Articoli / Blog | 01 Dicembre 2025

Blog – Il riposo non è una fuga, è la condizione della vittoria

Quando si parla di lavoro — qualunque lavoro, dal campo di calcio alla scrivania, dalla cura delle anime alla scrittura — tendiamo a immaginare che la qualità dipenda dal tempo che vi dedichiamo. È un’illusione potente: più lavoro, più produco. Ma la realtà, quella profonda, quella che Gesù stesso ci restituisce nella sua vita fatta anche di ritiri, di deserto, di silenzi, ci dice l’opposto. Non esiste vero lavoro senza vero riposo.

Lo abbiamo visto con Antonio Conte. L’allenatore del Napoli, uomo di intensità assoluta, ha fatto una cosa che nel mondo iperagonistico del calcio sembra quasi un’eresia: si è preso una settimana di vacanza. Una settimana di stacco totale – che avveniva anche nel Chelsea e nel Tottenham – proprio nel momento in cui molti avrebbero preteso presenza, lavoro, pressione. E invece Conte ha fatto un gesto umano prima ancora che professionale: si è fermato. E cosa accade quando un leader si ferma bene? Accade che torna a Roma e vince. Non perché la vacanza sia un talismano magico — e Conte sarebbe il primo a sorriderne — ma perché il riposo, quello vero, permette alla mente e al cuore di ritrovare la loro precisione. Il riposo rimette a fuoco. Ricorda ciò che conta. Riporta al centro le relazioni, la squadra, i motivi per cui si lotta. Nel mondo del Vangelo il riposo non è mai un lusso: è un comandamento. Dio ci chiede il sabato non per alleggerirci, ma per rimettere ordine. Come se dicesse: «Se non ti fermi, ti perdi». Il riposo è la radice del discernimento, della lucidità, della decisione. È il luogo in cui si libera il superfluo per fare spazio all’essenziale. Conte, con quella settimana lontana da tutto, ha mostrato — forse senza volerlo — un principio universale: solo chi si concede di fare un passo indietro può poi tornare a fare due passi avanti. Il riposo non è assenza dal lavoro: è la sua sorgente. Vale per un allenatore, vale per una persona che scrive, vale per chi porta pesi interiori, vale per chi guida una comunità. Vale per tutti noi che ogni giorno cerchiamo di fare bene. C’è un momento in cui bisogna dire: mi fermo. E quel fermarsi non è perdere tempo: è ritrovarlo. Perché la stanchezza non è un fallo tecnico: è il limite naturale che ci impedisce di credere di essere onnipotenti. E quando un uomo — un allenatore, un credente, chiunque — riconosce il proprio limite, allora comincia davvero a vincere.

Conte a Roma ha vinto la partita. Ma la vittoria più grande l’aveva già ottenuta prima: quando ha capito che fermarsi era l’atto più intelligente, più umano e più forte che potesse compiere. E forse è una parola anche per tutti noi: ogni tanto il modo migliore per andare avanti è riposare.

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