Se “mi” racconto mi conosci – Atai, fuggito dall’Afghanistan, adesso sogna di diventare psicologo

Continua la rubrica di Alessandra Bialetti «Se “mi” racconto mi conosci». Chiunque desidera può contribuire inviando la propria testimonianza a [email protected]


Questa è la storia di un giovane afgano costretto a fuggire dal suo Paese e arrivato in Italia dove adesso vive e lavora. Atai Walimohammad ha scritto la sua storia per Immezcla, utilizzando il form che abbiamo pensato proprio per raccogliere la testimonianza dei migranti, per dar loro voce.

Sono Atai Walimohammad, ho 21 anni e vengo dall’Afghanistan. Vivo in Italia dal 2013 e dopo aver ottenuto la protezione come rifugiato, lavoro come interprete e mediatore linguistico-culturale. Il mio fratellastro è Atai Liaquat Ali, lui ha studiato all’Università medicina e adesso è medico. Io sono figlio di un medico, mio padre si chiamava Atta Mohammad e fu ucciso dalla gente del mio villaggio. Ero così piccolo che non l’ho mai conosciuto. Crescendo mi è nata la curiosità verso le foto ed i libri presenti in casa nostra e chiesi alla mia mamma “di chi sono queste foto ed i libri?”. Mia mamma mi disse che le foto ed i libri appartenevano a mio padre, e mi raccontò che mio padre fu ucciso da un Imam con l’aiuto della gente del posto.  Mio padre consigliava, sempre, alla gente del villaggio di non uccidere per i vantaggi dei paesi stranieri e di mandare i loro figli e le loro figlie a scuola invece di farsi saltare in aria per andare in “paradiso”.

Da piccolo il mio sogno era di diventare uno psicologo come mio padre: di mattina frequentavo la scuola ed il pomeriggio andavo a fare i corsi di matematica, biologia, fisica, chimica e di scienza. La gente parlava sempre male di me e cercava di ostacolarmi, ma nonostante tutto questo non mi sono fermato ed ho continuato a frequentare la scuola.  Nel 2011 i Talebani hanno aperto in una zona rurale, abbastanza lontano dal capoluogo, un centro di addestramento per i kamikaze, in cui veniva insegnato come farsi esplodere per Allah. Tutti i giovani ragazzi invece di andare alla scuola andavano alla MADRASSA.

Un centro per l’apprendimento dell’inglese

Nel 2012 ho aperto, con l’aiuto dei soldati americani ed il governo afgano, un centro per l’apprendimento dell’inglese e dell’informatica per bambini ed adulti nel mio villaggio, all’inizio non venivano in tanti, ma poi il numero è aumentato. Una volta a settimana venivano gli americani a fare la pattuglia nel villaggio ed io andavo sempre a parlare con loro. Un giorno gli americani mi portarono i libri, i quaderni, i tappeti, le sedie, le matite, le lavagne ed i tavoli per i miei studenti. Il giorno dopo ho distribuito tutti i materiali agli studenti, ed ho convinto tanti padri che l’educazione è l’arma migliore, rispetto al fucile!  Il 12/02/2012 ho fatto una scultura che assomigliava a Buddha e l’ho portata a scuola, era una cosa strana sia per gli insegnanti che per gli studenti, alcuni erano contenti di vederla mentre alcuni si sono arrabbiati! Mentre io facevo vedere la scultura agli studenti, è venuto l’insegnante di teologia ed ha cominciato a rompere la scultura e dopodiché ha incitato i ragazzi a picchiarmi: sono tornato insanguinato a casa ed è cominciata a circolare nel villaggio una voce che io mi sono convertito al Buddhismo. Nel villaggio si è sparsa la voce che io fossi un’infedele.

Dopo l’episodio della scuola la gente ha smesso di mandare i loro figli al centro da me. E tutte le persone avevano dubbi su di me. Il 13/03/2012 gli americani hanno attaccato un gruppo di Talebani nel mio villaggio in cui sono stati uccisi 4 membri dei talebani. Dopo l’attacco i Talebani mi hanno accusato di essere spia per gli americani e di essere convertito al cristianismo, il comandante dei Talebani insieme con la gente del posto sono andati a bruciare il centro in cui insegnavo, successivamente sono venuti a casa, mentre io ero fuori, a rompere tutte le mie sculture e a cercarmi in tutta la casa. Tutto il villaggio ed i Talebani volevano uccidermi. Sono riuscito a scappare nella provincia di Herat da dove ho lasciato subito, definitivamente, l’Afghanistan.

Il mio fratellastro e l’elettroshock

Il mio fratellastro, Atai Liaqat Ali, faceva il medico in un ospedale privato, e mentre si preparava per fare la specializzazione, fu avvicinato dai Talebani che gli chiesero di lavorare per loro. Al suo rifiuto è stato minacciato di morte e gli è stato detto di non curare i governativi. Il suo ulteriore rifiuto si è tradotto in un rapimento in ospedale durante le ore lavorative. Al suo ennesimo rifiuto di collaborazione ha subito torture tramite l’elettroschock ed è stato abbandonato sul ciglio della strada. Da quel momento la sua vita è cambiata: ha subito gravi danni al cervello ed è diventato menomato. Per farlo riprendere la mia famiglia lo ha portato in un ospedale in Pakistan dove ha trovato un minimo di sollievo con una cura antipsicotica. Durante la sua permanenza in ospedale, i talebani hanno bruciato sia l’ospedale che la nostra casa e la mia famiglia ha deciso di allontanare il mio fratellastro dall’Afghanistan e fargli fare il viaggio verso l’Europa. Adesso è riuscito ad arrivare in Italia dopo un viaggio difficilissimo per la sua condizione mentale e si trova in un centro per richiedenti asilo a Crotone; ancora manifesta i problemi derivanti dalle torture subite dai talebani ed ha paura di essere trovato dai talebani in Italia.

Il mio viaggio verso l’Italia

Anche il mio viaggio non è stato facile: ho viaggiato diverse volte sotto i cassoni dei TIR per potermi salvare ed ho attraversato diversi paesi. Appena arrivato in Italia la vita non era facile con una cultura così diversa. Per integrarmi ho capito l’importanza di studiare e capire la lingua italiana e dopo qualche tempo ho cominciato a lavorare in Puglia (dove c’era il campo profughi che mi ospitava) con gli avvocati che seguono i migranti. La mia passione per le lingue straniere mi ha portato a studiare ed imparare da solo diverse lingue straniere ed in seguito al corso per mediatore culturale, adesso lavoro come interprete e mediatore nel Centro di Prima Accoglienza di Zavattarello (PV) e nel frattempo sto studiando per la laurea triennale in Scienze della Mediazione linguistica.Qui ho trovato una nuova famiglia composta dai miei colleghi (Matteo Vairo, Elena Galardi e Seraphin Dekou) e dai ragazzi che ospitiamo, ai quali cerco di essere di esempio e di riproporre le attività che svolgevo in Afghanistan: collaboro nell’insegnamento dell’italiano e facciamo laboratori artistici. Qui mi trovo bene, il mio lavoro mi piace, mi sento libero di esprimere le mie idee e i miei interessi e posso vivere la fede nel modo in cui desidero. Sogno, ancora, di diventare psicologo come mio papà!