.

Dalle ossessioni si guarisce se le si affronta. Cristo dice di essere “porta delle pecore” (Gv 24). Egli si fa carico della paura che spinge ciascuno di noi a chiudersi in un recinto, ad innalzare barriere contro “i lupi”, e ci protegge col suo “essere porta” ma, al contempo, ci dice anche di essere uno spazio dove si può passare.

La caratteristica della porta è proprio quella di essere all’occorrenza sia chiusa che aperta. È un’immagine che al di là del sentimento religioso indica che la strada della soluzione complessa, non spiccia e semplificante, è l’unica possibile quando, come avviene oggi, il problema è complesso. Pensiamo a cosa significa vivere in una grotta che può essere chiusa solo da una pietrona o in una casa con porte e cardini robusti ma anche ben oliati. In trent’anni i muri si sono decuplicati. Siamo passati da 16 a 171. Significa che la nostra epoca non ha trovato la strada giusta per risolvere i propri problemi. L’odierno anniversario può aiutarci a comprenderlo.

Tratto da Agi