
Blog – I figli non sono nostre protesi
Sicuramente avrete visto un video orrendo, e per questo non lo riproduco che da qualche giorno gira in rete, dove un papà picchia il proprio bambino per farlo stare in piedi.
Il bimbo, che avrà meno di dodici mesi e quindi è troppo piccolo per muovere i primi passi, mentre prende le botte guarda disperato verso chi riprende il video, probabilmente la madre o un persona conosciuta.
Ho letto commenti razzisti sotto quel video perché, dalle poche parole che vengono pronunciate, sembra che il padre parli “arabo” o qualcosa di simile: ma l’etnia non c’entra nulla. I protagonisti di questa violenza inaudita sono l’ignoranza ma, soprattutto, il desiderio di specchiarci nei successi dei nostri figli.
Chi ha visto al cinema Il Re Leone, ricorderà la scena in cui Mufasa mostra alla comunità degli animali il piccolo Simba. È un momento bello se tutti gioiamo per la nuova vita che sta venendo alla luce; sarebbe un momento orrendo se il messaggio che Mufasa volesse dare fosse “guardate come sono bravo ad aver messo al mondo un figlio così”.
Il papà del video, che mi dicono sia stato denunciato alla Polizia Postale, vuol far stare in piedi un bambino cui manca un mese perché ha paura del giudizio degli altri. Vorrebbe poter dire: guardate come è bravo mio figlio che, nonostante gli manchi un mese, già cammina. E qui l’etnia non c’entra nulla perché se chiudiamo gli occhi un attimo, subito ci vengono alla mente episodi in cui persone di nostra conoscenza, o magari noi stessi italiani e italianissimi, diciamo trionfanti “non ci crederai ma ha svezzato già a tre mesi”, “sta già seduto da solo e ha solo cinque mesi”. Insomma, al grido de “il nostro bambino fa le cose prima e meglio degli altri”, non ci rendiamo conto che, mettendolo al mondo, invece di dargli una vita sua lo iscriviamo a una gara: quella in cui nostro figlio è come il cavallo che corre per la nostra scuderia. Mettetevi attorno a un campetto di calcio dove giocano dei “pulcini” e vi accorgerete di quanta ragione ho.
Un figlio non è un prolungamento della nostra vita, non è una nostra protesi: gli abbiamo donato una vita che è sua e noi dovremmo gioire per il fatto che la viva.
La paura del giudizio degli altri sta anche dietro la mano che regge la cinepresa. Anche lì la moglie, ipotizzo, con quelle oscene riprese, vuol salvare “l’onore” del marito e della famiglia: guardate che bravo padre è mio marito, che pretende da nostro figlio che stia in piedi.
Vedere rappresentate in maniera così brutale le nostre paure e i nostri limiti può dare fastidio, ma sono convinto di non andare troppo lontano con le mie riflessioni. Mi viene da pensare a certe tragedie familiari quando il figlio dichiara di essere omosessuale: purtroppo, tante volte ho visto balenare il terrore su alcuni volti. Erano occhi che si vergognavano perché, secondo loro, quel figlio gay, diceva a tutti la loro sconfitta come genitori.
