
Le Lettere di Paolo Pugni – La freccia inversa
Non ce la facciamo proprio. È più forte di noi. Succede sempre. Oppure sarà che io sono fissato e come un martello vedo solo chiodi.
Ma questa vicenda che non sappiamo più collegare tra loro causa ed effetto mi prende alla gola, e allo stomaco e mi fa urlare dalla rabbia e dal dolore. Non vediamo la freccia che risale che spiega, che ci aiuta a non sbagliare più.
Persa.
Tutto è accidentale, tutto è inatteso.
Ma la grandezza dell’uomo sta nel leggere tra le righe, nell’interrogarsi di continuo, nel chiedere che cosa posso imparare da ciò che capita. Non dare giudizi, guardare in trasparenza e scoprire il senso.
Prendi la vicenda di Santa Croce Camerina. Almeno due battute m’hanno fatto saltare sulla sedia, non per le frasi in se stesse, o per chi le ha pronunciate, ma per il senso a cui rimandano.
E lo dico qui forte e chiaro: NON parliamo del dito per favore, frasi e circostanze sono il dito. A me interessa la luna. Ci siamo intesi? Grazie.
Scandisco: LUNA non DITO.
Quali frasi? Queste, o giù di lì, ripeto mi interessa il senso:
il marito dice “se è stata lei, mi deve spiegare perché, poi che muoia pure”
la madre che dice: “sono tanti anni che non la frequento, era una aggressiva anche da bambina, a sette anni era violenta”.
E tu pensi: a sette anni? E tu che cosa hai fatto come madre? Come hai educato?
E tu pensi ancora: poi muoia pure? Ma non hai giurato “nella buona e nella cattiva sorte”? Non è per sempre l’amore?
Ripeto, e non lo dico più, per favore: non mi interessa parlare di questa tragica vicenda, anche per pudore, anche per allinearsi a ciò che don Mauro ha scritto di recente e che condivido fino alle virgole.
Mi interessa parlare di egoismo, di come abbiamo perso di vista il senso dell’amore e della responsabilità per satollare la nostra pancia.
Perché di questo sono figli i mondi che queste battute spalancano: a educare si fa fatica, meglio abbandonare –o uccidere- che fare fatica.
Amare va bene finché si è felici, finché prevale la buona sorte, ma quando sorgono le difficoltà, quando l’altro sbaglia, io lo pianto. E guardate che non c’è bisogno di arrivare a omicidi: la Pellegrini aveva commentato così la vicenda della Kostner e del fidanzato dopato “fosse successo a me l’avrei lasciato subito”. Che splendido esempio di amore che di fronte ai limiti invece che piegarsi sopra per abbracciare ad aiutare, scappa. Fugge. Cerca il proprio interesse.
E questa roba qui mica la impari di colpo, così dall’alba alla mattina, mandandola giù come fosse un bicchier d’acqua.
No.
Questa roba qui la respiri piano, ti entra dentro per osmosi, la leggi in rete, magari anche su questo blog, magari sui social, magari sulle pagine dei giornali on line, negli interventi o negli articoli di chi mellifluamente ti fa balenare un’altra possibilità, che insomma l’aborto è un gesto di carità, e che l’amore beh fa rima con masturbazione, e che i veri perseguitati non sono i cristiani, ma va, sono quelli che hanno diversi orientamenti sessuali, li leggi nei titoli di chi .-commentando gli scontri alla prima della Scala con vetrine spaccate, auto ribaltate, muri oltraggiati- scrive “tensioni in piazza” e poi descrive le Sentinelle come violenti fascisti.
Le inali nelle discussioni in cui tutto è accettato e poi ti penetra dalla pelle nel cuore.
Diventa vita e allora usi la vita per giudicare la verità e siccome non ti piace allora è falsa.
Se lasci che prevalga quest’aroma che tutto è lecito, che tutto è vero, che tutto è per te –perché questo è il collegamento- che devi solo rincorrere ciò che vuoi –la radice è lì- allora non ti fermi più, allora finisci per uccidere. Perché c’è un legame ben saldo che unisce chi rinuncia ad educare con chi rinuncia al matrimonio con chi uccide per le frustrazioni o solo i fastidi.
E non è l’amore che genera questi legami.
E noi come la combattiamo questa ammorbante aria pestilenziale, come difendiamo noi stessi e coloro che amiamo da questa pesta che passa da canzoni, film, serial tv, social media, post, articoli, titoli?
Quando inizieremo noi tutti, uno per uno, a parlare chiaro e a dire che “no, io non ci sto!”? Come facciamo a lottare per la felicità?
Che lezione possiamo imparare da questo?
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