
Blog – Il Regno di Dio parte da una terra impura
«Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata» (Mt 4,13-16).
Il Vangelo sottolinea con forza un gesto geografico che è anche profondamente teologico: Gesù lascia Nazaret e si stabilisce a Cafarnao. Non è uno spostamento casuale, ma una scelta simbolica e profetica. Nazaret rappresentava la parte dell’ebraismo più nazionalista, davidica, più conservatrice. Era una terra “pura”, identitaria, legata a una visione rigorosa della Legge. Cafarnao invece si trovava sulla “via del mare”, la grande arteria che univa l’Egitto con la Siria: una zona di continuo passaggio di persone, merci, lingue ed etnie. Un crocevia di culture e religioni. Una zona di mescolanza. Qui vivevano ebrei immersi in una realtà di confine, segnata dal contatto continuo con popoli che non appartenevano alla stirpe di Abramo. Proprio per questo la regione veniva chiamata “Galilea delle genti”. Agli occhi dell’ebraismo più rigorista era un territorio impuro, ambiguo, contaminato. Un luogo dove la Legge rischiava di perdersi nella confusione delle influenze esterne. Il profeta Isaia definisce questo popolo come “immerso nelle tenebre”. Le tenebre non sono innanzitutto morali, ma religiose: chi viveva in quella regione era considerato lontano dalla luce della Legge, perché continuamente esposto al contatto con chi non la conosceva. Senza Legge, dunque senza luce. Senza purezza, dunque senza salvezza.
Gesù sceglie di abitare proprio lì. Non comincia il suo ministero nel centro della sicurezza religiosa, ma nella periferia spirituale. Non nel luogo dei puri, ma in quello dei mescolati. Non tra chi si sente giusto, ma tra chi è considerato confuso, contaminato, inadeguato. La luce non nasce dove tutto è già chiaro, ma dove regna l’ombra. La “Galilea delle genti” diventa così il luogo teologico dell’inizio del Vangelo: Dio non teme l’impurità del mondo, ma la assume; non rifugge la complessità, ma vi entra dentro; non sceglie la fortezza dell’identità, ma la frontiera dell’incontro. La grande luce sorge dove nessuno se l’aspetta: nel territorio della diversità, del commercio, delle lingue mescolate, delle relazioni imperfette. È lì che Dio decide di farsi vicino. È lì che comincia la predicazione di Gesù. È lì che prende forma il Regno.
Questo dice qualcosa anche a noi: la fede non nasce nel recinto protetto delle certezze assolute, ma nei luoghi di passaggio, nelle zone di confine della vita, dove si intrecciano domande, ferite, differenze e contraddizioni. La scelta di Gesù ci interpella. Ci chiede dove vogliamo abitare con il cuore: se nei luoghi protetti delle nostre certezze o nelle strade reali dell’umanità ferita. La Galilea delle genti non è solo un luogo della storia, è il luogo della nostra vita quotidiana, fatta di incontri, di differenze, di fragilità e di confusione. Il Vangelo non ci invita a fuggire dal mondo per restare puri, ma a portare la luce proprio dove la luce sembra mancare. Non a difenderci dagli altri, ma a incontrarli. Non a custodire solo la Legge, ma a testimoniare la misericordia. La fede non è separazione, è missione. Per questo ogni cristiano è chiamato a diventare Cafarnao: una casa aperta, una strada illuminata, un punto di passaggio in cui qualcuno possa vedere una luce nuova. Là dove viviamo — nel lavoro, nelle relazioni, nelle fatiche quotidiane — può nascere il Vangelo, se lasciamo che Cristo abiti le nostre ombre.
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