Blog | 04 Gennaio 2014

Le Lettere di Paolo Pugni – Guardo fuori dalla finestra dentro le altre

Guardo fuori dalla finestra dentro le altre. Da ragazzo le chiamavo occhi di vite non mie. E ci stavo male. Ricordo che avevo dieci anni, quarta elementare, e spiavo dalla mia stanza la cucina di Cristina. Ho iniziato allora a soffrire. Che poi credo sia il modo con il quale mi viene reso presente il desiderio di infinito, l’inquietudine di sant’Agostino, la voglia di vivere tutte le vite, in tutte le case, a fianco di tutte le donne, padre di tutti i figli. Non per passione, non per desiderio, ma per l’aspirazione a infinirsi, a sperimentare addosso l’eternità nello spazio e nel tempo. Come quando vai in vacanza e ciò che sperimenti alla fine di tutto, se non ci scivoli sopra come un uomo di plastica e sensualità, è la tua finitezza, l’impossibilità di andare oltre la prossima curva, di dover tornare indietro, di dire “non posso fare un passo in più, non mi è consentito percorrere un altro viale”. E invece vorrei dormire in tutte le stanze di tutti gli hotel, mangiare in tutti i ristoranti, dai fast food a quelli trestellemichelin, e tutti i piatti di tutti i menu, sedermi su tutte la panchine, guardare fuori da ogni finestra. Che se non è voglia di infinito questa, tensione al divino…

Comunque guardavo fuori dalla finestra la vigilia di Natale. Che è un momento che ti si strugge il cuore, altro che il disio dei naviganti. Stai lì e senti che sta succendo qualche cosa e fissi le altre case e l’orizzonte e il tramonto.
Guardavo fuori e mi si sovrapponevano le case che ho visitato con mia moglie durante il giro natalizio fatto conto terzi per il parroco. E m’è venuto su come un acido, pensando a quante persone sarebbero state sole a Natale. Che la solitudine è una marea che sale, che cresce. La vedi in rete, ora che i social ti fanno spiare nelle vite altrui senza peccato, anzi come uno che gira al mercato tra la merce esposta sulle bancarelle. C’è una ragazza che va sulla quarantina, carina, che trasuda una tristezza così profonda da spaventarti e la mescola in una falsa confusione fatta di moda, serate, scarpe, vestiti, foto e altro. Un ragazzo che da quando è stato lasciato non s’è più ripreso e s’affossa nella sua buca di veleno e non vuole essere consolato perché il suo amore non è più. Donne sull’orlo di tradire mariti distratti e stanchi, svuotati dall’amore che ricevono. Uomini sciapi che inseguono le loro delusioni per potersi lamentare e dire “te l’avevo detto”.
Sono solo poche immagini per raccontarne altre decine, centinaia, milioni.

E insomma guardavo fuori mentre scendeva il buio e s’illuminava la strada e m’è venuto in cuore che questo è il frutto della libertà folle e svincolata dalla realtà che ci siamo voluti. Che un tempo di questa solitudine ce n’era meno. C’era spesso (non dico sempre, ho detto spesso) una famiglia che ti accoglieva. Comunque. Una famiglia fatta di solidità, sicurezze, magari spigolosità, rancori, ma pronta, certa. Questa è la mia esperienza.
E adesso tanta gente sola, e arrabbiata, e triste.

E ho pensato a questa famiglia qui, del forum, e di come se siamo qui è perché vogliamo darci un calcio a questa libertà folle, almeno capire.
E m’è venuto da piangere.
Perché mi sono commosso.

Paolo Pugni

Paolo Pugni

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