
Blog – Il Bambino vestito: la verità dell’Incarnazione
Una volta una signora, profondamente arrabbiata con la Chiesa, venne da me quasi indignata. Aveva visto una delle tante statuine del Bambino Gesù raffigurato nudo e mi sibilò: «Ma quale madre non veste il proprio bambino?». Aveva perfettamente ragione. E, senza saperlo, stava difendendo il Vangelo. Il racconto di Luca è chiarissimo e sorprendentemente concreto: il primo gesto compiuto da Maria dopo il parto è quello di avvolgere il figlio in fasce. Non è un dettaglio ornamentale, ma un’informazione ripetuta due volte in poche righe, prima da Luca e poi dagli angeli, come a dire che è decisiva (Lc 2,7; 12). Maria non contempla semplicemente il Figlio, non lo espone allo sguardo, non lo offre subito all’emozione di chi guarda. Lo protegge. Lo veste. Si prende cura di lui come fa ogni madre.
Non si tratta solo di tenerezza simbolica. Il 25 dicembre è inverno nell’emisfero nord del pianeta. Betlemme si trova a circa ottocento metri di altitudine. Fa freddo davvero. Il Vangelo non racconta un presepe da cartolina, ma una nascita povera, concreta, faticosa. Un Dio che entra nella storia senza bypassare le sue condizioni reali. La carne non è un’idea: sente il freddo. La tradizione di raffigurare Gesù Bambino (praticamente) nudo nasce molto più tardi, nel Rinascimento, con un’intenzione in sé nobile: sottolineare che Dio si è fatto vero uomo, carne fragile, corpo esposto. A questa buona intenzione, però, col tempo si è aggiunto qualcosa di meno sano: il desiderio di commuovere, di intenerire a tutti i costi, di produrre emozione più che verità. Il rischio è sottile ma reale: quando la devozione si stacca dalla realtà, smette di educare il cuore e comincia a cercare solo sensazioni. Il Vangelo, invece, va nella direzione opposta. Ci riporta continuamente alla verità delle cose, dei gesti, dei corpi, delle relazioni. Maria non è una madre distratta dall’estetica del sacro: è una donna che protegge suo figlio dal freddo.
Forse anche per questo la vera preghiera è sempre una conversione alla realtà. Non a ciò che ci commuove di più, ma a ciò che è vero. Non a un Dio astratto o idealizzato ma a un Dio che ha avuto bisogno di fasce. E che continua a incontrarci lì, dove la fede smette di essere pura emozione ma diventa vita.
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