Alessandra Bialetti / Blog | 06 Aprile 2019

Le Lettere di Alessandra Bialetti – Pascolare i porci è una bestemmia, ma…

Rebibbia, luogo di riflessione. Un Getsemani di dolore in cui fermarsi a riflettere. Ciao, gran giocoliere. Anche oggi ti fermi nel Getsemani e chiedi ai tuoi compagni di vegliare con te, per rendere il tuo dolore abitato. Ma cosa fai in quel famoso orto dove tutto era deciso? Ti fermi e rifletti, ovvero ti pieghi su di te, non tanto per trovare risposte, ma per farti domande, per scendere nel profondo e lasciare spazio alle parole della tua interiorità. Ecco perché Rebibbia assomiglia al tuo Getsemani, a quel campo dove scendono lacrime di sangue e dove un Dio, fattosi uomo fino in fondo, lancia domande e grida “perché?”. Il vangelo di oggi, tra i più noti e inflazionati, diventa luogo di riflessione, opportunità di fermarsi e incontrare la propria interiorità.

Nel mondo “fuori” dicono “chi si ferma è perduto”: oggi ci insegni esattamente il contrario. Chi non ha la capacità di interiorizzare la vita, di lasciarla scorrere dentro di sé, di farsi interrogare sul senso del proprio cammino anche interrotto da cadute ed errori, ebbene chi non si mette uno stop è perduto. Sembra un paradosso. Persone che hanno sempre aggredito la vita, che non si sono fermate davanti a nulla, che hanno divorato il tempo tra reati ed errori, ora sono chiamate a fermarsi e a riflettere. Ma non potevano farlo prima? Prima di alzare una mano? Potevano, ma non lo hanno fatto. Oggi lo possono fare. Oggi lo fanno, in questo piccolo Getsemani che è la cappellina di un carcere o magari nelle quattro mura di una cella.

Inizia A. che condivide la sua storia di paternità. Altro che un padre che usciva ogni giorno per scorgere il suo ritorno all’orizzonte. Il suo è stato un padre che gli ha detto “stai bene così”, un padre che ha tenuto chiuso il vitello grasso per non sprecarlo per uno come lui. A. non dice che ha fatto bene a scegliere una via apparentemente più facile ma che può fare bene nel suo oggi, nel suo presente anche dietro le sbarre. Fare bene in carcere? Qui mi sa che la detenzione sta dando alla testa, come si suol dire. Invece A. incalza, non demorde davanti alla presunta assurdità della sua affermazione. “Sì, posso fare del bene a me. Posso fermarmi a interrogare la mia vita, posso formulare domande che non mi sono mai posto, posso darmi una possibilità di riscatto per il dopo. Non sono contento della reclusione, sarei un pazzo, ma al 50% posso dire di esserlo perché qui dentro posso cercare di valorizzarmi, di scoprire in me delle capacità, una stima che ho cercato nel reato facile. Fuori, preso da altro, preso dalla smania di arrivare all’apice per poi cadere miseramente, non mi sono mai soffermato a cercare il senso della mia vita, del mio essere padre, del mio essere figlio. Oggi, qui dentro dove il tempo non passa mai, ho una possibilità di guardarmi dentro”. A., il 50%? Sembra un’assurdità, per noi non sarebbe nemmeno quantificabile la percentuale, per te è altissima. Lascia ben sperare che tu possa ritrovare te stesso e tornare a essere quel padre che speri. E la nostra percentuale quale è? Quanto gli incerti della vita diventano per noi occasione di riflessione in un mondo che ci travolge di continuo e ci porta fuori di noi?

Interviene F., il detenuto di religione ebraica. E’ scandalo, è bestemmia pascolare i porci. Ti sporca a tal punto da renderti impresentabile, maleodorante, una feccia. Invece. Invece arriva un padre, un Dio, che non teme di contaminare le sue vesti candide, profumate e sempre ben stirate con la sozzura di un figlio che per giunta ha scelto consapevolmente di finire in un porcile. Il vangelo non ci descrive le condizioni di quel figlio al suo arrivo. Di sicuro non era uscito da una giornata alle terme tra bagni profumati e trattamenti di bellezza. Sarà stato irriconoscibile, un ammasso di stracci, un effluvio di odori insopportabili. Il padre non vede altro che i suoi occhi al di là degli stracci e apre le sue braccia. Mi fa molto pensare che a formulare questo pensiero sia una persona di religione ebraica. Parla di un Gesù che non fa parte della sua esperienza e penso al gran giocoliere che ogni domenica lo accompagna qui tra noi e lo usa come strumento per parlarci. Penso a Papa Francesco quando tempo fa disse che un pastore nella chiesa deve puzzare come le sue pecore, perché solo contaminandosi con la loro bassezza, con le loro sporcizie, può prendersene cura. Non posso pensare a una chiesa in cui i pastori si tengono a debita distanza dalla sporcizia delle proprie pecore. E’ più forte di me. Grazie F., mi hai fatto incontrare un pastore dalle mani sporche perché ama chi non riesce a rialzarsi dalla sua pozza di fango e lo invita a credere nella possibilità di riscatto. Che solo lui vede anche qui, in questo Getsemani dove, ricordo, è meglio chiudere il portone e buttare la chiave.

Allora cosa ci dice quel padre che arriverà alla festa con le vesti sporche e per mano a un figlio perso per sua volontà? Ci insegna che la cosa più difficile è stare con se stessi, è fermarsi nel porcile a guardare la propria vita, è scendere nel profondo mettendo a tacere le lusinghe di un mondo che spesso porta lontano. Fermarsi nel dolore, lasciarlo parlare, farci ammaestrare da quella sofferenza che pensavamo di evitare con gesti di somma furbizia, trovare nelle nostre scelte la radice di un male che pensavamo di evitare ma nel quale siamo annegati. Ci insegna a sintonizzarci su quel dolore anziché evitarlo e, una volta ascoltati noi stessi, rivolgerci alla “zozzeria” del vicino per sentire in lui la stessa disperazione, la stessa sofferenza.

Dice che non è facile percepire l’altro se non si conosce se stessi. Ha ragione. Tutto riparte da qui. Da questo Getsemani in cui Gesù è rimasto solo mentre gli altri dormivano, da quel campo in cui risuonò forte la parola “perché”, da quella zona d’ombra in cui la risposta sta nelle mani di un padre che diventano sporche della vita del figlio.

 

Vivo e lavoro a Roma dove sono nata nel 1963. Laureata in Pedagogia sociale e consulente familiare, mi dedico al sostegno e alla formazione alla relazione di aiuto di educatori, insegnanti, animatori. Svolgo attività di consulenza a singoli, coppie, famiglie e particolarmente a persone omosessuali e loro genitori e familiari offrendo il mio servizio presso diverse associazioni (Nuova Proposta, Rete Genitori Rainbow, Agedo). Credo fortemente nelle relazioni interpersonali, nell’ascolto attivo e profondo dell’essere umano animata dalla certezza che in ognuno vi siano tutte le risorse per arrivare alla propria realizzazione e che l’accoglienza della persona e del suo percorso di vita, sia la strada per costruire relazioni significative, inclusive e non giudicanti.