Articoli / Blog | 13 Agosto 2019

FarodiRoma – Nadia Toffa: ho paura che mia mamma resti sola

Sfoglio l’Instagram di Nadia Toffa e trovo anche sotto i post più antichi commenti d’amore scritti solo un minuto fa: “riposa in pace guerriera” è quello più frequente.
Ho trovato molto bello e positivo che Nadia abbia avuto il coraggio di raccontare la sua malattia. Ha guardato la vita da un altro punto di vista. Ha incoraggiato, ha spinto a quelle azioni preventive che possono sconfiggere il cancro o possono aiutare a portarlo meglio. Ha parlato della lotta contro il tumore e anche della voglia di godersi appieno la vita.
Ci sono notizie di morti che vanno a numeri. I morti in attentati vanno a numeri da confermare perché in un attentato si sa il quando e il dove ma il quanto è lasciato alle ore successive, ai giorni successivi, perché un attentato colpisce in luoghi di vita normale dove i riflettori non sono accesi e non sono accesi proprio perché erano luoghi feriali, non da palcoscenico. Prima dei kamikaze erano luoghi di pace e non teatri di guerra. Ci sono notizie di morti in disastri naturali. Quelli vanno a numeri di centinaia o di migliaia. Lasciano addolorati quanto stupefatti perché noi, qui in occidente, la natura ce l’aspettiamo sempre addomesticata, sotto controllo.

Poi ci sono notizie come quella di Nadia Toffa. Notizie che sono da grandi numeri ma che poi alla fine sono “uno”: perché la morte è sempre “uno”. Un morto, un decesso, una morte familiare. In questo caso la morte di una figlia amatissima, mi viene da dire, perché sfogliando la vita pubblica di Nadia, emerge quella come relazione particolare.
Sul suo “Insta” ci sono anche le sorelle e il “suo” Max (“Amico? Amore? Fratello? Complice? – aveva scritto – È tutto riduttivo, LUI È MAX, “MAX È MAX”, e io da sempre lo chiamo Maxi. Lui per me c’è sempre e così io per lui”) ma l’unico legame che Nadia evidenzia quando parla della sua possibile morte, è quello della mamma. In un’intervista al Corriere della Sera aveva ammesso: ”Ho paura che mia madre resti sola. Penso che le madri non dovrebbero mai restare da sole, senza i figli. È troppo”.

Ad aprile scorso la mamma l’aveva accompagnata al San Raffaele di Milano per l’ennesima seduta di chemioterapia, e aveva scelto di apparire accanto a lei in una foto che oggi fa ancora più male, perché gli haters l’avevano insultata, tanto che era dovuta intervenire la stessa Nadia: “Agli str… che mi danno per morta o mi augurano la morte con fake news dico “ferite soprattutto la mia dolcissima mamma””.
Ora, compito degli amici, di chi le voleva bene, sarà impedire che il vuoto del cuore di una mamma senza figlia sia lenito il più possibile dalla presenza di chi a Nadia teneva veramente.
“Mi vive dentro” sono le parole più esatte che mi vengono alle labbra quando devo parlare della morte di qualcuno che mi è caro. Credo non ci sia dichiarazione d’amore, e quindi di vita, più vittoriosa di questa. “Mi vivi dentro”. Gli indiani si salutano unendo le mani al petto e si dicono reciprocamente “namastè”: saluto la divinità che è in te. Noi cristiani chiamiamo il nostro corpo, la nostra completa umanità, tempio dello Spirito Santo. È il nostro: “Mi vivi dentro”.

“Mi vivi dentro” è la dichiarazione che vorrei che molti dicessero alla mia morte. Sono parole di vittoria, di riconoscimento, di rispetto, di amore, di fede. Di tutto quello che di meglio l’uomo può essere nella vita.

Tratto da FaroDiRoma