Blog / Racconti | 18 Dicembre 2011

Mauro Leonardi – La nostra anima bambina

Vorrei provare ad organizzare questa meditazione di Natale attorno a un’unica idea. Procederemo con ordine: dapprima sosteremo brevemente sul concetto che ci servirà da punto di vista, e poi faremo uno svolgimento, come quando facevamo i temini a scuola: utilizzeremo il nostro punto di vista per guardare attraverso di esso la realtà della nostra fede.

Ecco il punto di vista. Natale – mi sembra – è fatto di due elementi, di due fili, di un soggetto e di un complemento. Il soggetto è il Bambino e il complemento è il luogo dove nasce il bimbo. Il bambino (soggetto) nasce (predicato verbale) a Betlemme (complemento, è il luogo). Nella mangiatoia (complemento, è il luogo). Tra un bue e un asinello (è il luogo). Tra le braccia di Maria. Nel cuore di
Giuseppe. Sotto gli occhi dei Magi e dei pastori. Gli occhi delle stelle, il cuore della notte, il silenzio della notte (sono il luogo).

Nell’albergo il bambino non nasce. L’albergo dove non c’era posto per loro (Lc 2,7) è il non luogo, il non complemento, il luogo dove non nasce. Nei cuori degli uomini che stavano nell’albergo non c’era luogo. Non c’è luogo tra gli uomini, le tenebre del cuore degli uomini non l’hanno accolto, non sono il Suo luogo (Gv 1,11). Nel nostro punto di vista quindi soggetto è il Bambino e complemento è il luogo.

A questo punto si potrebbe pensare che il predicato sia nasce: il Bambino nasce a Betlemme. Ma non è così, o per lo meno non è esattamente così. Il concetto, il verbo, la parola, attorno a cui scelgo di organizzare la nostra meditazione è nutriente. Che nutre, che si nutre, sia nel senso di “che nutre sé stesso”, sia nel senso di “che viene nutrito”. Attivo e passivo, andata e ritorno, su e giù. Il punto di vista non è che il luogo accoglie il bimbo, ma che il bimbo trasforma il dove in un luogo, in un posto accogliente, perché il bambino ha con il posto un rapporto nutriente. Questo è il punto di vista.

Svolgimento. La nascita è solo un momento, un caso particolare, del più ampio fenomeno della nutrizione. Il bambino viene concepito e non appena concettato già subito si nutre, e nutre. Sembra che il bimbo prenda vita dalla madre, che si nutra attraverso di essa, che le sostanze necessarie per vivere che erano della madre vengano date al figlio e dal figlio vengono prese. Quel rapporto di nutrizione al seno. Di quello sguardo, della boccuccia, del corpicino, delle manine (quelle tenere manine), nell’istante stesso, nel momento stesso della prima nutrizione, e di quelle successive. Vorrei che guardassimo, che ci innamorassimo, di come i bambini sono ben disposti. Giustamente ben disposti, aperti, accoglienti, facilmente e docilmente plasmabili, così  attentamente concavi rispetto ad una madre tanto attentamente convessa, così pregna di convessità. Capaci di far posto dentro di sé, di ascoltare le ragioni di quella maternità, di quella mammalità loro rivolta. Più ancora che capaci: gioiosamente capaci, felicemente ben disposti. E’ tutta una festa, una bel gioco. Sembra proprio che ridano. Che si aprano in sorriso, che tutta la felicità e i raggi di gioia del mondo, si siano dati appuntamento in quel luogo, a quell’ora, sulle tenere labbra del bambino all’ora di quel bacio scandito ad ore precise. Ai ritmi della fame, della sazietà, della vita. E lo steso poi accadrà con la voce e gli occhi del padre. E quindi del lettino, dei fratelli e delle sorelle, della nonna. Della sua stanzetta, del pavimento e delle cadute sul pavimento. Degli amichetti, dell’asilo. E così via. Credo si capisca dove voglio arrivare.

Guardiamo ora le cose dal punto di vista opposto, guardiamole nella direzione che va dal bambino verso la madre. Sto per sostenere una cosa non banale. Sto per sostenere – lo sostengo già – che il bambino nutre la madre. Non parlo del bambino grande, già uomo, già adulto, che mantiene la vecchia in un pensionato per vecchi. Non voglio neppure pensare a quella mostruosità, a quel tumore maligno figlio di una società che non ha più figli, che non ha più famiglia, che non ha più nonni, che non ha più arte e che ha musei (non ha più arte ma ha musei perché l’arte ha bisogno di case dove si vive, non di musei dove si va in vacanza) e che hai gli ospizi per vecchi (che sono i musei dei nonni). Non sto pensando a quando il bambino è grande e la mamma è nonna. Non sarebbe una cosa nuova: è la stessa madre di prima che invecchiando diviene bambina, è lo stesso bambino di prima che invecchiando diviene genitore). Voglio invece sostenere che il bambino, in quanto bambino, nutre la madre; che la madre, in quanto madre, è nutrita dal figlio che porta in seno, in braccio, attaccato alla gonna, che piange la prima delusione amorosa, che si sposa, che è disoccupato, si ammala, muore. A ben guardare, ciò che sto sostenendo è qualcosa che sappiamo tutti benissimo, perché viviamo di essa. Dico che il bimbo è la speranza della madre. E’ detto tutto. Ho detto tutto. Perché la speranza è tutto. Sembra che sia la madre a sostenere per mano il bambino che incespica e sta per cadere, ed invece – lo sappiamo benissimo – è il bimbo che sostiene, che nutre. Sembra la madre a asciugare le lacrime del bambino, ma la realtà è tutt’altra: è il bambino ad asciugare le lacrime della madre; in lui spera quando è stanca, e piange, e subisce torto, è tradita. Va avanti. Incede dolcemente (fortemente) per lui, il figlio. Che non è solo un figlio della carne (quella è solo una tappa) anzi se fosse solo figlio della carne (tremendamente a volte) non giungerebbe neppure a essere figlio vero. Il vero figlio è quello dell’anima. Donna ecco tuo figlio (Gv 19,26). La maternità spirituale è la vera maternità , e a volte comprende anche quella fisica.
Sara sdentata sorride per Isacco (ed anche Abramo). Quella tenerezza di germoglio, di bambino, è la cosa rude e robusta. E’ il punto d’appoggio su cui si regge il mondo.

Per noi però (per noi adulti, per noi grandi) (per noi, per noi padri e madri, fisicamente e spiritualmente padri e madri) (per noi che siamo potenzialmente  capaci di nutrirci dei bambini) c’è, si pone, un grosso problema. Un enorme problema. Non sappiamo più ascoltare. Abbiamo il timpano di cemento armato. Quando eravamo piccoli eravamo capaci d’ascoltare. Ma crescendo ci stanchiamo, ascoltiamo sempre meno. Alla fine, divenuti adulti, non si ascolta più (ci si stanca d’essere pazienti, ci si stanca di soffrire). Fateci caso. Questi giorni di festa offrono spesso l’opportunità di questa scoperta. Durante le vacanze di Natale accade che famiglie che durante l’anno sono disperse in mille rivoli, si incontrino. Ci sono figli nuovi: bambini di due anni o forse anche tre. Bellissimi bimbi, buffi, impettiti come paggi, limpidi come angeli. Che parlano (è allora che scopriamo). Quando una parola di bambino scoppia in mezzo a noi adulti, noi alziamo grida, scoppiamo di ammirazione sincera e profonda e diciamo, in ogni modo diciamo con gli occhi, con la voce, ridiamo fra noi e diciamo a voce alta a tavola: è buona questa, la ricorderò. Giuriamo di farne parte ai nostri amici, di dirla a tutti, tanto siamo pieni di orgoglio per i nostri bambini. Crediamo di poterla riferire facilmente. E quando si incontrano poi quegli amici, quelli che si erano lasciati prima di Natale augurando loro buone feste; e siamo lì lì per raccontare le nostre vacanze (le nostre famiglie, le nostre gioie) ed arriviamo al punto, e stiamo per raccontare quella parola di bambino, quella parola esplosa; quando siamo tutti accesi pronti per riferirla, ci accorgiamo di non saperla più. Ci scusiamo, sorridiamo. E non la sappiamo più. Non riusciamo più a ritrovarla. E’ svanita nella memoria. E’ un’acqua troppo pura che è sfuggita alle nostre mani concave, alla nostra memoria insozzata. Ci rendiamo conto benissimo che era in un certo luogo della nostra mente, che era in quella regione, che teneva quel posto, che aveva un certo volume. E ci rimane la netta nostalgia di un amore che se n’è partito, è partito e non tornerà mai più. D’altronde noi eravamo perfettamente indegni che restasse; per questo restiamo a bocca aperta e sappiamo perfettamente di essere incapaci di ritrovarla, perché essa è di tutt’altra qualità d’anima, è della stessa qualità della nostra anima antica, della nostra anima bambina. E ci rendiamo conto poi, quando siamo soli la sera e gli ospiti sono andati via e i bimbi sono a letto, e siamo infine soli seduti in poltrona, che quello era un sussulto della nostra anima antica, un attimo di saluto della nostra vecchia anima a Dio che passava.

La nostra anima bambina non c’è più perché essere aperti, essere bambini, andare innocentemente ingenuamente vicino, lasciare che qualsiasi cosa che ci avvicini possa avvicinarsi, giungerci vicino, addirittura dentro, rende pericoloso al bambino il vivere. Per questo i bambini si fanno male (la vita ha i suoi artigli, i suoi spigoli), per questo i bambini imparano. A diffidare. A non essere ingenui (a non essere bambini). A frapporre fra sé e le cose (gli altri, la realtà) un bel materasso di pensieri (di ceppi e di impicci). A imbozzolare la realtà in pregiudizi. Addirittura, noi diffidiamo di chi non si comporta così. Diffidiamo dei bambini (non ci nutrono più).
E’ a questo punto che nasce un problema di pazienza, di saper patire, di saper perdurare nel patimento. E’ facile (naturale) nutrirsi del sangue della madre, del latte della madre; più difficile, sapersi nutrire del primo giorno di scuola (del primo zainetto, del primo sgarbo del compagno di classe, della prima incomprensione del maestro). Si tratta di saper digerire, di saper distinguere il male dal bene. Nutrirsi del bene ed eliminare il male (anche il bambino piccolo sporca i pannolini). E essere ben disposti, ben preparati a imparare da tutti, a nutrirsi di tutti, a sperare da tutti. Conoscere il male, senza imparare dal male, senza diventare cattivi (il medico che cura l’Aids per conoscere l’Aids non deve ammalarsi di Aids). Non sapere già tutto il bene che c’è nelle persone. Ogni persona è un mistero.
A ben guardare quello che non si sopporta è il dolore di fronte al mistero (ogni vita è un mistero, ogni bambino è un mistero, il mistero di quella lotta tra bene e male che abbiamo nel cuore) (figurarsi se di mezzo c’è il Bambino). Ci si scopre, ci si sente, inadeguati, incapaci, sproporzionati, di fronte a quel Dio che si fa carne. Poveri.
E’ allora che si capisce che per essere bambini, per saper far posto in sé a quel bambino che ci guarda, per sapersi far nutrire da lui (per far sì che sia per noi genitore) bisogna aver pazienza. Pazientemente lasciarsi impregnare da quella consapevolezza di indegnità, incapacità, inadeguatezza. E’ così, si è incapaci. Ciò non di meno bisogna resistere, sostare, non affrettarsi, rimanere tranquilli sotto quello sguardo bambino che mette alla luce del sole quanto siamo adulti (non ingenui, incapaci di ascoltare, con sciami di pensieri che ronzano nella testa, quella zucca vuota). Pazienti di fronte alla crescente percezione della nostra indegnità, della nostra povertà. Beati i poveri di spirito perché di essi è il Regno. Proprio quella percezione è frutto della grazia, è la nostra percezione della mano di Dio che ci svuota per far spazio, per far posto. E ciò che è più bello è che il Bambino, con il suo vivere, non ci accusa affatto (è il demonio che accusa). Proprio il Bambino è forza che fa vivere. Essere poveri (scoprirsi inadeguati et coetera) è conditio sine qua non perché il bambino sia per noi nutrimento. Compiere questo lavoro di resistenza, resistere all’avanzante fatica del vivere, il peso della vita, comporta, paradossalmente virilità. “L’infanzia spirituale esige la sottomissione dell’intelletto, più difficile della sottomissione della volontà. Per assoggettare l’intelletto è necessario, oltre la grazia di Dio, un continuo esercizio della volontà a dire no, come dice no alla carne, una volta e un’altra e sempre. E si verifica di conseguenza, il paradosso per cui chi segue il piccolo cammino d’infanzia deve, per farsi bambino, irrobustire e virilizzare  la volontà” (Cammino 856).

Il Bambino ha bisogno di bambini attorno a sé. E’ chiaro che un bambino appena nasce ha bisogna della madre. E’ chiaro che noi, per essere bambini, dobbiamo scoprire in generale, di avere bisogno di nutrirci dell’infanzia; in particolare, di avere bisogno di quel Bambino. Questo rapporto inizia con la scoperta della nostra indegnità.
Si pensi a Giuseppe. Che era il capo famiglia, il papà che pensa alla famiglia, al luogo dove abitare, dove nascere. Che fa di tutto perché si nasca in casa, si viva in casa (quando i Magi trovano Gesù lo trovano in casa, non nella mangiatoia – cfr Mt 2,11). Si pensi alla sconfitta di quel pover’uomo (che non è affatto un pover’uomo, per quel Figlio che ha e quella sposa che ha), a Giuseppe cui non riesce di essere un buon padre all’altezza della situazione. Fuori posto (sproporzionato insomma). E’ proprio quel tipo di sofferenza di cui ci si stanca. Quel tipo di povertà (la povertà  insomma, non facciamola complicata) di cui abbiamo bisogno per accogliere il Bambino (per essere bambini). Far posto significa essere poveri. Giuseppe sperimenta un disagio, un’insufficienza, e la accetta, non cade nella tentazione di riempire quel vuoto (quella vacuità idonea a divenire luogo, posto) con qualcosa che non sia il Bambino. Riconosce che quel dolore, quella sofferenza, è proprio Dio a crearla. E’ Dio che fa posto. (Era il Padre di Gesù a far sì che tutte le prudenze di Giuseppe finissero inutili).

E’ interessante notare che chi tradisce Gesù è proprio chi non è capace di conservare il vuoto dentro di sé fatto da Dio; non è capace di attendere che sia Dio stesso a riempirlo. Ordinariamente è con il pieno che si riempie il vuoto, con l’agio il disagio. Chi ha tradito Gesù lo ha fatto per denaro. Giuda ha tradito per denaro. Impossibile capire Giuda, se si decide di sottovalutare Giovanni (Giuda era ladro, rubava quello che c’era nella cassa comune – cfr Gv 12,6); se si decide che non si possa tradire Cristo per soldi. Impossibile capire Giuda se non si accetta di essere tutti dei giuda attaccati alla terra. Quella voglia di denaro, di soldi in tasca, di sicurezza, di piedi per terra, che è la radice di tutti i mali. Se si decide che si può capire il tradimento per superbia, per passione, per amore, per odio, per piacere, per carne, per potere, per politica, per debole, per vigliacco, ma non per soldi. Per trenta monete. (Sia pure d’argento). Per denaro.  E’ proprio il tipo di spreco che Gesù ama, quello che Giuda non sopporta. Sono proprio i Suoi poveri che non sopporta. Quel loro fidarsi di quello che hanno (quel fidarsi di una mangiatoia, di un bue e di un asinello) (quel fidarsi delle braccia di Sua Madre e dei panni di Sua Madre). Il loro lavorare di giorno e il loro dormire di notte. Come gli uccelli del cielo e i gigli del campo. Che di notte non contano quanto manca al preventivo, e non si rigirano nel letto. Figli che pensano che il Padre sappia fare i conti meglio dei figli. E’ quel ridotto, quell’asilo, quella tranquillità. Quell’essere inalterabili sia che si è poveri sia che si è ricchi. Diciamola tutta: quello che Giuda proprio non sopporta è che i poveri di Gesù siano poveri anche quando sono ricchi. Che, neppure quando sono ricchi (Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo) cadano nella tentazione della bramosia, nel laccio insensato e funesto. Che essere ricchi, per loro, sia lo stesso che essere poveri. Che si fidino del lavoro ben fatto, onesto, del non avere vizi. (Proprio come Giuseppe artigiano. Che sta per fare l’emigrante in Egitto, in Australia. Che sta per mantenere la sua famiglia con il suo lavoro d’artigiano. Che sta per mantenere in paese straniero la sua famiglia, con un lavoro che si basa sul prestigio personale, sulla clientela, sulla stima che ci contorna lentamente anno dopo anno. Artigiano insomma. In paese straniero) (Una cosa impossibile). Poveri che non abbiano quell’usura nel cuore, quel ventre sterile. Nessun bisogno di scorciatoie. Uguale essere sazi che essere affamati, abbondare che mancare. Tutt’altro rispetto a Giuda che invece, che sia ricco o povero, che possegga o no, che abbia o che non abbia, è comunque insaziato, insaziabile. Subito ricalcolare, rimisurare, investire di nuovo.
Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra, dice Dio (Col 3,5). E’ proprio l’idea di vivere sulla terra vivendo in cielo, che Giuda non sopporta. Di essere pellegrini senza casa, senza dimora. Non ho casa, non si può camminare sulle acque per tutta la vita (pensa Giuda). E’ una pretesa sbagliata, disumana (pensa Giuda). Dicono che sia avaro (si tormenta Giuda). Non sanno cos’è l’avarizia. Non hanno mai riflettuto sul fatto che gli avari, da che mondo è mondo, siano vecchi. Moribondi. Gli avari sono morituri, moribondi, persone che sentono la vita sfuggire. Naufraghi che vogliono aggrapparsi ad un relitto. Ci chiamano avari. Perché ci attacchiamo a un fracido legno che sembra galleggiare. Abbiamo solo bisogno di sentire la terra sotto i piedi perché abbiamo il mal di mare, dico io. La vita ci dà il mal di mare. (Si può condannare un persona solo perché sta per affogare?).
E’ proprio di questa povertà abbiamo quella di cui abbiamo bisogno per far posto al Bambino. Faremmo bene ad essere poveri di quella ricchezza di cui andiamo cianciando. A esserne ben carenti. Invece, quanto più pecchiamo, tanto più diciamo che stiamo crescendo, che stiamo imparando.  Che la vita è una scuola.
La conosco quella scuola, dice Dio. Penso sia per disimparare quel poco che si sa. Vi si impara tutti i giorni. La conosco questa vita: è un’usura perpetua, un costante, un crescente avvizzimento. Si scende sempre. Beato chi può restare qual è il giorno della sua nascita, dice Dio. Ci si riempie d’esperienza, diciamo. Guadagno esperienza; imparo a vivere; di giorno in giorno accumulo esperienza. Singolare tesoro. Tesoro di vuoto e di carestia. Tesoro di rughe e di inquietudini. Tesoro degli anni magri. Accresce il tesoro delle pene e delle miserie. E i sacchi delle preoccupazioni e delle piccinerie. Acquisto esperienza, dicevi negli ultimi tempi; accresco la mia esperienza. Vai sempre scendendo, dice Dio, vai sempre diminuendo, vai sempre perdendo. Vai sempre in discesa. Vai sempre avvizzendo e riempiendoti di rughe ed invecchiando. Ed andando per quella strada non risalirai mai il pendio. Quella che tu chiami esperienza, la mia esperienza, io la chiamo la dispersione, la diminuzione, la decrescenza perpetua, la perdita di speranza. La dispersione pretenziosa.
La perdita dell’innocenza.

Quindi, il Bambino ha bisogno di bambini. Chi legge il Vangelo non può non notare l’insistenza tassativa: in Cielo entra solo chi è come Gesù, e Gesù è un bambino. Le Beatitudini sono l’autoritratto di Gesù (che è il Bambino), ed esse iniziano con la beatitudine dei poveri, dei “poveri di spirito”, come precisa Matteo, ossia degli umili. Quell’inadeguatezza, sproporzione, et coetera è proprio l’umiltà (imparate da me che sono mite e umile di cuore. Che sono Bambino). E l’umiltà (sorpresa!) ha proprio a che fare con il nutrimento. La persona umile è esattamente la persona che sa trarre nutrimento, dalle umiliazione, dalle sue inadeguatezze.
Riflettiamo (ho quasi finito!). Gesù sceglie la parole humus. Humus, si dice, vuol dire terra. Non è propriamente vero. Humus vuol dire humus: non è polvere, terra sterile. L’humus è quella materia organica che rende feconda la terra. E’ il risultato di quell’insieme di processi. Ciò che fa sì che ossa, muscoli, sangue, foglie, sterco (umiliazioni, errori, peccati), mandibole di cervi volanti, gusci di lumaca con le rispettive antenne, e zoccoli di bovino con denti d’equino, e dura corteccia, e ceppi; ciò che fa sì insomma che ogni cadavere di morto divenga leggero e poroso. Che lo fa soffice e permeabile all’acque all’aria e al più lieve sospiro. Che lo rende bruno, così che trattenga il calore solare e lo faccia caldo, e che lentissimamente lieviti e fermenti, e lo renda capace di sciogliere in sé sali minerali sennò impossibili per le piante da assimilare. Quell’organico processo che secerne acidi preziosi per le piante, cosicché esse non trovano più sabbia o pietra da digerire ma tenerezza che fa crescere. Nutrimento, nutrimento.
Ebbene. Ebbene. (Si presti ora particolare attenzione).
Ebbene: cinque centimetri di humus si formano in mille anni. Anno più, anno meno.
Questa è la scoperta mille anni. Per divenire umili, per divenire bambini (piccoli che non sanno camminare) ci vogliono mille anni. Tutta una vita insomma.
Ecco Chi è il Bambino. E’ colui che sa rendere nutriente, utile, tutto il mondo rovinato dl peccato. Lo redime. Sa gioire di noi (la mia gioia è vivere con i figli dell’uomo). E noi in Lui, rendiamo nutrienti, belle, essenziali alla nostra vita tutte le cose.

Ci possiamo meravigliare che la Madre dica di essere stata scelta per la sua umiltà?

Tratto da Studi Cattolici n. 418- Dicembre 1995 n.v.

21 risposte a “Mauro Leonardi – La nostra anima bambina”

  1. eli galli ha detto:

    Quello che, da qualche settimana,mi incanta del rapporto tra Gesù e Giuda e che Giuda è ladro. Gesù lo sa, perchè ci vive insieme e lo avrà visto rubare, perchè Matteo gli avrà detto che i conti non tornavano. Gesù lo sa che è ladro eppure gli dà la cassa, non gli spiccioli per farlo crescere in virtù (ad un figlio che si perde tutto non diamo le chiavi di casa ma, per renderlo responsabile e “farlo crescere”, gli diamo qualcosa che se se la perde “non fa niente”).No Gesù gli da tutta la cassa, tutti i soldi che servono al sostentamento di tutti loro. Incredibile. Non li dà a Matteo, che dato il lavoro che faceva, qualcosa ci capiva di conti. Perchè fa così? Forse Gesù non vuole farci crescere in virtù, non vuole migliorarci, forse vuole solo che ci sentiamo amati come siamo, ladri e traditori. Se Giuda si fosse accettato nella sua miseria di ladro e traditore, si sarebbe accorto di essere amato? Sapere di essere bambini, poveri.Doloroso. Comunque mi consola pensare che anche Giuda ora è humus e in qualche modo contribuisce a fare la terra più ricca.

  2. Anonymous ha detto:

    Da sempre il legame tra madre e figlio fin dal momento del concepimento è un vincolo che nessuno , ripeto, nessuno può modificare,neppure nel corso degli anni, perchè la madre è tale in virtù del figlio e il figlio è tale in virtù della madre. Dipendenti direttamente l’uno dall’altro,la madre di sostegno al figlio e il figlio di sostegno alla madre.Anche dopo la morte terrena di uno dei due, la madre E’ sempre madre, il figlio E’ sempre il figlio, e ciascuno , ancora una volta, si nutre dell’altro.Dico questo perchè, ad esempio, la Moglie , dopo la morte del marito, sara la Vedova, e l’essenza cambia, la madre invece manterrà la sua essenza di Madre e il figlio manterrà la sua essenza di Figlio.Il figlio anche se si dovesse perdere lungo la sdrada,sarà sempre la speranza della madre, la madre sarà sempre la speranza del figlio perduto.E’ un legame inscindibile.Tra pochi giorni ricorre la nascita di Gesù, che poteva nascere in qualsiasi luogo, che sarebbe diventato IL LUOGO in ragione della Sua nascita.Ha scelto una grotta,una capanna, tra gli umili.Fin dalla Sua nascita ci indica la condizione ideale per il Regno dei Cieli:l’umiltà. Su Giuda aprirei un capitolo a parte. Davvero in vita non era degno di perdono?Mi suona strano….mi ricorda Jean Valjean quando rubò i candelabri in chiesa e il curato disse alle guardie: “sono stato io che glieli ho regalati”.I popsteri l’hanno giudicato, condannato, portato ad esemio del tradimento….Ma siamo davvero sicuri?Il Padre Nostro insegnatoci da Gesù non dice:Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”!!!!! Non c’è dubbio che Giuda SIA un nostro debitore, allora???? Mi chiedo: se non avesse tradito……nulla si sarebbe compiuto? Non mi si venga a dire che aveva possibilità di scelta…..non lo accetto…… NON AVEVA SCELTA…….Ce lo dice anche Gesù” tutto si è compiuto”….Dimentichiamo che Gesù lo chiama “Amico” nei vangeli sinottici…forse il miglior amico…..forse perchè per mezzo di lui tutto si sarebbe compiuto….al prezzo del marchio a vita “traditore”. Tutti gli uomini sono degni del perdono, non mi pare di aver letto da nessuna parte che ci siano delle eccezioni……tutti, TUTTI, siamo figli di uno stesso Padre, fratelli di un unico Fratello,figli di una stessa Madre…..Gesù Neonato ristabilisce il patto di redenzione per tutti noi, e tra i cattolici chi non comprende che i fratelli si devono amare in quanto Figli spirituali (legame molto più forte di quello biologico)di uno stesso Padre e una stessa Madre, è distante anni luce da quel Bambino che il 24 notte nasce nella casa di ciascuno di noi….

  3. Patrizia Cecilia Giardi ha detto:

    Noto che il mio commento è come “Anonimo”!Mi scuso per non aver lasciato il nome al mio commento, una dimenticanza alla quale rimedio, sperando che compaia immediatamente sotto ciò che ho postato alle 10:03

  4. Mauro Leonardi ha detto:

    Sul “non aveva scelta” rimando Patrizia al bellissimo dialogo de “Il diavolo veste Prada” che abbiamo nel blog.
    Grazie a Patrizia e a Eli per la loro passione!

  5. Patrizia Cecilia Giardi ha detto:

    Mi scusi ma il paragone non regge……Qui stiamo parlando del Figlio di Dio che è stato mandato dal Padre per morire sulla croce…e quindi la condizione per compiere la volontà del Padre è che Giuda tradisca il Figlio. Altrimenti potremmo pensare che la libera scelta di Giuda poteva invalidare la volontà del Padre…..No…Io penso che non abbia avuto scelta…..che fosse tutto nel volere del Padre……Forse Giuda è l’unico uomo a non avere avuto la possibilità di scegliere…

  6. Mauro Leonardi ha detto:

    Il problema di come si coniugano la libertà di Dio e la libertà dell’uomo è complicatissimo e non è stato mai risolto in tutti i suoi aspetti. In particolare nei secoli 1600/1700 domenicani e gesuiti si sono reciprocamente “scomunicati” diverse volte finché intervenne il Papa di allora a dire “basta”: cioè a dire che il problema della predestinazione (così si chiama tecnicamente la questione del rapporto tra la libertà di Dio e la libertà dell’uomo) non può essere risolto del tutto. Mi sembrano sante parole. La questione è che noi uomini non riusciamo a “pensare” la libertà di Dio se non come se fosse una specie di libertà di un “super-uomo”, ma questo è sbagliato. Nell’affrontare la questione conviene tener fermi alcuni punti: 1. Dio è infinitamente libero sia nel suo intimo che nei confronti della creazione; 2. anche l’uomo è veramente libero, ma la sua è una libertà limitata.

    Molto di più non si riesce a dire. E’ come quando stando in barca si getta l’ancora in acque limpidissime: nei primi metri si vede la catena, e dopo un po’ sempre meno finché scompare. Così accade con le cose di Dio quando si vuole andare nel sui intimo. Si capiscono bene (alla luce della fede) i paletti ma, a volte, non si vede bene come riescano a coniugarsi i diversi aspetti.

  7. stefania perna ha detto:

    Solo oggi ho avuto la calma sufficiente per leggere (meditare!)il brano iniziale di don Mauro ,che veramente mi ha lasciato senza parole per le bellissime cose che presenta e per il forte invito alla speranza!!!Finalmente un parlare della nostra povertà umana in modo sincero(lo definirei quasi un parlar” da poveri a poveri”..insomma da” fratelli”, in cammino verso il Bambino,e non solo in modo verticale dall’alto in basso,come spesso accade…)
    Riprendo le considerazioni che più mi hanno colpito,anzitutto per rifletterci nuovamente… giustissimo notare “che si impara a diffidare per non farsi male”…perchè è difficile mantenersi “attentamente concavi”,”saper patire e perdurare nel patimento..quello che non si sopporta è il dolore di fronte al mistero di quella lotta tra bene e male che abbiamo nel cuore”..è un problema di pazienza…
    Mi vien da ricordare S Agostino che definisce la preghiera paziente esercizio del desiderio,perchè” il cuore dell’uomo è troppo stretto,rinviando il suo dono ,Dio allarga il nostro desiderio, mediante il desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende più capace di accogliere Dio stesso…”ma tutto questo..provoca molto dolore interiore!!
    Bisogna,come scrive d Mauro “lasciarsi impregnare da quella consapevolezza di indegnità e incapacità…rimanere tranquilli sotto quello sguardo bambino che mette alla luce quanto siamo adulti…è il bello è che il Bambino con il suo vivere non ci accusa(è il demonio che accusa)…però è ..”un tipo di sofferenza di cui ci si stanca”..
    Bisogna,come Giuseppe,non essere persone all’altezza, “sperimentare un disagio,una insufficienza e accettarla,non cadere nella tentazione di riempire quel vuoto con qualcosa che non sia il Bambino…..riconoscere che quel dolore è proprio Dio a crearlo..è Dio che fa posto..”
    Di incontro tra Dio e l’uomo,parla in termini simili anche papa Benedetto “nel dolore di questo incontro in cui l’impuro e il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti sta la salvezza….il Suo sguardo e il tocco del Suo cuore ci risanano in una trasformazione certamente dolorosa come attraverso il fuoco…”
    Molto bella anche la riflessione su Giuda,immagine dell’avaro ,che in pratica è colui che vuole aggrapparsi a qualcosa di sicuro ,il naufrago che vuole attaccarsi ad un relitto”perchè ha
    il mal di mare,.la vita dà il mal di mare …si può condannare una persona solo perchè sta per affogare?”Evidentemente si tratta di fargli capire quale è la vera roccia a cui attaccarsi…

    Aggiungo una provocazione…perchè di queste belle cose si sente parlar così poco??perchè si insiste sempre su mete,virtù,obiettivi..giusti,ma che finiscono per far solo sentir incapaci,facendo crescere molto di più la dimensione dell’impegno e eventuale scoraggiamento, che quella dell’attesa di Dio ??racconto un episodio quasi comico in questo senso,ma molto indicativo…ero andata a confessarmi e mi ero trattenuta ,(visto che il buon Dio mi favoriva con il farmi trovare un sacerdote che trattava spesso questi temi!!!)…proprio su considerazioni simili che secondo me,a volte si ricercano più dell’aria per respirare!!!Bene,quando ho finito,mi si avvicina una signora,membro di un certo movimento religioso e mi dice.”.dopo tanti anni ,uno sa già tante cose!..bastano pochi minuti..giusto per fissare qualche meta…noi che facciamo parte di tal movimento,(sottinteso,persone arrivate nella fede,altro che poveri o non all’altezza dei nostri compiti ,o gente che sperimenta il fallimento,come Giuseppe!!)ci confessiamo spesso,è vero…ma giusto per avere una spruzzatina in più di grazia!! “NO COMMENT.

    PS concludo dicendo che vorrei (e auguro a me stessa per prima!!), che questi pochi giorni che mancano al Natale,siano per tutti i lettori del blog un momento in cui riflettere e cercar di vivere la nascita di Gesù, alla luce di queste considerazioni sull’essere bambini……grazie,don Mauro di questo bellissimo regalo di Natale!!

  8. stefania perna ha detto:

    Solo oggi ho avuto la calma sufficiente per leggere (meditare!)il brano iniziale di don Mauro ,che veramente mi ha lasciato senza parole per le bellissime cose che presenta e per il forte invito alla speranza!!!Finalmente un parlare della nostra povertà umana in modo sincero(lo definirei quasi un parlar” da poveri a poveri”..insomma da” fratelli”, in cammino verso il Bambino,e non solo in modo verticale dall’alto in basso,come spesso accade…)
    Riprendo le considerazioni che più mi hanno colpito,anzitutto per rifletterci nuovamente… giustissimo notare “che si impara a diffidare per non farsi male”…perchè è difficile mantenersi “attentamente concavi”,”saper patire e perdurare nel patimento..quello che non si sopporta è il dolore di fronte al mistero di quella lotta tra bene e male che abbiamo nel cuore”..è un problema di pazienza…
    Mi vien da ricordare S Agostino che definisce la preghiera paziente esercizio del desiderio,perchè” il cuore dell’uomo è troppo stretto,rinviando il suo dono ,Dio allarga il nostro desiderio, mediante il desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende più capace di accogliere Dio stesso…”ma tutto questo..provoca molto dolore interiore!!
    Bisogna,come scrive d Mauro “lasciarsi impregnare da quella consapevolezza di indegnità e incapacità…rimanere tranquilli sotto quello sguardo bambino che mette alla luce quanto siamo adulti…è il bello è che il Bambino con il suo vivere non ci accusa(è il demonio che accusa)…però è ..”un tipo di sofferenza di cui ci si stanca”..
    Bisogna,come Giuseppe,non essere persone all’altezza, “sperimentare un disagio,una insufficienza e accettarla,non cadere nella tentazione di riempire quel vuoto con qualcosa che non sia il Bambino…..riconoscere che quel dolore è proprio Dio a crearlo..è Dio che fa posto..”
    Di incontro tra Dio e l’uomo,parla in termini simili anche papa Benedetto “nel dolore di questo incontro in cui l’impuro e il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti sta la salvezza….il Suo sguardo e il tocco del Suo cuore ci risanano in una trasformazione certamente dolorosa come attraverso il fuoco…”
    Molto bella anche la riflessione su Giuda,immagine dell’avaro ,che in pratica è colui che vuole aggrapparsi a qualcosa di sicuro ,il naufrago che vuole attaccarsi ad un relitto”perchè ha
    il mal di mare,.la vita dà il mal di mare …si può condannare una persona solo perchè sta per affogare?”Evidentemente si tratta di fargli capire quale è la vera roccia a cui attaccarsi…
    Aggiungo una provocazione…perchè di queste belle cose si sente parlar così poco??perchè si insiste sempre su mete,virtù,obiettivi..giusti,ma che finiscono per far solo sentir incapaci,facendo crescere molto di più la dimensione dell’impegno e eventuale scoraggiamento, che quella dell’attesa di Dio ??racconto un episodio quasi comico in questo senso,ma molto indicativo…ero andata a confessarmi e mi ero trattenuta ,(visto che il buon Dio mi favoriva con il farmi trovare un sacerdote che trattava spesso questi temi!!!)…proprio su considerazioni simili che secondo me,a volte si ricercano più dell’aria per respirare!!!Bene,quando ho finito,mi si avvicina una signora,membro di un certo movimento religioso e mi dice.”.dopo tanti anni ,uno sa già tante cose!..bastano pochi minuti..giusto per fissare qualche meta…noi che facciamo parte di tal movimento,(sottinteso,persone arrivate nella fede,altro che poveri o non all’altezza dei nostri compiti ,o gente che sperimenta il fallimento,come Giuseppe!!)ci confessiamo spesso,è vero…ma giusto per avere una spruzzatina in più di grazia!! “
    PS concludo dicendo che vorrei e auguro a me stessa per prima, che questi pochi giorni che mancano al Natale,siano per tutti i lettori un momento in cui riflettere e cercar di vivere tutto ciò…grazie,don Mauro di questo bellissimo regalo di Natale

  9. stefania perna ha detto:

    Solo oggi ho avuto la calma sufficiente per leggere (meditare!)il brano iniziale di don Mauro ,che veramente mi ha lasciato senza parole per le bellissime cose che presenta e per il forte invito alla speranza!!!Finalmente un parlare della nostra povertà umana in modo sincero(lo definirei quasi un parlar” da poveri a poveri”..insomma da” fratelli”, in cammino verso il Bambino,e non solo in modo verticale dall’alto in basso,come spesso accade…)
    Riprendo le considerazioni che più mi hanno colpito,anzitutto per rifletterci nuovamente… giustissimo notare “che si impara a diffidare per non farsi male”…perchè è difficile mantenersi “attentamente concavi”,”saper patire e perdurare nel patimento..quello che non si sopporta è il dolore di fronte al mistero di quella lotta tra bene e male che abbiamo nel cuore”..è un problema di pazienza…
    Mi vien da ricordare S Agostino che definisce la preghiera paziente esercizio del desiderio,perchè” il cuore dell’uomo è troppo stretto,rinviando il suo dono ,Dio allarga il nostro desiderio, mediante il desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende più capace di accogliere Dio stesso…”ma tutto questo..provoca molto dolore interiore!!
    Bisogna,come scrive d Mauro “lasciarsi impregnare da quella consapevolezza di indegnità e incapacità…rimanere tranquilli sotto quello sguardo bambino che mette alla luce quanto siamo adulti…è il bello è che il Bambino con il suo vivere non ci accusa(è il demonio che accusa)…però è ..”un tipo di sofferenza di cui ci si stanca”..
    Bisogna,come Giuseppe,non essere persone all’altezza, “sperimentare un disagio,una insufficienza e accettarla,non cadere nella tentazione di riempire quel vuoto con qualcosa che non sia il Bambino…..riconoscere che quel dolore è proprio Dio a crearlo..è Dio che fa posto..”
    Di incontro tra Dio e l’uomo,parla in termini simili anche papa Benedetto “nel dolore di questo incontro in cui l’impuro e il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti sta la salvezza….il Suo sguardo e il tocco del Suo cuore ci risanano in una trasformazione certamente dolorosa come attraverso il fuoco…”
    (continuo con un secondo intervento,perchè forse il blog non lo accetta per la lunghezza…)

  10. stefania perna ha detto:

    Molto bella anche la riflessione su Giuda,immagine dell’avaro ,che in pratica è colui che vuole aggrapparsi a qualcosa di sicuro ,il naufrago che vuole attaccarsi ad un relitto”perchè ha
    il mal di mare,.la vita dà il mal di mare …si può condannare una persona solo perchè sta per affogare?”Evidentemente si tratta di fargli capire quale è la vera roccia a cui attaccarsi…
    Aggiungo una provocazione…perchè di queste belle cose si sente parlar così poco??perchè si insiste sempre su mete,virtù,obiettivi..giusti,ma che finiscono per far solo sentir incapaci,facendo crescere molto di più la dimensione dell’impegno e eventuale scoraggiamento, che quella dell’attesa di Dio ??racconto un episodio quasi comico in questo senso,ma molto indicativo…ero andata a confessarmi e mi ero trattenuta ,(visto che il buon Dio mi favoriva con il farmi trovare un sacerdote che trattava spesso questi temi!!!)…proprio su considerazioni simili che secondo me,a volte si ricercano più dell’aria per respirare!!!Bene,quando ho finito,mi si avvicina una signora,membro di un certo movimento religioso e mi dice.”.dopo tanti anni ,uno sa già tante cose!..bastano pochi minuti..giusto per fissare qualche meta…noi che facciamo parte di tal movimento,(sottinteso,persone arrivate nella fede,altro che poveri o non all’altezza dei nostri compiti ,o gente che sperimenta il fallimento,come Giuseppe!!)ci confessiamo spesso,è vero…ma giusto per avere una spruzzatina in più di grazia!! “
    PS concludo dicendo che vorrei e auguro a me stessa per prima, che questi pochi giorni che mancano al Natale,siano per tutti i lettori un momento in cui riflettere e cercar di vivere tutto ciò…grazie,don Mauro di questo bellissimo regalo di Natale

  11. Paola Baratta ha detto:

    Caro Don Mauro . Grazie. Finalmente una riflessione non piagnona nè stile “Zecchino d’oro” sul Natale…Finalmente una riflessione seria e allo stesso tempo semplice ( non di rado semplicità e serietà vanno a braccetto)! Faccio anche io alcune brevi considerazioni e domande…
    Per le considerazioni parto da un problema che mi ha attanagliato per anni: la dicotomia tra libertà umana e libertà/volontà di Dio. Dico subito che la questione non è risolvibile in modo chiaramente scientifico…Ma alcune “risposte” me le sono date, anche se poi è una di quelle “vertigini” su cui spesso torno ad arrovellarmi…Le condivido volentieri:
    1) Dio “abdica” alla sua onnipotenza per quel che pertiene la nostra libertà di azione e decisione perchè non siamo più servi, ma amici…Naturalmente la libertà comporta anche enormi responsabilità come sa bene l’uomo ragno…
    2) La provvidenza divina non è un “progetto”…Me lo ha fatto ben capire Manzoni. Sapete chi è il vero protagonista de “I promessi Sposi”. No, non sono Renzo e Lucia. è La Provvidenza. Che però non funziona con logiche umane, ma funziona in modo potente e misterioso come la peste che magari fa morire un sant’uomo come Fra Cristoforo e fa sopravvivere un vile come Don Abbondio…lA PROVVIDENZA nemmeno ci dà la consolazione del “lieto fine” perchè si certo Lucia e Renzo si sposano, ma il romanzo prosegue con una crudele “appendice” che illustra la crudeltà umana in azione…Insomma..La Provvidenza è come il sole che colpisce alcune zone in modo nitido e altre le lascia in ombra…Ma anche il buio necessita della Luce per agire…
    3)Sono d’accordo con Don Mauro..Noi abbiamo sempre una scelta.E dobbiamo ricordarlo sempre. Avere il coraggio di ricordarlo. La filosofia del “non avevo scelta” è quella di Eichmann e della “banalità del male”…La libertà è il bene più prezioso e doloroso che abbiamo sulle nostre spalle. Il frutto più sublime e pesante del nostro essere Creature e Uomini…

  12. Paola Baratta ha detto:

    Il brano di riflessioni è bellissimo. Tornare bambini per entrare nel Regno dei Cieli…Avvicinarsi al Bambino che contiene in sè l’intero Universo. Abbassare le difese davanti a Dio con quella fiducia e quel sorriso che solo i bimbi hanno verso i genitori. Anche quando hanno ancora i lucciconi agli occhi perchè si sono fatti male o perchè hanno fatto un capriccio…e’ bello pensare a Dio in quest’atteggiamento così materno. Ed è bello pensare alla Fede come a quello slancio infantile per il quale ti affidi “senza se e senza ma”. Semplicemente perchè senti di “aver bisogno di..” Per far questo noi adulti si ricorda dobbiamo fare uno sforzo di volontà. Ed ecco la mia domanda però..Che fine fa la nostra Intelligenza? O meglio, quale parte della nostra Ragione va educata affinchè essa ci conduca alla Fede, all’umiltà? Certamente dopo Cartesio e la divisione tra anima e ragione è per noi difficile ripensare le cose in modo unitario…ma credo sia un’operazione intellettuale indispensabile per non creare un divario pericoloso tra umiltà e intelligenza, tra ragione e fede, tra scienza e religione: tutte realtà autonome, s’intende, ma che per me debbono sempre essere simili a vasi comunicanti…
    Bellissima anche la considerazione per cui l’umile è colui che sa trarre frutto dalla sua inadeguatezza. Io ci stavo giusto riflettendo oggi in macchina…Pensavo giusto ai bambini. Mi dicevo ma se noi sommmassimo ogni urlo di dolore dell’infanzia maltrattata, se noi riuscissimo a udire le voci dei morti nei campi di concentramento, nei gulag, nei centri di accoglienza, tra le onde del nostro mare…Chi, chi sopporterebbe tutto questo Dolore? Il travaglio e l’inadeguatezza della Creazione ha due alternative: o la disperazione e il non senso del tutto, o..la Beata Speranza. Io scelgo la seconda.Non è una scelta consolatoria. la scelgo perchè è l’unica opzione logica.
    La scelgo perchè questa “logica” ha un volto: quello umano di Maria. Una donna che soffre questo travaglio dal concepimento alla nascita di un Figlio che non le appartiene…Di una madre che come tutte le mamme vorrebbe proteggere il suo bimbo, ma che con una spada trafitta nel cuore lo offre al mondo e si offre come Madre per tutti noi…

  13. JF ha detto:

    … delle riflessioni personali, semplici, perché non ho una grande conoscenza storica e non ho fatto grandi studi di questa tematica, ma che forse potrebbero servire a Patrizia: Io immagino l’uomo con una libertà che si potrebbe definire in modo grezzo come “limitata” in quanto porta in sè un “imprinting” divino, delle informazioni da attivare per raggiungere la sua forma ideale, la sua libertà compiuta. E allo stesso tempo con una libertà indipendente e del tutto personale che consiste in una risposta-azione a delle situazioni. Mentre l’azione è libera, la realizzazione, l’attivarsi dei numerosi tasselli che compongono l’essere liberi dipende dalla risposta, dal fatto che risulti essere la chiave giusta per attivare quella forma. Riguardo a Giuda… provando a pensare come un bambino… Possiamo quindi isolare le sue azioni libere e la realizzazione della sua libertà. Essendo l’uomo sempre libero per tutti gli istanti della sua vita, nonostante le sue decisioni libere precedenti non abbiano provocato la realizzazione della sua forma originaria di libertà, non possiamo escludere che questa situazione possa essere cambiata negli ultimi istanti, in quanto non abbiamo una conoscenza divina. Come per esempio accade ad uno dei ladroni sulla croce, che utilizza uno dei suoi ultimi momenti di vita per scegliere e realizzare la sua libertà umana. Se così non fosse, sempre ragionando come un bambino, se non avessimo tutti indistintamente questo dono incommensurabile, che motivo avrebbe avuto Dio di farsi uomo e morire per salvarci? In questo senso né Giuda, né alcun’altro potrebbe mai essere predestinato, per il semplice fatto che senza libertà non avremmo avuto neppure bisogno che Dio desiderasse farsi uomo e morire per noi. La frase “tutto è compiuto” sarebbe quindi semplicemente da interpretare non come una decisione di un Dio soltanto creatore, ma di un Dio padre, che vive nell’eterno dall’eterno e sa ogni cosa dei suoi figli e dell’universo, perché non è limitato in nessun modo dal tempo. Conosce già ogni cosa. I “paletti” di cui parla Don Mauro sono un’immagine che trovo molto bella, e anche se ci capitasse di dover andare per un poco in immersione per controllare dove si è incagliata l’ancora ricordiamoci sempre di fare scorta sufficiente d’ossigeno. Ora spero di non aver raccontato assurdità. Quindi correggetemi!

  14. eli galli ha detto:

    Trovo quest’articolo meditazione molto bello nel senso di molto evangelico; è una meditazione che sa molto di Gesù. E’un’apertura su un panorama bellissimo e, come fa Gesù, permette a ciascuno di godere sia dell’orizzonte ampio e vastissimo sia della morbidezza del muschio sotto il naso, sul balcone stesso. Ognuno gode di ciò che è capace di vedere ed è sempre tutto Gesù.

  15. Jo ha detto:

    … delle riflessioni personali, semplici, perché non ho una grande conoscenza storica e non ho fatto grandi studi di questa tematica, ma che forse potrebbero servire a Patrizia: Io immagino l’uomo con una libertà che si potrebbe definire in modo grezzo come “limitata” in quanto porta in sè un “imprinting” divino, delle informazioni da attivare per raggiungere la sua forma ideale, la sua libertà compiuta. E allo stesso tempo con una libertà indipendente e del tutto personale che consiste in una risposta-azione a delle situazioni. Mentre l’azione è libera, la realizzazione, l’attivarsi dei numerosi tasselli che compongono l’essere liberi dipende dalla risposta, dal fatto che risulti essere la chiave giusta per attivare quella forma. Riguardo a Giuda… provando a pensare come un bambino… Possiamo quindi isolare le sue azioni libere e la realizzazione della sua libertà. Essendo l’uomo sempre libero per tutti gli istanti della sua vita, nonostante le sue decisioni libere precedenti non abbiano provocato la realizzazione della sua forma originaria di libertà, non possiamo escludere che questa situazione possa essere cambiata negli ultimi istanti, in quanto non abbiamo una conoscenza divina. Come per esempio accade ad uno dei ladroni sulla croce, che utilizza uno dei suoi ultimi momenti di vita per scegliere e realizzare la sua libertà umana. Se così non fosse, sempre ragionando come un bambino, se non avessimo tutti indistintamente questo dono incommensurabile, che motivo avrebbe avuto Dio di farsi uomo e morire per salvarci? In questo senso né Giuda, né alcun’altro potrebbe mai essere predestinato, per il semplice fatto che senza libertà non avremmo avuto neppure bisogno che Dio desiderasse farsi uomo e morire per noi. La frase “tutto è compiuto” sarebbe quindi semplicemente da interpretare non come una decisione di un Dio soltanto creatore, ma di un Dio padre, che vive nell’eterno dall’eterno e sa ogni cosa dei suoi figli e dell’universo, perché non è limitato in nessun modo dal tempo. Conosce già ogni cosa. I “paletti” di cui parla Don Mauro sono un’immagine che trovo molto bella, e anche se ci capitasse di dover andare per un poco in immersione per controllare dove si è incagliata l’ancora ricordiamoci sempre di fare scorta sufficiente d’ossigeno. Ora spero di non aver raccontato assurdità. Quindi correggetemi!

  16. Mauro Leonardi ha detto:

    Per qualche magia nera del computer questo commento di Jo non rimane incollato. Lo ha mandato a me via mail e provvedo io. Se succede a altri fate nello stesso modo. La mia mail è:
    [email protected]

    Jo ha detto…

    … delle riflessioni personali, semplici, perché non ho una grande conoscenza storica e non ho fatto grandi studi di questa tematica, ma che forse potrebbero servire a Patrizia: Io immagino l’uomo con una libertà che si potrebbe definire in modo grezzo come “limitata” in quanto porta in sè un “imprinting” divino, delle informazioni da attivare per raggiungere la sua forma ideale, la sua libertà compiuta. E allo stesso tempo con una libertà indipendente e del tutto personale che consiste in una risposta-azione a delle situazioni. Mentre l’azione è libera, la realizzazione, l’attivarsi dei numerosi tasselli che compongono l’essere liberi dipende dalla risposta, dal fatto che risulti essere la chiave giusta per attivare quella forma. Riguardo a Giuda… provando a pensare come un bambino… Possiamo quindi isolare le sue azioni libere e la realizzazione della sua libertà. Essendo l’uomo sempre libero per tutti gli istanti della sua vita, nonostante le sue decisioni libere precedenti non abbiano provocato la realizzazione della sua forma originaria di libertà, non possiamo escludere che questa situazione possa essere cambiata negli ultimi istanti, in quanto non abbiamo una conoscenza divina. Come per esempio accade ad uno dei ladroni sulla croce, che utilizza uno dei suoi ultimi momenti di vita per scegliere e realizzare la sua libertà umana. Se così non fosse, sempre ragionando come un bambino, se non avessimo tutti indistintamente questo dono incommensurabile, che motivo avrebbe avuto Dio di farsi uomo e morire per salvarci? In questo senso né Giuda, né alcun’altro potrebbe mai essere predestinato, per il semplice fatto che senza libertà non avremmo avuto neppure bisogno che Dio desiderasse farsi uomo e morire per noi. La frase “tutto è compiuto” sarebbe quindi semplicemente da interpretare non come una decisione di un Dio soltanto creatore, ma di un Dio padre, che vive nell’eterno dall’eterno e sa ogni cosa dei suoi figli e dell’universo, perché non è limitato in nessun modo dal tempo. Conosce già ogni cosa. I “paletti” di cui parla Don Mauro sono un’immagine che trovo molto bella, e anche se ci capitasse di dover andare per un poco in immersione per controllare dove si è incagliata l’ancora ricordiamoci sempre di fare scorta sufficiente d’ossigeno. Ora spero di non aver raccontato assurdità. Quindi correggetemi!

  17. Mauro Leonardi ha detto:

    Natale, presenza di Dio

    La Chiesa antica non celebrava la festa del Natale, le era sufficiente celebrare il mistero dell’incarnazione il 25 marzo, il giorno cioè dell’Annunciazione. Per quasi 4 secoli questa è stata una prassi normale. Ci sono ovviamente motivazioni storiche e non solo teologiche che portarono la Chiesa a celebrare la festa del Natale (ovviamente il 25 dicembre, perché è il computo esatto dei nove mesi dalla festa dell’Annunciazione), non ultima la considerazione del riconoscimento del cristianesimo come religione dell’Impero e la trasformazione delle feste pagane in feste cristiane (il Natale in effetti sostituisce la festa del Dio sole). Però ci vollero 300 anni di cristianesimo per arrivare a celebrare la nascita di Cristo nella carne. Non mi sembra una cosa da poco. Cosa ha spinto la Chiesa a celebrare il Natale di Gesù? Perché quando la Chiesa celebra il Mistero di Dio non lo fa mai con superficialità. Natale è la festa del Dio fatto uomo, del Dio fatto Bambino, della visibilità di Lui. “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiano veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita” direbbe s. Giovanni, in quella sua prima lettera (1,1) che la liturgia natalizia ci farà gustare in diverse occasioni!
    Dunque Natale è sì presenza di Dio.

    Che cosa è una presenza? Non possiamo parlare di presenza senza evocare l’assenza.
    Guardiamo il Libro della Genesi: Dio ad un certo punto si accorge che Adamo è solo e allora vuole dargli un aiuto che gli sia simile: la donna. La pienezza dell’umanità si disvela in questa assenza di solitudine, orizzontale e verticale. Comunione con Eva, comunione con Dio.
    Il peccato rompe questo disegno originario e rende di nuovo sperimentabile quella lontananza che la pienezza dell’opera della creazione non conosceva. La solitudine ritorna a fare capolino nel cuore dell’uomo insieme a tutta la gamma dei suoi correlati (sfiducia, sospetto,…).

    Il Vangelo di Matteo non riporta gli eventi della natività come il Vangelo di Luca. Ci riporta solo quello che chiamiamo l’annuncio a Giuseppe (Cfr. Mt 1,18-25). In questo testo Matteo usa la profezia di Isaia (cfr Is. 7,14). Il nome di Gesù è in verità l’Emmanuele (lett.: Emmanu- El, Dio con noi). L’evangelista cioè ci spiega che il nome di quel bambino che nascerà sarà l’evidenza di una presenza che nessuno potrà sottovalutare, come dire Dio non è più solo Qualcuno che c’è, ma Qualcuno che è con noi, perché si fa come noi, condivide fino in fondo la nostra esperienza ed è per questo che si chiama Gesù (cioè YHWH salva).
    Assume l’umano come ‘luogo’ della sua presenza. «L’onnipotenza divina, lo splendore di Dio, passano attraverso l’umano, si uniscono all’umano» (È Gesù 22). Solo così Lui può essere con noi.

    Il Natale cambia radicalmente il mondo perché cambia i confini dello ‘spazio’: la natura umana, la terra stessa sono consacrati dalla sua presenza, cioè sono il luogo dell’incontro con Lui perché diventano ‘spazio’ sacro, non più profano. La presenza di Dio, del Dio con noi, diviene incontrabile nella nostra realtà, quella di tutti i giorni, quella dei nostri volti, perché tutto questo è divenuto sacro. Ed è esclusivamente per questo che il comandamento nuovo del Regno è quello dell’amore vicendevole .

    Essere presenza. Il dono del battesimo che ci rende figli di Dio, ci rende anche la continuazione di Lui in questo tempo e in questo luogo (la Chiesa in fondo non è che questo, il corpo di Cristo). Lo stile del cristiano è lo stile della presenza, il nostro stile è quello di esserci e di essere con. E questo è il vero apostolato che possiamo fare.
    «Per servire gli altri nel nome di Cristo, è necessario essere molto umani»”(È Gesù 182). Per mettersi al servizio, per essere veri apostoli occorre semplicemente essere ‘molto umani’. Semplicemente?

  18. stefania perna ha detto:

    “L’ unica nobiltà dell’uomo,la sola via di salvezza,
    consiste nel riscatto del tempo
    ,per mezzo della bellezza,della preghiera dell’amore.
    Al di fuori di questo,i nostri desideri,le nostre passioni e i nostri atti,
    non sono che “vanità e soffiar di vento”,
    risacca del tempo che il tempo divora.
    Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata,
    appartiene al tempo perduto.(G Thibon)
    E’ una frase che ho letto stamani e che mi è sembrata così in tema ,da volerla condividere con qualche breve riflessione:essere molto umani,significa ,secondo me, ritrovare il senso delle nostre azioni,una speranza di significato che sia valida proprio perchè ci supera e non viene da noi….Dio che nasce!
    Perchè a Natale ci si sente più umani e più buoni?Anche se molti non ne sono consapevoli,è perchè c’è un segno di speranza(già una nascita è comunque una possibilità di speranza,ancora di più qui ,visto che Dio ha preso l’iniziativa di venire a trovarci per permetterci di avvicinarci a Lui e di trovare un senso alla nostra vita così contradditoria e difficile…)
    Ancora stamani ,sentivo una breve omelia sull’episodio del vangelo di oggi(anche questa così tanto in tema!!!);quando viene proposto il nome Giovanni(che significa Dio usa grazia),i parenti notano che “non c’è nessuno nella famiglia con questo nome”.;infatti nessuna realtà a noi “familiare”,nessuna realtà umana di carne…può sostenere la speranza che viene da un’iniziativa di grazia presa solo da Dio..grazia=salvezza gratis data!!
    Non voglio allungare molto,ma essere veramente umani vuol dire CAPIRE,ACCETTARE E VIVERE..tutto questo!(e sono tre momenti successivi,ma contemporaneamente sempre presenti!)
    Forse è un difetto del mio scrivere,ma mi piace molto lasciar esprimere quello che voglio dire ,da frasi di vari autori,(meglio ancora se santi!),in quanto ,così,mi sembra di muovermi nella direzione giusta..ecco dunque come parla del significato profondo della speranza cristiana, Simone Weil”Non siamo in grado di muoverci verticalmente.Non possiamo fare neppure un passo verso il cielo,ma Dio attraversa l’universo e viene fino a noi.Aldilà dello spazio e del tempo infinito,l’amore infinitamente più infinito di Dio viene ad afferrarci.Viene quando è la sua ora.Noi abbiamo facoltà di acconsentire o rifiutare.Se restiamo sordi egli torna e ritorna ancora come un mendicante,ma un giorno,come un mendicante non torna più.
    Se noi acconsentiamo,Dio depone in noi un piccolo seme e se ne va.Da quel momenti,a Dio non resta altro da fare e nemmeno a noi,se non attendere”.
    Essere davvero umani è dunque saper vivere un’attesa piena di speranza e di opere buone,nella misura in cui sono agganciate alla speranza e all’amore…il problema è (qui cito proprio d Mauro!)saper “rimanere”in questa sospensione,perchè “posso continuare a sperare,a vivere d’attesa,solo se ho la certezza che il mio sogno prima o poi si realizzerà;se mentre attendo l’autobus passa qualcuno e mi fa sapere che c’è sciopero,smetto di aspettare.Spesso a chi non persevera..accade qualcosa di simile a chi non spera più che passi l’autobus”

  19. Paola Baratta ha detto:

    AL DI LA’

    AL DI LA’ DELLA MIA INSUFFICIENZA
    AL DI LA’ DI OGNI SOMMESSO IMMENSO DOLORE
    AL DI Là DI OGNI SCONFITTA
    AL DI LA’ DEL MIO AMORE
    AL DI LA’ DEL BENE E DEL MALE
    AL DI LA’ DELL’INDIFFERENZA,
    AL DI LA’ DI OGNI CONQUISTA
    AL DI LA’ DI OGNI CADUTA,
    IO CREDO, SIGNORE!
    IO CREDO NELL’ETERNO
    RACCHIUSO IN UN’UMILE STALLA,
    IO CREDO L’IMMENSO
    CELATO NELLO SGUARDO BAMBINO
    CON LE BRACCIA TESE…
    AL DI LA’.

    BUON NATALE A TUTTI!

    PAOLA.

  20. Eli Galli ha detto:

    Mi è nata una nipotina! Mentre la guardavo di là dal vetro pensavo a questa frase di Don Mauro:”Ebbene: cinque centimetri di humus si formano in mille anni. Anno più, anno meno.
    Questa è la scoperta mille anni. Per divenire umili, per divenire bambini (piccoli che non sanno camminare) ci vogliono mille anni. Tutta una vita insomma.
    Ecco Chi è il Bambino. E’ colui che sa rendere nutriente, utile, tutto il mondo rovinato dl peccato. Lo redime. Sa gioire di noi (la mia gioia è vivere con i figli dell’uomo). E noi in Lui, rendiamo nutrienti, belle, essenziali alla nostra vita tutte le cose.” Mi auguro che sia per la mia famiglia l’humus di cui parla Don Mauro, l’humus di cui avevamo bisogno. Il bello di Dio è che “fa” Natale nella tua vita tante volte.