Blog / Lettere | 29 Novembre 2016

Lettera di Livia B. – Referendum: sono una parlamentarista convinta, per questo voto No

Con questa Lettera di Livia B. a favore del “No” prosegue l’impegno del blog in vista del referendum del 4 dicembre. Il primo intervento a favore del Sì è stato di Claudio Consolini; il secondo a favore del No di Rodolfo Casadei.

Il referendum costituzionale del 4 dicembre si è trasformato in quello che non sarebbe mai dovuto diventare: un plebiscito pro o contro il governo Renzi. E, invece, quella pubblicata sulla gazzetta ufficiale del 15 aprile 2016 è una riforma che andrebbe capita, studiata, e meditata, prima di essere votata, perché contiene modifiche decisive per il nostro ordinamento. Anche nell’assenza pressoché totale da parte dei media delle ragioni del “No”. Perché è materia troppo “sensibile” per venire ridotta a mero strumento di propaganda e di scontro, spesso volgare, tra fazioni politiche avverse. E forse farebbe bene a tutti, in un momento di divisione profonda come questo, andarsi a rileggere il celebre discorso pronunciato da Pietro Calamandrei il 26 gennaio 1955 in cui si ricorda il sacrificio di vite umane che costò ottenere la Costituzione.
Una modifica di oltre 40 articoli della Carta non è cosa da prendere alla leggera, si deve avere la consapevolezza della scelta decisiva che si sta per compiere.
E per tentare di riflettere sulla gravità dell’appuntamento che ci attende è necessario fare qualche osservazione. Prima di tutto, in uno stato di diritto in cui vige la separazione dei poteri dovrebbe far pensare il fatto che sia il governo a fare un pressing così incessante per cambiare l’assetto del Parlamento. Mentre quest’ultimo sembra aver svolto sinora più un ruolo da “spettatore” che quello da “attore” protagonista (prima del governo furono i cosiddetti “Saggi” ad essere interpellati per rimettere mano alla legge delle leggi…). E anche lo strumento usato potrebbe suscitare non poche perplessità: cambiare 47 articoli della Costituzione (la riforma più vasta dal 1948 ad oggi) ricorrendo solo all’art. 138, quello che disciplina la revisione delle leggi costituzionali, anziché ad una sorta di Assemblea Costituente in grado di assicurare veri spazi di confronto e intesa tra tutte le forze politiche, è stata una “forzatura grave” che, per molti costituzionalisti, “diventerà un pericoloso precedente”. La riforma della Carta, ha osservato più volte Valerio Onida nella sua battaglia per il “No” al referendum, dovrebbe unire un popolo, non lacerarlo.
In più, la decisione di garantire al governo poteri pressoché illimitati dovrebbe farci riflettere su cosa si debba intendere oggi per democrazia parlamentare. Perché se è vero che in Italia dal dopoguerra in poi è successo di tutto: tentativi di golpe, logge massoniche che miravano a sovvertire lo Stato, stragi, servizi segreti più o meno deviati, leggi elettorali definite “porcata” dallo stesso promotore, è anche vero che ce lo siamo potuti “permettere” perché c’era un’architettura costituzionale che, nel bene e nel male, ha “retto botta”. Cioè ci ha preservati da ogni possibile sovvertimento del sistema o deriva autoritaria. E siamo certi che dopo questa riforma il Paese avrà gli stessi “anticorpi”? Lo scenario che si profila non sembra indurre all’ottimismo: il partito che vincerà le prossime elezioni, grazie al premio di maggioranza previsto in caso di ballottaggio dall’Italicum, avrà 340 seggi, cioè il controllo dell’unica Camera chiamata a dare la fiducia al governo, e potrà avere la strada spianata verso Palazzo Chigi. Non bisogna dimenticare infatti che attualmente è in vigore la legge elettorale “che l’Europa ci invidia”, come disse Renzi, per la quale il governo ha chiesto e ottenuto il voto di fiducia, mentre l’intenzione di cambiarla resta per ora confinata sulla carta, “frutto” di un patto raggiunto all’interno di un Comitato del Pd nato per tentare di convincere tutta la minoranza Dem a votare “Sì”. E su una reale modifica dell’Italicum, in caso di vittoria del fronte del “Sì”, sono davvero in pochi quelli pronti a scommettere anche nel partito del premier.
A questo, si aggiunga che, proprio da Palazzo Chigi, nel caso in cui la riforma dovesse ottenere il via libera dalle urne del 4 dicembre, si potrà esercitare non solo il potere di decretazione d’urgenza (seppur con tutti i vincoli del caso, in precedenza poco rispettati, scritti in Costituzione), ma anche quello di ottenere, per provvedimenti che si ritengono “essenziali” per l’attuazione del programma, un “voto a data certa”. Cioè, la Camera avrà 5 giorni di tempo per iscrivere il progetto di legge governativo all’ordine del giorno e successivi 70 giorni, prolungabili di altri 15, per votarlo. Con potere di emendabilità estremamente limitato. In aggiunta, potrà esercitare anche la clausola di “supremazia” per tutte le materie di esclusiva competenza regionale. E questo potrà farlo quando riterrà che lo richieda “la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica”, cioè “dell’interesse nazionale”. Dalla riforma del governo Renzi, insomma, uscirebbe fuori un “Super Esecutivo” con poteri pressoché sconfinati visto che tutte le istituzioni pensate per arginare ogni possibile deriva anche autoritaria saranno di fatto elette o nominate dalla stessa maggioranza politica che avrà il controllo della Camera. A cominciare dai giudici della Consulta e dal Presidente della Repubblica. Dando vita, di fatto, ad una sorta di sempresidenzialismo non dichiarato. E rendendo consuetudine quello che un tempo era l’eccezionalità del ricorso da parte del governo al potere legislativo: con la riforma Renzi sarà l’esecutivo a dettare l’agenda parlamentare imponendo al Parlamento scelte, tempi e contenuti. E non viceversa.
Il Parlamento, infatti, verrà seriamente depotenziato: il Senato non sarà più eletto dai cittadini, bensì dai consiglieri regionali, e le sue competenze sulla nuova Carta sono state scritte in modo tale che si complicherà oltre ogni immaginazione l’ iter legislativo, anziché semplificarsi. Per oltre 20 importanti e complesse materie, dall’attuazione delle leggi europee alla revisione delle leggi costituzionali, resterà in vigore il procedimento di bicameralismo perfetto: Camera e Senato manterranno identici poteri. Mentre per altre materie (le distinzioni sono state pensate per materie, cioè nulla di più opinabile e discutibile..) si darà vita a diversi tipi di procedimenti: oltre al bicameralismo perfetto (sinora l’unico) ci saranno almeno 10 sistemi diversi tra cui il “monocameralismo rafforzato” e il “monocameralismo partecipato”, sempre a seconda del ruolo che il Senato sarà chiamato a svolgere. Per non parlare poi della legge di bilancio che avrà ancora un altro iter ad hoc. Nel caso in cui si sollevino questioni di competenza legislativa toccherà ai Presidenti delle due Camere tentare di sbrogliare la matassa. E nell’eventualità, molto probabile, che non ci riescano, la “patata bollente” passerà direttamente alla Corte Costituzionale, già alle prese con una mole considerevole di contenziosi, i cui componenti di nomina parlamentare saranno sempre decisi da quella stessa maggioranza politica di cui sopra. La competenza, a dir poco farraginosa, del Senato, per capire si confronti l’art.70 attualmente in vigore con quello della nuova riforma (da 9 si passa a 438 parole come se fosse l’articolo di una finanziaria qualunque…) e la sua composizione ancora incerta renderanno a dir poco debole e inutile l’attuale Camera Alta che risulterà composta da 95 esponenti degli enti locali, eletti dai cittadini per svolgere a tempo pieno altre funzioni, e da 5 “prescelti” dal Capo dello Stato che avranno la stessa durata del mandato presidenziale. Tutti rigorosamente blindati con lo “scudo” dell’immunità. Al momento, infatti, ancora non si sa con quali criteri verranno scelti i 21 sindaci previsti (uno per regione? Con la Valle d’Aosta che ne avrà uno come la Lombardia? Quelli dei capoluoghi di provincia, di per sé oberati di lavoro? O quelli di piccole realtà locali, magari alla vigilia di un commissariamento per infiltrazione mafiosa?) e se faranno parte o meno del nuovo Senato i Governatori delle regioni.
Tra i “paradossi” della riforma c’è, infatti, anche quello che si è chiamati a pronunciarsi sul nuovo assetto di questo ramo del Parlamento senza che si sappia ancora nulla di preciso su quale sarà la sua legge elettorale e i criteri che la determineranno. L’unico individuato sinora, quello che saranno rispettate “le scelte degli elettori”, risulta decisamente troppo vago e labile (un listino?) per fornire un’idea precisa di come sarà davvero la nuova normativa. Ci si chiede, insomma, una sorta di votazione “al buio”, a “scatola chiusa”.
Inoltre, come si è spiegato in un recente convegno organizzato proprio al Senato con la partecipazione di diversi esponenti del governo, il sistema delle Conferenze tra Stato e regioni che si sarebbe dovuto eliminare “perché inutile doppione”, come si disse durante l’esame del testo alla Camera e tra i vari “Saggi”, non solo non verrà eliminato, ma, anzi, “verrà potenziato” prevedendo addirittura “diverse Conferenze a seconda della materia”. Triplicando di fatto i luoghi decisionali.
E anche sul ruolo che le regioni vengono chiamate a giocare sarebbe bene soffermarsi un attimo: è vero che molte materie torneranno di competenza dello Stato (ci siamo sbagliati sul federalismo?) ma è anche vero che su alcuni temi come la sanità la competenza non sarà del tutto esclusiva e che tra le regioni a statuto speciale e quelle ordinarie si crea di fatto una differenziazione difficile da gestire. La riforma prevede infatti che le disposizioni previste non si applichino alle regioni a statuto speciale sino al rinnovo dei rispettivi Statuti nei quali, tra l’altro, si sancisce l’incompatibilità tra il ruolo di consigliere regionale e quello di parlamentare. E questo, si è ipotizzato durante l’esame del provvedimento a Palazzo Madama, per “conquistare” i voti dei senatori delle Autonomie, considerati decisivi per fare passare il testo. Ma per cambiare gli statuti ci vorrà del tempo visto che hanno rango costituzionale e devono essere modificati con legge di revisione costituzionale.
Ma le cose da dire su questa riforma sono davvero tante. Ad esempio, per una parlamentarista convinta come me che non vede di buon occhio l’”uomo solo al comando” perché crede nella necessità di un luogo istituzionale in cui anche le minoranze siano garantite ed abbiano una loro rappresentanza, la norma che modifica l’articolo 78 della Carta, prevedendo che la deliberazione dello stato di guerra possa essere decisa dalla sola Camera e a maggioranza assoluta, desta non poche preoccupazioni. Anche se l’ultimo chiamato a dire la parola definitiva su tale sciagurata ipotesi sarà il presidente della Repubblica. Sulla riduzione dei costi, poi, si dovrebbe sgombrare il campo da ogni inutile propaganda anche perché il balletto di cifre offerto dai vari Comitati agli elettori sempre più confusi è di quelli da far girare la testa: 110 milioni, 140, no, 40, 30… Quindi meglio precisare alcuni dati difficilmente controvertibili: la struttura di Palazzo Madama resterà in piedi con tutti i suoi addetti anche se verrà istituito il ruolo unico dei dipendenti del Parlamento. I dipendenti del Cnel non verranno licenziati, ma assorbiti dalla Corte dei Conti. E i consiglieri regionali e i sindaci che faranno parte del nuovo Senato, pur non ricevendo un’indennità ad hoc, potranno chiedere tutti i rimborsi del caso. Senza contare che il ruolo tipo Svimez che è stato assegnato alla nuova camera, di controllo, tra l’altro, dell’attuazione delle normative europee, avrà comunque dei costi. In più si tratta pur sempre di cifre irrisorie nell’ambito del bilancio dello Stato.
Mi permetto, infine, un’ultima riflessione, rivolta a tutti quelli che osservano come l’iter legislativo in regime di bicameralismo perfetto sia troppo lungo: per approvare il recente decreto fiscale Camera e Senato, solo per citare un caso, ci hanno messo appena 30 giorni. Della serie: quando la politica vuole, il Parlamento funziona. E la maggioranza delle leggi varate dal Parlamento sinora, anche a leggere i dati forniti da Openpolis per questa legislatura, ha sostenuto solo una doppia lettura.
Per ottenere gli stessi obiettivi previsti nel titolo della riforma, ora oggetto del quesito referendario tanto contestato, e cioè la riduzione dei costi e il taglio dei parlamentari (che invece sono i soli senatori) sarebbero bastati interventi molto più indolori di una riforma che stravolge oltre 40 articoli della Carta: la riduzione del numero sia dei senatori, sia dei deputati; la riforma dei regolamenti parlamentari, mai più rivisitati invece dall’ ”era Violante”, per garantire, tra le altre cose, un iter più rapido ai provvedimenti governativi; una legge elettorale per il Senato che non crei una maggioranza politica così disomogenea rispetto a quella della Camera nonostante quanto previsto dall’art.57 della Costituzione; mettere il Cnel in condizione di funzionare davvero come organo consultivo di governo, Parlamento e regioni, sui temi del mercato e del lavoro, invece di consentire che si “ingrassasse” oltremodo anche in termini di consiglieri, o di ignorarlo quando mette in difficoltà, come avvenuto ad esempio il 7 novembre scorso, la credibilità degli effetti della manovra di politica economica proposta dal governo.
Per fare riforme così a lunga scadenza non si dovrebbe pensare, come spesso avviene, solo alla contingenza e alla convenienza politica del momento, come insegna quanto successe con la precedente riforma del Titolo V in cui si diede probabilmente un potere eccessivo e per alcuni versi “incompleto” alle regioni in nome del federalismo tanto evocato dalla Lega, all’epoca partito molto “corteggiato” in Parlamento. Ma al futuro. A prescindere da chi sarà al governo.
Ben venga dunque il cambiamento. Ma solo se serve a migliorare. Peggiorare è la vera involuzione. Il vero ritorno al passato.

Livia B.