
Blog – Avvento: imparare a stare nel presente
Avvento è un tempo di attesa, e dunque di speranza. Attende soltanto chi spera. Posso aspettare un autobus che non arriva, ma se mi dicono che quel giorno c’è sciopero dei mezzi pubblici, smetto subito di attendere. L’attesa vive solo dove c’è una promessa creduta possibile, dove qualcuno non è ancora arrivato ma può comparire da un momento all’altro. Questa dinamica è ben rappresentata dalle tradizioni dell’Avvento: il calendario con la sua finestrella quotidiana o la corona che si accende un po’ alla volta. Sono strumenti semplici che ci aiutano a entrare nello stesso clima interiore che hanno vissuto Maria e Giuseppe, quando con Gesù nel grembo affrontavano il cammino verso Betlemme.
Oggi siamo abituati a viaggiare senza viaggiare davvero, perché spesso è un mezzo a portarci. Nell’antichità non era così: ogni spostamento richiedeva attenzione, passo dopo passo. Ci si concentrava sul presente, sulla strada che cambiava, su un sasso fuori posto, su un segnale da non perdere. Per Maria e Giuseppe questo era particolarmente vero negli ultimi momenti del loro percorso, quando bussavano di porta in porta cercando un riparo. In quei momenti non si poteva vivere altrove: il presente era tutto. Per quest’Avvento desidero educarmi anch’io al presente. Ma come si fa, concretamente? L’Avvento è breve e scandito, e proprio per questo si presta bene a diventare un esercizio quotidiano. Propongo allora un piccolo “calendario del presente”, fatto di gesti semplici che trasformano l’attesa in vita. Si può cominciare dal mattino: prima di alzarsi, fermarsi un istante e scegliere un solo gesto buono da vivere nella giornata. Non tre, non cinque: uno solo. Una telefonata, un grazie sincero, un messaggio affettuoso, un sorriso consapevole. È un modo per dire al giorno che lo abbiamo accolto. Poi, durante la giornata, ritagliarsi cinque minuti di silenzio vero, senza musica, senza cellulare, senza leggere: un tempo in cui non si pensa, ma ci si ascolta. È come guardare bene dove si mettono i piedi, come facevano Maria e Giuseppe. Un altro piccolo esercizio può essere quello di compiere una cosa lentamente: bere un caffè, rifare il letto, scendere le scale, preparare una tisana. Non si tratta di rallentare tutto, ma di ritagliare un momento in cui ricordarsi che la vita non va sbrigata, va attraversata. E infine, ogni giorno, avere un gesto concreto di cura per il corpo: una passeggiata breve, un bicchiere d’acqua in più, un riposo rispettato. Anche il corpo è luogo del presente: Dio stesso ha scelto la carne per incontrarci.
Sono gesti piccoli, uno per volta, proprio come i passi di Maria e Giuseppe verso Betlemme: semplici, umili, ma pieni di senso. È così che l’attesa smette di essere un’idea e diventa un cammino. È così che ci si educa al presente. Ed è così che il Natale arriva nel cuore prima ancora che sul calendario.
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