
Blog – Crans-Montana, la tragedia prima della tragedia
La tragedia di Crans-Montana ci mette davanti a una domanda più profonda di quella che spesso domina il racconto mediatico. Non riguarda solo cosa è successo, ma come le persone presenti hanno percepito e reagito a ciò che stava accadendo. Si insiste molto sui telefonini: i video girati mentre le fiamme salivano sul soffitto, l’apparente immobilità, la scelta di riprendere invece di fuggire. È un’enfasi comprensibile, perché il telefono è il simbolo più visibile di una trasformazione antropologica: lo sguardo che non vive più l’esperienza ma la registra, la distanza emotiva che si crea tra l’evento e la coscienza, la realtà filtrata dallo schermo. In situazioni di pericolo improvviso questo può produrre una sospensione dell’istinto di sopravvivenza, una sorta di congelamento cognitivo: si guarda invece di agire, si documenta invece di decidere. Ma fermarsi qui è riduttivo, e forse comodo.
In contesti di festa notturna è ingenuo non interrogarsi anche su un possibile tasso alcolico elevato. L’alcol altera la percezione sensoriale, rallenta i tempi di reazione, riduce la capacità di valutare il rischio e soprattutto indebolisce il passaggio dall’allarme all’azione. Le prime fiamme possono apparire “parte dello spettacolo”, qualcosa di gestibile, non ancora reale. Non è negazione morale: è fisiologia. Il cervello sotto effetto dell’alcol fatica a leggere correttamente i segnali di pericolo e tende a sottovalutarli. Telefono e alcol, però, non vanno contrapposti: agiscono insieme. Il primo anestetizza simbolicamente, il secondo chimicamente. Entrambi concorrono a creare una bolla irreale in cui la gravità dell’evento fatica a imporsi. In quella bolla i comportamenti diventano incomprensibili solo a posteriori, mentre sul momento appaiono quasi “normali” a chi li compie.
Forse si parla poco di alcol perché costringe a una responsabilità collettiva più scomoda: non riguarda solo i singoli, ma il modello di società – e di divertimento – che costruiamo, tolleriamo e spesso incentiviamo. Parlare solo di telefonini permette invece di puntare il dito su un oggetto, non su uno stile di vita. La vera riflessione, allora, non è accusatoria ma tragicamente educativa: in certe condizioni psicologiche e sensoriali l’essere umano perde lucidità prima ancora di perdere il controllo. E una società che non sa più preparare al rischio, al limite, alla percezione del pericolo, si ritrova a commentare tragedie che nessuno, in quel momento, è stato davvero capace di riconoscere come tali.
Blog – Non devo dire che è facile solo perché “per me” lo è
Blog – Quando la fede non ti seduce: contro il “love bombing” spirituale
Blog – Ammirare chi fa scelte che lo rendono antipatico: la lezione di Jannik Sinner
Blog – Perché “A house of dynamite” è da vedere