
Blog – I santi non assomigliano a Tarzan
Quando nel 1912 Edgar Rice Burroughs pubblicava Tarzan of the Apes, forse non immaginava di stare creando uno dei simboli più potenti della modernità. Tarzan non è soltanto l’uomo allevato dalle scimmie che ritrova la propria nobiltà perduta: è una figura che riassume le tensioni dell’Occidente — tra natura e civiltà, istinto e ragione, libertà e potere. Ma dietro la sua apparente forza, si cela un mito molto umano: quello dell’uomo che cerca di salvarsi da solo. Nel solco del pensiero di Rousseau, Tarzan rappresenta il sogno di un ritorno all’origine. È l’uomo che la civiltà non ha ancora corrotto, l’essere umano che non ha perso il contatto con la terra, con il corpo, con la libertà. La giungla diventa il luogo simbolico in cui l’uomo ritrova se stesso spogliandosi di ogni costruzione sociale: nessuna legge, nessuna religione, nessun dovere — solo la forza, l’istinto, la purezza della vita non mediata. Questa purezza, però, è fondata su una solitudine radicale. Tarzan non ha una comunità: ha solo la foresta. È un uomo che si basta, che trae la propria salvezza dalla propria energia, dalla propria capacità di dominare il mondo animale e di sopravvivere. La sua è una redenzione senza grazia.
La nascita di Tarzan coincide con il cuore della modernità industriale e coloniale. È il sogno di un ritorno al “naturale” in un’epoca che tutto meccanizza. Da un punto di vista sociologico, Tarzan è la fantasia di un Occidente stanco delle sue stesse conquiste: il desiderio di liberarsi dalle catene della produzione, del consumo e della burocrazia per tornare a una vita istintiva e “vera”. Ma proprio qui si rivela la sua contraddizione: Tarzan è il prodotto più puro del mondo che vorrebbe rifiutare. È un nobile inglese, un erede dell’aristocrazia coloniale, che rinasce come re della giungla. La sua indipendenza è un sogno romantico che può permettersi solo chi ha già alle spalle il privilegio della civiltà. E la sua forza, che nasce dal corpo e dalla solitudine, è la versione eroica dell’individualismo moderno: un’auto-redenzione in chiave naturalista.
È proprio in quella solitudine che si misura la distanza tra Tarzan e il santo cristiano. Tarzan è l’uomo che si fonda su se stesso: si salva con le proprie mani, conquista la propria purezza attraverso la forza e la disciplina. È la versione naturalista dell’eroe moderno: chi riesce, chi domina, chi basta a sé. Il santo cristiano, invece, è l’esatto contrario. È l’uomo che non si fonda su di sé, ma su Dio.
Non cerca la salvezza nelle proprie capacità, ma nella grazia. Non fugge gli altri, ma li porta nel cuore. Vive nella comunione dei santi, non nella giungla degli istinti. Dove Tarzan è solo e autosufficiente, il santo è unito e mendicante: chiede, prega, si affida. Tarzan costruisce la sua purezza con la forza del corpo; il santo la riceve come dono attraverso la fragilità dell’anima. Tarzan rifiuta la civiltà per restare libero; il santo entra nella civiltà per trasfigurarla con l’amore. Tarzan è il mito della libertà solitaria; il santo è la verità della libertà condivisa. Il cristianesimo, in fondo, rovescia la logica tarzaniana: la salvezza non è il frutto di una scalata individuale, ma il dono di una relazione. È comunione, non isolamento; grazia, non conquista; amore ricevuto, non forza esercitata.
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