Articoli / Blog | 11 Giugno 2019

IlSussidiario – DONNA UCCISA A CISTERNA DI LATINA/ Quando l’abbandono è complice del nostro male

Un nuovo femminicidio a Cisterna di Latina. Accade un’altra tragedia dove, nel febbraio dello scorso anno, un carabiniere già sospeso dal servizio, Luigi Capasso, aveva ucciso le figlie Martina e Alessia, 7 e 13 anni, e ferito gravemente la moglie Antonietta Gargiulo a colpi di pistola, togliendosi poi la vita con la stessa arma d’ordinanza. È lo stesso quartiere popolare, San Valentino, dove abitava Desiré Mariottini, la ragazzina drogata, violentata e lasciata morire in un rifugio di sbandati a San Lorenzo, a Roma.
Questa volta un autotrasportatore uccide la moglie dalla quale si stava separando per poi andare a lavorare lasciando che a trovare il cadavere sia la figlioletta di dieci anni. I latini dicevano laeta domus laeti habitantes per dire che in una casa, in un quartiere, dove si coltiva l’etica del bello e della gioia, anche le persone sono felici. Questa volta pare di poter dire che in una periferia dove non ci sono speranze, o almeno sembra che sia difficile avvertirle, varcare la soglia dell’umano per diventare bestie non è poi così difficile. Se l’incuria e l’indifferenza ci circondano, ci sentiamo abbandonati da tutti. Se respiriamo aria solitaria di crisi e di povertà, è più semplice che la crisi di una coppia diventi tragedia tanto da arrivare al punto che, chi ammazza la moglie, poi va lavorare e non si fa scrupoli che a trovare in un lago di sangue la moglie sia la figlia di dieci anni, una bimba che riesce solo a chiamare un parente dicendo “venite perché la mamma si sente poco bene”.
Forse il padre neanche ci ha pensato al fatto che lasciava la figlia da sola davanti alla tragedia: se diventi un animale ferito e rabbioso ti trasformi in un essere incapace di raziocinio e sentimento. Le responsabilità penali sono personali e mi auguro che quest’uomo paghi per il reato compiuto, ma certamente credo che quando una comunità vive in modo tanto ravvicinato simili tragedie si imponga il dovere di una riflessione comune. A partire dalle famiglie, dalla scuola, dalla parrocchia. Ma anche dai giardini pubblici, dalle strade, da centri di ascolto. Un tempo pensavamo che le città di periferia, essendo meno numerose e più a misura d’uomo, fossero più solidali. Aiutassero di più ad evitare simili tragedie. Ed invece pare che non sia così. Ci vuole uno sguardo umano nelle città e, parrebbe, ancor più nelle periferie. È necessario un di più di umanità affinché in esse crescano persone pronte a sostenersi o quanto meno ad accorgersi delle difficoltà degli altri. Invece, ormai anche nelle periferie del nostro Paese, siamo ormai calati in un tipo di società dove l’urlo e la violenza sono normali, nessuno si stupisce di nulla finché non ci scappa il morto.
Cominciamo da ciò che è possibile: giardini pubblici praticabili, scuole inclusive, trasporti efficienti, iniziative culturali gratuite o a costi bassi. Sono argini importanti, anche se non decisivi, contro la violenza e la disperazione. Una strada pulita è una strada che mostra uno spiraglio e incoraggia a chiedere aiuto. Chiediamoci quante volte le nostre periferie, quelle delle grandi città ma più in generale anche quelle del nostro Paese, diventano viscere vuote, buie, chiuse a tutto e a tutti. Luoghi di violenza e di disperazione pronti a scoppiare fino alla prossima diretta TV, fino alla prossima trasmissione sensazionalistica che poi lascia le cose come prima o anche peggio.

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